Abbiamo bisogno di rifugi climatici, sì, ma anche di molto di più - THE VISION
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Le piogge violente – quasi tropicali – dell’ultimo periodo rischiano di farci già dimenticare il caldo che abbiamo sofferto quest’estate. Ma io cerco di ricordare che, ogni mattina di agosto, guardando la temperatura raggiunta dentro casa sentivo lo stomaco stringersi per l’ansia. Le temperature delle scorse settimane – con massime superiori a 36°C e picchi locali fino a 40°C – ci hanno dimostrato che l’afa non è più una scusa, sudaticcia ma piacevole, per andare in piscina o per un gelato la sera, ma diventa un problema serio, che mette a rischio la salute soprattutto di chi non ha la possibilità di mettersi al riparo dal caldo; possibilità economica, con case in montagna o impianti di condizionamento, oppure ha un lavoro che non permette lo smart working, ma impone di uscire di casa, qualsiasi cosa dica il meteo. O, ancora, una casa non ce l’ha. Per questo, se già l’anno scorso si parlava di individuare dei rifugi climatici, quest’anno sono arrivate le prime vere liste, con 15 luoghi individuati a Bologna tra biblioteche, parchi e la piazza coperta Lucio Dalla, 44 a Firenze e otto centri d’incontro climatizzati di Torino. Sono validi aiuti per sopportare le ondate di calore emergenziali e sempre di più saranno indispensabili per permettere a tutti di sopravvivere d’estate, ma non possiamo pensare ai rifugi climatici come una soluzione: abbiamo bisogno di politiche ambientali radicali e di più ampi piani di adattamento climatico.

Secondo gli studi, infatti, già oggi circa 60 milioni di persone vivono in aree con temperature medie annue oltre i 29°C, ben oltre la nicchia climatica umana, cioè l’intervallo di condizioni ambientali che ci permettono di vivere prosperando e che si sta restringendo; se le emissioni non verranno drasticamente ridotte, presto tra 2 e 3,7 miliardi di persone vivranno in aree con condizioni climatiche incompatibili con la salute e la sicurezza. Inevitabilmente, anche il nostro stile di vita e la nostra organizzazione devono cambiare in modo strutturale, a partire dalle città, che sono sia i luoghi in cui vive la maggior parte delle persone al mondo, sia quelli più esposti all’aumento delle temperature, a causa della scarsa presenza di piante, dell’abbondanza di cemento e dell’altezza degli edifici che creano dei veri canyon urbani con poca aerazione; è soprattutto la mancanza di verde pubblico ad amplificare l’effetto della crisi climatica, rendendo le città delle vere isole di calore con differenze di temperatura di diversi gradi – tra i 2°C  e i 6°C in più – rispetto alle aree con una copertura arborea del 40%. È chiaro, quindi, che i centri urbani oggi sono ormai palesemente inadatti alle temperature estive che stanno diventando la norma. Per questo in diverse parti del mondo le amministrazioni locali forniscono elenchi di rifugi climatici, luoghi pubblici refrigerati come le biblioteche, i musei e i centri commerciali, o, al limite, luoghi all’aperto ombreggiati e relativamente freschi, come giardini, parchi cittadini o piscine pubbliche, dove chi non ha altra possibilità può trovare un po’ di sollievo dal caldo asfissiante. Per esempio, a New York – dove quest’estate si sono superati i 32°C con umidità elevata – sono stati attivati centinaia di cooling center climatizzati, oltre a campagne informative e sostegni economici per le comunità più esposte; mentre a Lione, in Francia, il comune ha diffuso una mappa interattiva per evidenziare i posti in cui trovare refrigerio e per pianificare i propri spostamenti in modo da minimizzare l’esposizione al caldo.

I più colpiti sono i più poveri, come dimostrato, tra gli altri, da uno studio spagnolo, che ha rilevato che i quartieri con i redditi medi più bassi sono gli stessi in cui è maggiore l’impatto sulla salute nei periodi di caldo più intenso; innanzitutto perché redditi più bassi si accompagnano più spesso ad appartamenti meno ariosi, più affollati, senza aria condizionata – e comunque se l’impianto c’è, viene usato meno per risparmiare sulla bolletta – e, in generale, a minore presenza di verde. E siccome sappiamo che gli stili di vita più ricchi sono in media anche più consumisti e più inquinanti, il risultato, ancora una volta, è che chi (i più poveri) contribuisce meno alle emissioni globali di anidride carbonica, ne subisce di più le conseguenze.

Questo aspetto è affrontato, in particolare, dalla municipalità di Barcellona, che ha attivato già dal 2019 una rete di oltre 350 rifugi climatici, tra centri civici, scuole, musei, mercati e parchi, garantendo al 98% dei cittadini di avere un rifugio climatico a meno di dieci minuti a piedi da casa e al 68% a meno di cinque, dove trovare temperature di 26-27°C, sedie e acqua fresca. Tutto gratuito. Questo è fondamentale, perché la sopravvivenza al caldo sia equa e per ridurre le diseguaglianze sociali che il caldo rischia di esacerbare. Perché si possa parlare di rifugio climatico, infatti, non basta che la temperatura sia vivibile e sicura, ma devono essere garantiti l’ingresso e la possibilità di sostarvi liberamente, oltre a posti a sedere, bagni e acqua potabile accessibile. Ma i rifugi climatici sono iniziative da inserire in un più ampio programma di mitigazione e adattamento delle città, altrimenti restano misure temporanee d’emergenza sullo sfondo di un disastro.

Una città che sta provando davvero a cambiare è Parigi, la cui municipalità ha avviato – e sta portando avanti con successo – un piano per eliminare, entro il 2030, i veicoli a benzina e il riscaldamento a petrolio e parallelamente a diventare completamente ciclabile e verde, grazie a parchi, orti urbani e alberi scelti tra i più adatti alla zona e per impiantare i quali è stato tolto l’asfalto e portato terreno, ricreando  per quanto possibile le condizioni di una foresta. In Italia per il momento manca un vero coordinamento centralizzato sul tema e le iniziative locali non sempre sono lungimiranti; a Bologna, per esempio, c’è Bologna Verde, un progetto di rinverdimento urbano apparentemente simile a quello parigino, che tra le altre cose recentemente ha incluso anche il posizionamento temporaneo di cento alberi nelle piazze della città, in vaso; un intervento poco strutturato, che non punta a dare spazio alle piante, e che sul lungo periodo non avrà efficacia, rischiando di essere un costo inutile, oltre probabilmente a stressare le piante e a dare ragione a chi osteggia le iniziative di cambiamento, ottenendo l’effetto opposto a quello sperato.

In questi mesi diverse regioni italiane si sono attivate, rendendo operative le disposizioni in tema di sicurezza sul lavoro che impongono ai datori di lavoro di valutare il rischio climatico del giorno, per, eventualmente, sospendere le attività all’aperto in cantieri, cave e campi dalle 12.30 alle 16. Se l’andamento delle nostre estati dovesse continuare come abbiamo visto in questi ultimi anni, però, il ripensamento dei ritmi e della scansione quotidiana dovrà essere ancora più radicale, dato che a volte, semplicemente, il benessere dei lavoratori non può essere garantito in certe condizioni climatiche, sempre più frequenti anche da noi, e questo impone o di mettere seriamente in pericolo la salute dei lavoratori o di bloccare le attività, con conseguenze anche economiche e sociali.

Per evitarlo, quindi, dobbiamo rivedere radicalmente l’intero sistema economico e produttivo ancora fondato in larga parte su settori fortemente inquinanti, sovvenzionati da fondi statali, su cui il greenwashing è la ciliegina sulla torta non solo cosa che dovrebbe essere la base per puntare a frenare la crisi climatica, ma anche per adattarci alla realtà sconfortante di estati intollerabili ed eventi meteorologici estremi, violenti e inaspettati. I rifugi climatici sono un esempio lodevole di iniziativa di adattamento climatico equa, cercando (almeno) di mettere una pezza alle diseguaglianze sociali, ma non possiamo considerarli una soluzione. Sono, piuttosto, come dei ripari antiaerei, quando l’obiettivo è quello di fermare la guerra. Non dobbiamo rassegnarci, ma agire, con realismo, su due piani: adattamento e lotta alla crisi climatica. Quello di cui abbiamo bisogno tra le altre cose sono carbon tax, carbon pricing e misure di giustizia climatica, che possono contribuire a finanziare programmi seri di transizione, sia energetica sia produttiva per le aziende, in direzione di comparti meno inquinanti; programmi di mobilità sostenibile e infrastrutture, che non siano misure temporanee e bonus, ma piani a lungo termine; ulteriori leggi e relativi controlli sull’inquinamento e sulle emissioni di gas serra; programmi seri e imparziali di educazione ambientale nelle scuole, piani ministeriali che non si limitino alla “pubblicità progresso” che ci dice di spegnere l’acqua mentre ci laviamo i denti e di non gettare i rifiuti per strada. E, nel frattempo, programmi per adattare le nostre città, perché non possiamo più pensare di mantenere l’aumento delle temperature medie entro +1,5°C: con piani infrastrutturali, informativi, e sì, pure misure emergenziali al servizio della popolazione, a partire dalle fasce meno benestanti, anche con rifugi climatici. Che aiutano, ovviamente, e che di fronte alle ondate di caldo estremo sono indispensabili, ma che da soli non possono salvarci.

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