Ninetto Davoli è il volto più leggero e spensierato dell’animo di Pasolini e del suo cinema - THE VISION

“Notiamo i suoi ricci, i suoi occhi, l’espressione dei suoi occhi, i suoi lineamenti, come veste, come si cammina, come muove, come si muove, come sorride, mi dicono già loro stesse, senza bisogno di nessun altro linguaggio scritto o parlato, chi egli è, lui”. È questo che dice Pier Paolo Pasolini nel 1966 ne Il cinema di Pasolini. Appunti per un critofilm, di Maurizio Ponzi, osservando Ninetto Davoli che cammina scanzonato per una polverosa strada romana in camicia bianca, con un sorriso largo e buono. Il volto di Davoli ha fatto la storia del cinema, attraversando decenni di carriera e tenendo viva la lezione di Pasolini.

Giovanni Davoli nasce in provincia di Catanzaro, nel 1948, ma poco dopo la sua famiglia si trasferisce a Roma, dove cresce nella baraccopoli di Borghetto Prenestino, che proprio nel secondo dopoguerra divenne la più popolata di Roma. È a quindici anni che per caso farà l’incontro che gli cambierà la vita, imprimendole una netta direzione ed evitandogli probabilmente di fare la fine di Stracci, il protagonista de La Ricotta. Nel 1963, infatti, Ninetto conosce Pier Paolo Pasolini, che sta girando proprio questo episodio. Suo fratello fa il macchinista sul set e aiuta a costruire gli oggetti di scena. Ninetto non ha nessuna idea di chi sia Pasolini ma il fratello ci tiene a presentargli “il regista”. E così, da una “scafetta” in testa, nascerà uno dei più grandi sodalizi della cultura italiana.

Pasolini, infatti, resterà colpito all’istante da Ninetto e dalla sua grande espressività, riconoscendone immediatamente l’energia potenziale e così, nel 1964, lo convincerà a fare un piccolo ruolo da pastorello ne Il Vangelo secondo Matteo, anche se Ninetto è restio perché di cinema “non gliene frega proprio niente”. Le cose cambiano quando due anni dopo PPP gli propone di fare Uccellacci e uccellini. Davoli è ancora dubbioso, non si sente all’altezza, sa di non saper parlare, di non avere metodo, ha paura di non ricordarsi le battute, di non riuscire a dirle bene. Ma Pasolini insiste, lo rassicura: “Ti aiuto io… e poi te pagano, te danno un milione, un milione e mezzo [che all’epoca era una barca di soldi]”. Ma soprattutto c’era l’occasione di lavorare insieme a Totò, e di essere pure pagato per farlo. Ninetto era così felice che appena vide il grande comico scoppiò a ridere, una risata enorme, inarrestabile, fortissima, che tutti temevano offendesse Totò, che non dava mai confidenza a nessuno e se ne stava sempre chiuso nella sua roulotte, serio serio.

Uccellacci e uccellini (1966)

Poi nel 1967 ci fu Requiescant, di Carlo Lizzani, dove recitava anche Pasolini. Davoli quando arrivò sul set si aspettava di avere un cavallo, le pistole, ma invece gli diedero in mano solo una tromba con una corda. “Ma le pistole?”, chiese. “Quali pistole? Ce devi fa’ un peones messicano”. “Sì, ma scusa, non ce l’ha la pistola questo?”, insistette Davoli deluso. “Ce l’avrebbe, ma ce l’ha sotto, non se vede, perché lui è quello… Però sei un rivoluzionario”. “Ma senza pistole?”. “Ma sì, ce l’avrai, ce l’avrai, però si deve immaginare che c’hai la pistola”. Per lui il cinema era un’occasione di giocare e lavorare insieme, da approcciare come qualsiasi altra cosa della vita, con la stessa diretta sincerità, senza sovrastrutture. Così in Edipo Re gli viene perfetto il ruolo di messaggero, una sorta di Peter Pan, di Cherubino di borgata. Ninetto guarda tutti con l’entusiasmo di un ragazzetto, con tutto lo stupore e l’entusiasmo delle nuove esperienze. Senza filtri e immensa gioia. Forse perché è cresciuto senza avere nulla e ogni cosa in più era una sorpresa inaspettata, un regalo, o forse perché Ninetto è semplicemente così.

Edipo Re (1967)

Le Streghe (1967)

Prese poi parte alla “Trilogia della vita”, composta da Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (1974). Per l’epoca Il Decameron era considerato un film pornografico, e d’altronde i film di Pasolini erano finiti da sempre sotto l’occhio attento della censura, ma in realtà, dice Davoli, Pasolini aveva parlato in maniera poetica e spontanea di che cos’è l’uomo e cosa la donna. Gli aveva chiesto di farli tutti, “i decameroni”, ma lui “ovviamente” disse di no, e fece solo il primo episodio “Andreuccio da Perugia”, che racconta di un giovane ingenuo e puro di cuore che recatosi a Napoli viene turlupinato in tutti i modi. Ne I racconti di Canterbury, tratti dall’omonima raccolta di novelle di Geoffrey Chaucer più volte adattate per il teatro, interpreta invece Perkin il festaiolo, prendendo spunto da Charlie Chaplin. Perkin è un buffone senza lavoro, che vive la vita tra avventure ed espedienti, un donnaiolo sognatore che alla fine della fiera finisce messo alla gogna. 

Il Decameron (1971)

I racconti di Canterbury (1972)

Infine ne Il fiore delle Mille e una notte, Davoli interpreta Aziz, un uomo mosso e scosso dalla passione. E la domanda che si chiede Aziz pare la stessa che Pasolini pochi anni prima affidava alla poesia, proprio a causa del suo sentimento per Davoli: “In nome di Dio, dite o innamorati, come deve fare un ragazzo quando l’amore diventa il suo padrone?”. Gli risponde la bella Budùr, detta la pazza: “Si destreggia con il suo amore, nasconde il suo segreto, e ha pazienza di tutte le cose con la rassegnazione”. Pasolini era alla continua ricerca di attori non-attori, e probabilmente per lui Davoli rappresentò a tutti gli effetti la vetta di queste qualità, impersonificando con estrema potenza la verità del reale che non si lascia intrappolare da alcuna forma simbolica. L’improvvisazione degli attori e la loro tecnica basata sulla pratica sul campo e non sull’accademia, infatti, aiutava a conferire linfa vitale alle opere, lasciando spazio al disatteso e all’incontrollabile. Nelle opere di Pasolini quelli che per tradizione vengono chiamati l’apollineo e il dionisiaco convivono in un precario alternarsi, per questo in un epoca di estrema razionalità appaiono come sfoghi brutali, spaventosi, perché in essi l’identità si dimentica ed entra nel regno indeterminato dell’inconscio. Il desiderio primordiale diventa strumento di destrutturazione dei ruoli sociali e delle loro maschere. È straordinario allora vedere la vita nei racconti che Davoli fa delle sue esperienze legate a questi film, e al tempo stesso la maschera della vita nelle analisi della critica rispetto alle opere di Pasolini, ma anche nei discorsi di Pasolini stesso, che per vedere e denunciare le storture della società ha evidentemente dovuto rinunciare a una sua sorta di illibatezza. O forse, questo tipo di visione nasce proprio da coloro che in qualche modo sono già caratterizzati da uno sguardo lucido, scabro, a suo modo corrotto, tanto da riconoscere il male a prima vista.

Il fiore delle Mille e una notte (1974)

In seguito all’omicidio di Pasolini nel 1975 – di cui identificherà egli stesso la salma – Ninetto Davoli stringe la sua collaborazione con Sergio Citti, durata per più di vent’anni, e iniziata nel 1970 con il film Ostia. In televisione, nel 1975, interpreta Calandrino nel famoso sceneggiato Le avventure di Calandrino e Buffalmacco di Piero Pieroni e Carlo Tuzii, e quello stesso anno appare anche nel peculiare Qui comincia l’avventura, di Carlo di Palma, famoso direttore della fotografia alla seconda prova alla regia. Il film racconta di un rapporto tra due donne ai confini del sogno, in cui il desiderio di libertà e indipendenza femminile viene tristemente disilluso, e qui Davoli rappresenta un saltimbanco, un diavolo e un angelo, e affianca Monica Vitti e Claudia Cardinale, con le quali dovette girare due scene di sesso per cui si ricorda all’epoca enormemente imbarazzato, perché per lui erano due mostri sacri.

Pier Paolo Pasolini sul set di “Mille e una notte” (1974)

Nel 1979 recita poi nella commedia musicale Addavenì quel giorno e quella sera, cantando le canzoni in dialetto romanesco composte da Antonello Venditti e fa anche la sua prima collaborazione con Mariano Laurenti, ne Il liceale seduce i professori, terzo capitolo della famosa serie della Liceale, con Lino Banfi e Alvaro Vitali. Da allora Laurenti gli offrirà molti altri ruoli, ma Davoli non sentendosi a proprio agio nel fare quel tipo di comicità e di cinema, a un certo punto interrompe la collaborazione, non riuscendo a non pensare a quello che avrebbe detto Pier Paolo. A parte la ricca filmografia, poi, Ninetto Davoli deve anche la sua grande popolarità alla serie “Le canzoni alla Gigetto”, un fortunato Carosello iniziato nel 1972 per la pubblicità dei crackers Saiwa, in cui vestito da “cascherino” – che in romanesco sta per garzone di panetteria – gira all’alba per la Capitale zigzagando sulla sua bicicletta da trasporto e cantando a squarciagola famose canzoni dell’epoca.

È nel 2006 che cambia qualcosa, con Uno su due, diretto da Eugenio Cappuccio con protagonista Fabio Volo. Con quel film inizia una nuova fase della carriera dell’attore, drammatica: lì è apparso un “Ninetto diverso, un Ninetto grande”, dice lo stesso Davoli, che grazie a quell’interpretazione vinse il Ciak d’Oro come miglior attore non protagonista. In lui, però, mentre ne parla, non sembra esserci traccia di rancore (per non aver mai ricevuto premi prima d’allora) o rimpianto (per il percorso della sua carriera artistica), ancora una volta emerge soprattutto un grande stupore, come una meraviglia, la gioia che anche questi ruoli gli vengano ora riconosciuti e che, soprattutto, funzionino, come se non dipendesse da lui o dal suo talento, ma da qualcosa di più grande, che lui si limita a constatare e a cui si limita a prestare il proprio corpo.

Davoli pare proprio una persona a cui dei riconoscimenti non frega nulla, conta solo il piacere di fare e di vivere. Basta vedere il suo volto per sentire la stessa energia che lo muove e in questo appare davvero come l’archetipo del perfetto interprete, capace di farsi di volta in volta mezzo del personaggio, strumento dell’immagine e della storia, con enorme apertura e umiltà, liberando così tutto il suo potenziale, con la stessa energia di un bambino che crede al 100% al gioco che sta facendo e così lo trasforma in realtà, come succede al protagonista del racconto di Dino Buzzati, “Il borghese stregato”. Probabilmente proprio ciò che Pasolini sapeva di non essere in grado di fare, e che per tutta la vita ha cercato disperatamente negli altri.

Ninetto Davoli nel 2014

Dopo la tragica morte di PPP, infatti, furono ritrovate un centinaio di poesie scritte tra il 1971 e il ‘73 in forma di sonetto che si discostano dal resto della produzione poetica e politica dell’artista e sono dedicate proprio a Davoli, per cui Pasolini nutriva un profondo sentimento. Questa raccolta, intitolata poi L’hobby del sonetto, ci offre una parola cruda e al tempo stesso inerme di fronte al desiderio, all’amore e alla morte: “La vostra lietezza non era che il volo / che certi animali fanno nella loro leggera foia / prima di morire. È durata otto anni, mica poco. / Ora in voi è morte, in me pazzia, tutta quella gioia”. Davoli, però, è riuscito a non perdere mai la sua capacità di farsi attraversare dalla vita con spensieratezza e allegria, ha continuato a ridere, con la sua risata fragorosa, come una cascata inarrestabile, ma senza mai dimenticare, al tempo stesso, quanto gli avesse insegnato quel grande artista, di cui all’inizio nemmeno sapeva il nome.

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