I “Sessanta racconti” di Dino Buzzati sono le più belle metafore della nostra vita interiore - The Vision

Ci sono momenti, nel corso della vita, in cui le nostre capacità di ascolto e di attenzione diventano più acute, la realtà che ci circonda diventa all’improvviso più presente e ci parla senza dire niente. Ci suggerisce qualcosa, è come se tutti i nostri sensi diventassero più ricettivi, in grado di sentire. Più che un mutamento della nostra percezione questi sembrano essere proprio cambiamenti della realtà, come se finalmente le cose avessero deciso di rivelarsi, anche se tutto resta identico a ciò che era. Ciascuno dei Sessanta racconti di Buzzati – raccolta che nel 1958 vinse il Premio Strega – evoca uno di questi momenti in cui tutto è normale e niente lo è.

I racconti compongono un’atmosfera che potrebbe essere scambiata per angoscia, ma non lo è, si tratta piuttosto di una sorta di parentesi, una dimensione parallela che attraverso una crepa fa sorgere in noi la paura di sprofondarci dentro. Una sorta di vertigine di fronte alla vista del nulla che si nasconde tra le pieghe della realtà dei fatti. Per questo Buzzati è sempre stato un poeta, perché è sempre stato in grado di vedere l’invisto, anche se i suoi personaggi no, non lo sono affatto, sono tutti ciechi. È da qui che nasce il senso di costante spaesamento che si percepisce tra le pagine di questa raccolta, che sembra inserirsi perfettamente nella definizione di perturbante teorizzata da Freud, altrimenti chiamato il sinistro. Questo concetto viene usato per descrivere il senso di paura che si genera quando qualcosa – un oggetto, una situazione, una persona, un’impressione – viene avvertito come familiare ed estraneo al tempo stesso, quando ciò che era sempre stato lì, sotto ai nostri occhi, si fa strumento di rivelazione, perdendo la sua maschera rassicurante di oggetto identificato, coordinata, pietra miliare. E questo svelarsi ci pone davanti al vuoto che sta alle fondamenta dell’esistere, a un disagio.

Il termine usato da Freud è l’aggettivo sostantivato “das Unheimliche”, che potrebbe essere tradotto come il disvelato, ciò che era segreto e non lo è più. Heimliche, infatti, significa nascosto, recondito, per dirla con il padre della psicanalisi: “celato, tenuto lontano dagli sguardi, così che gli altri non ne sappiano nulla, sottratto alla conoscenza degli altri”. Dunque quello descritto e attivato dai racconti di Buzzati è proprio questo intimo scoprirsi della realtà nella sua dimensione più rarefatta, che per sua stessa natura sancisce il nostro essere soli, separati dagli altri, nel momento in cui si vede la verità, ovvero l’indicibile, l’infamiliare – “Heim”, in tedesco significa casa ed è quindi a suo modo legato a un’idea di sicurezza e protezione, che viene meno.

Sigmund Freud

Questa sensazione è sfuggente e misteriosa, e in quanto tale non può essere detta, ma solo percepita, mostrata nel suo articolarsi. Di solito, in Buzzati, il senso di profonda solitudine invece che lasciare un senso di inquietudine, lascia una dolcezza amara, l’ombra di qualcosa che possiamo intuire, che ci insegue o da cui ci crediamo per sempre inseguiti, o ancora un rumore indecifrabile, come ne “Una goccia”: qualcosa che percepiamo chiaramente ma di cui al tempo stesso non vogliamo dire. Questa è una solitudine d’elezione, che ci riconnette a coloro che hanno avuto prima di noi e che in futuro avranno – non fosse che per un momento – la stessa rivelazione del nulla, che la borghesia si evita ostinatamente di riconoscere.

Nei Sessanta racconti Buzzati mostra proprio questo rifiuto borghese, mettendo in crisi le basi stesse della società. Nel 1948 scrive “Paura alla Scala”, uno dei racconti più famosi – e lunghi – della raccolta. Il maestro Claudio Cottes, per il quale nulla esiste al mondo fuorché la musica, va alla Scala per la prima de la Strage degli innocenti. Durante lo spettacolo, tra un atto e l’altro, alle solite chiacchiere mondane si sovrappongono voci su un presunto colpo di Stato. Quando poi la crème affluisce al ridotto, una volta finita la rappresentazione, la paura monta in fretta. L’élite, rinchiusa nel teatro, ascolta le proprie paure e si convince di sentire cose che non sente, il solo che ha il coraggio di uscire è Cottes, che attraversa la soglia e per questo cessa di esistere. Dopo pochi passi, infatti, cade a terra. Alcuni sostengono di aver sentito uno sparo, ma quando arriva l’alba si rendono conto che non c’è stata alcuna rivoluzione e tutti se ne tornano alle proprie case.

“Qualcosa era successo”, tocca temi simili. Durante un viaggio in treno dal Sud al Nord della penisola, infatti, il protagonista è fugace spettatore di alcuni episodi che lasciano presagire che qualcosa di terribile stia avvenendo: una donna terrorizzata, treni stracolmi di quelli che sembrano essere profughi, un brano di giornale svolazzante che sembra annunciare qualcosa di grave. Eppure il passeggero non riesce a capire cosa stia succedendo, e il senso di terrore che lo coglie, come accade in quasi tutti i racconti, sembra sorgere dall’interno. Quando arriva a destinazione, in una stazione deserta, il silenzio è interrotto da un urlo agghiacciante, unica manifestazione di questo perenne presentimento, di questo costante temere che una punizione si abbatta su di noi.

Ne “I sette messaggeri” – il racconto che apre la raccolta, che ricorda per certi aspetti Borges e che sembra rispondere alla lettera alla definizione di spaesamento – il figlio del Re si mette in viaggio a “più di trent’anni, troppo tardi forse” per raggiungere il confine del suo stesso regno, deriso dagli amici e dai suoi stessi famigliari. Incarica sette messaggeri, i più valorosi e disposti a seguirlo, di fare la spola tra lui e la capitale per mantenere i contatti. Il confine, però, si rivela essere molto più lontano del previsto. “Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza,” dice il principe, “che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l’aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, l’aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero”. Scrive così il suo ultimo e inutile messaggio, dato che stando ai calcoli l’ultimo messaggero riuscirà a tornare quando sarà già morto. Nella raccolta ritorna spesso questa idea di viaggio la cui meta continua ad allontanarsi, o il viaggio stesso inteso come il ritirarsi dalla vita, in cerca di un fantomatico principio primo della vita stessa, che si rivela inconoscibile, inesistente. “Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro”.

Spesso il perturbante prende le forme di un pericolo che non trova corpo. Ne “I sette piani”, altro racconto cardine della raccolta, Giuseppe Corte viene ricoverato in un moderno ospedale al piano più alto, il settimo, per un malessere di poco conto. Ma, visita dopo visita, per motivi apparentemente triviali, viene spostato di piano in piano sempre più giù, fino a raggiungere il primo dove trovano posto solo i casi disperati. E qui morirà. Sembra che Buzzati voglia manifestare la nostra paura di essere rottamati, di portare un segno che ci farà essere scartati dalla società. E al tempo stesso la nostra ottusa ostinazione a non voler vedere le leggi che sostengono la società stessa. Un altro racconto che affronta questo tema è “Eppure battono alla porta”, dove Maria Gron, rincasata durante un temporale, trova ad attenderla la famiglia al completo e un loro vecchio amico. Intorno alla casa incombe un grave pericolo, ma nessuno sembra volerlo riconoscere, o affrontarlo in qualche modo. La stessa cosa succede ne “I topi”. I problemi vengono costantemente minimizzati, elusi, nascosti, finché non assumono proporzioni enormi, distruggendo chi non li ha voluti vedere.

Anche la morte e la malattia, nelle varie forme che possono assumere, materiali o metafisiche, sono sempre presenti e sistematicamente allontanate, sottaciute, rifiutate. I rapporti degli uomini si reggono sulla menzogna, sulle maschere che di volta in volta indossano, sulle dicerie che diventano realtà. Nessuno è se stesso, solo i fantasmi e le ombre lo solo. Chi ha visto, chi sa, viene esiliato, rimosso, o semplicemente eliminato. E forse è questo il motivo per cui i Sessanta racconti ci appaiono così struggenti, perché ciascuno di noi a modo suo è malato, porta uno stigma, ha una ferita che si sente obbligato a nascondere, pena l’esclusione. Ne “Gli amici”, Toni Appacher, violinista morto da venti giorni, per un disguido non può tornare nell’oltretomba prima di un mese. Si presenta così in veste di fantasma a diversi amici, chiedendo asilo, che però gli viene negato da tutti: i vivi, impauriti o infastiditi dalla sua presenza, “irritat[i] da tutti quei misteri”, accampano varie scuse per allontanarlo – come un appestato, o meglio, un lebbroso (vedi “Una cosa che inizia per elle”). Appacher, dopo inutili tentativi, si dilegua nella notte, ripudiato da tutti coloro che pensava gli volessero bene.

Gli uomini di Buzzati sono brutti, meschini, moralmente abietti o – nella migliore delle ipotesi – non riescono a discernere gli equilibri del reale, fanno parte di un’umanità che ha perso ogni dio, e che ha creato valori utilitaristici per tentare di restare a galla. Eppure le storie dei perduti e degli esiliati ci mostrano il bene, in tutta la sua semplice purezza e solidità. I diversi si allontanano, fino a scomparire, si lasciano indietro tutto per andare verso una morte, a incontrare il loro dio, come nel caso del Conte Mortimer, ne “L’inaugurazione della strada”. Le cose non sono come ci si aspettava, la meta si fa sempre più lontana, fino a diventare irraggiungibile, e se la volontà non cede si finisce per scomparire insieme alla meta stessa.

Ne il “Il borghese stregato”, uno dei racconti più forti della raccolta, infine, il commerciante  in cereali Giuseppe Gaspari, appena arrivato per trascorrere le vacanze insieme alla sua famiglia in una località di montagna, mentre tutti gli altri dormono va a fare una passeggiata, restando ben presto deluso dal paesaggio che immaginava diverso, capace di ospitare – anzi, di generare – la felicità. E invece “con amarezza considerava come tutta la sua vita fosse stata così: niente in fondo gli era mancato ma ogni cosa inferiore al desiderio, una via di mezzo che spegneva il bisogno, mai gli aveva dato piena gioia”. Mentre pensa a tutto questo senza accorgersene si spinge molto lontano, in un valloncello che non ha niente di speciale o di bello, eppure gli fa provare istantaneamente quella gioia che sperava. “Gli aveva ridestato una quantità di sentimenti fortissimi, quali da molti anni non provava; come se quelle ripe crollanti, quella abbandonata fossa che si perdeva chissà verso quali segreti, le piccole frane bisbiglianti giù dalle arse prode, egli le riconoscesse”, e continua “propriamente così erano le magiche terre dei sogni e delle avventure, vagheggiate nel tempo in cui tutto si poteva sperare”. Subito dopo scorge dei bambini armati di archi fatti di ramoscelli e viene coinvolto in un gioco di guerra, ma come per Lewis Carrol, il “facciamo che” si rivela ben presto uno scenario reale. L’uomo, man mano che il gioco prosegue si dimentica di se stesso, o forse si ricongiunge con un suo io più autentico, e quando viene colpito, la freccia per gioco, lo fa morire, liberandolo. L’uomo adulto non può impunemente giocare coi bambini, ormai è troppo tardi per lui, è troppo corrotto, eppure – nonostante tutto – muore contento. Gaspari può finalmente lasciare sulla terrazza delle vacanze italiane la moglie, i figli, il bridge con gli amici, la cena che si raffredda: “Ti ho vinto miserabile mondo, non mi hai saputo tenere”.

Nella raccolta c’è un racconto – “Inviti superflui” – diverso dagli altri. Sembra una pagina sfilata dal taccuino di Buzzati così com’è, senza impalcature narrative di sorta, che ci viene dato in tutta la sua rassegnata semplicità. È una sghemba lettera d’amore, in cui si parla di “cose insensate, stupide e care”, della distanza tra due mondi che pure si potrebbero toccare, ma non si toccano. Un mondo in attesa di essere visto e un mondo che gli volta le spalle. Resta il desiderio di uno dei due di avvicinarsi all’altro, che non lo riconosce, sacrificando tutto ciò che lo rende se stesso, che lo fa esistere, sancendo così la presenza di una volontà pura, pronta a spogliarsi della sua identità, che sembra essere indispensabile per poter essere liberi e per poter amare.

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