Per riprenderci dalla pandemia abbiamo bisogno di un periodo d’oro come gli anni ‘80 - THE VISION

Una cosa che di certo non è mancata in questo 2020 funesto sono i meme: abbiamo trascorso ore e ore al computer, sugli smartphone, e in molti casi Internet è stato l’unico valido compagno in mesi di reclusione. Per quanto spesso alienante e criticabile sotto molti punti di vista, immaginare un mondo come quello del presente privo della risorsa incredibile che è il web sarebbe un incubo e anche nelle sue sfumature più futili e ironiche bisogna riconoscere il merito di un luogo non fisico in cui possiamo incontrarci anche a distanza di migliaia di chilometri. Tra i tanti sfoghi sarcastici sulla tragicità di questo anno appena trascorso – utili a sentirsi anche solo per un attimo alleggeriti dal vero e proprio disastro che stiamo vivendo – ce n’è uno che negli ultimi giorni mi ha colpito in modo particolare. Si tratta di un thread su Reddit che dice così: “What if 2020 isn’t a bad year, but the beginning of a bad decade?” (E se il 2020 non fosse solo un brutto anno, ma l’inizio di un brutto decennio?), e questa domanda non solo è spaventosa ma è anche piuttosto lecita. 

Senza scendere in un abisso di pessimismo cosmico, non è assurdo domandarsi se in effetti l’anno che abbiamo vissuto non sia solo l’inizio di un periodo difficile, molto più difficile di quelli a cui eravamo abituati fino a ora. La crisi economica e sociale; il presunto “ritorno alla normalità”, minato da moltissimi punti interrogativi su ciò che potremo davvero tornare a fare ma, soprattutto, come dovremo tornare a fare queste cose a cui abbiamo ormai rinunciato da quasi un anno; il riscaldamento globale, che in tutto ciò fa da spettro silenzioso e costante alla narrazione del presente. Sono tutti fattori che in effetti non lasciano ben sperare. Potremmo essere all’inizio di una decade oscura, potremmo aver visto solo una piccola parte della catastrofe che ci aspetta negli anni che abbiamo davanti, potremmo essere noi quelli che sui libri di storia, studiando a scuola, trovavamo nei paragrafi dedicati a momenti di sfiducia e regresso del genere umano. Oppure potremmo guardare i fatti che abbiamo davanti con più razionalità e renderci conto che non è la sfiga o il caso a fare sì che un periodo sia migliore dell’altro, ma le intenzioni e gli obiettivi comuni che ci poniamo come comunità. Non esiste nessun destino prestabilito che fa sì che il 2020 sia l’anno della sfortuna, non esiste proprio la sfortuna e se servono prove più concrete basta guardare un qualsiasi oroscopo risalente a dicembre 2019 per rendersene conto.

Nel Novecento, secolo che ci appartiene ancora sotto molti punti di vista, non solo perché con molta probabilità ci siamo nati, ma anche perché fa ancora parte del presente per molteplici ragioni, ci sono decadi che vengono raccontate come un tripudio di bellezza e innovazione, altre invece che vengono ricordate perlopiù per i loro difetti. Gli anni di piombo, per esempio, vengono spesso opposti agli anni del boom economico: da un lato terroristi baffuti, dall’altro bellezze in Vespa. Nessuna delle due immagini è falsa, ma entrambe sono solo una porzione minuscola di ciò che sono stati gli anni Settanta e gli anni Sessanta per l’Italia. Il periodo più complesso e contraddittorio, però, probabilmente rimangono gli anni Ottanta, un decennio mai del tutto chiaro e mai del tutto concluso, che straripa di elementi presenti ancora oggi nella nostra vita e che vengono tuttora imitati, riprodotti e citati in qualsiasi occasione, dallo sport alla politica passando per l’innovazione tecnologica, la moda, il cinema e la musica.

Gli anni Ottanta sono stati il periodo storico in cui venne coniata l’espressione giornalistica del “riflusso”, quel senso di rifiuto nei confronti di un impegno e di una coscienza politica che invece avevano pervaso i tempi immediatamente precedenti; un rifiuto determinato dalla pesantezza, dalla violenza, dal lavoro sistematico di rimozione e di discredito di movimenti politici ritenuti troppo pericolosi per il delicato equilibrio atlantista, ma anche come reazione o realizzazione di alcuni principi del Sessantotto: la libertà espressiva e sessuale, che nella tv trova terreno fertile – in alcuni casi fino all’esagerazione – ma anche il taglio con il passato e con il rigore dei padri, con l’autorità di un mondo percepito come obsoleto.

Paninari davanti al Burghy di Piazza San Babila, Milano, 1987

Quarant’anni fa, cominciava la decade che si sarebbe conclusa con uno degli scandali politici peggiori della nostra storia, Tangentopoli. Berlusconi, nel frattempo, poneva le basi per la sua discesa in politica negli anni Novanta, ben cosciente del potenziale mediatico sfruttato a regola d’arte con le sue neonate televisioni. I giovani diventavano paninari – non tutti, ovviamente – le sottoculture giovanili infatti prolificavano e alcune sono ancora visibili, anche se in forme diverse – metallari e punk non si sono mai estinti. La moda si rivestiva sempre più di marchi e scritte che rivendicavano chiaramente l’appartenenza a trend giovanili di cui ancora oggi sentiamo l’influenza quando parliamo di streetwear. Questa intervista ai ragazzi e alle ragazze di Piazza San Babila che vantavano le firme dei loro capi non si discosta poi tanto da chi oggi fa la stessa cosa sfoggiando i propri outfit da strada – esiste proprio un genere su YouTube di video in cui si “valutano” i vestiti indossati, con la stessa enfasi e dedizione di quei tempi in cui si è cominciato a guardare con attenzione ciò che indossavi.

Ed è nella moda, infatti, che l’imprenditoria italiana degli anni Ottanta – in particolare quella milanese – dà una grossa spinta al decennio dell’esagerazione estetica, del lusso, della creazione di un immaginario legato al mondo dell’alta moda che verrà poi esportato in tutto il mondo. Versace, Armani, Prada: la fashion industry italiana diventa un punto di riferimento universale. Gianfranco Ferré, che negli anni precedenti aveva contribuito alla nascita del prêt-à-porter femminile italiano, fonda la sua casa di moda e prende la direzione artistica della prestigiosa maison di Christian Dior. Elio Fiorucci, con le sue intuizioni geniali per la moda di tutti i giorni – dai jeans alle t-shirt – con le sue grafiche rimaste un simbolo di quel periodo, attrae su di sé l’attenzione di artisti del calibro di Andy Warhol e Grace Jones, trasformando il suo brand in un’icona pop. Così l’eccesso di spalline, capelli cotonati e sintetizzatori invade la musica, ridefinendo il concetto stesso di pop. 

Giorgio Armani
Gianfranco Ferré
Donatella e Gianni Versace

In politica nasce l’edonismo reaganiano e parallelamente Margaret Thatcher, con il suo smantellamento dello Stato sociale in nome dell’individualismo, gli yuppies in stile American Psycho e, per tornare in Italia, la “Milano da bere” di Bettino Craxi e il mondo sommerso che viveva specularmente allo sfarzo con altrettanta intensità. Ma la politica italiana di quel periodo non è fatta solo di magheggi e bustarelle, basti pensare alla nomina – con la più larga maggioranza della Storia del nostro Paese – di Sandro Pertini come presidente della Repubblica. Dal 1978, Pertini diventa infatti una figura di riferimento istituzionale che ancora oggi viene ricordata come esempio positivo di carisma, equilibrio e grande sensibilità per le tematiche sociali. Nella canzone “Sotto la pioggiaAntonello Venditti nel 1982 dice “Il presidente dietro ai vetri un po’ appannati fuma la pipa, il presidente pensa solo agli operai, sotto la pioggia” facendolo entrare nel tessuto culturale pop italiano, proprio grazie alla sua immagine vicina al popolo, ai valori più autentici della democrazia e dell’antifascismo. 

Silvio Berlusconi al ristorante Garibaldi con Urbano Cairo e Marcello Dell’Utri, 1985

Ed è proprio con un’immagine esultante di Sandro Pertini che nel 1982 nasce il mito di un altro fenomeno italiano, quello sportivo: la finale di Madrid dei mondiali vede la Nazionale vincere il titolo e tra gli spalti c’è proprio il presidente della Repubblica che non si tiene dalla gioia. Gli Azzurri di Enzo Bearzot, i gol di Paolo Rossi, la proiezione sociale e culturale di un Paese che vede nelle sue vittorie calcistiche un senso di rinascita e prosperità, la metafora di un principio di unione nazionale e di un sentimento comune di rivalsa che anima una delle estati più importanti di sempre. Lo sport, così come l’arte, ha una funzione rappresentativa e propulsiva per la realtà in cui siamo immersi e il successo di quella coppa riverbera nell’immaginario collettivo per tutti gli anni a seguire, anni in cui l’Italia esprime a tutti gli effetti gran parte del suo potenziale creativo e imprenditoriale. 

Da Sinistra: Zoff, Causio, Bearzot, Pertini. Di ritorno con la Nazionale Italiana di Calcio vincitrice e la Coppa Del Mondo

Non è facile per nulla inquadrare gli anni Ottanta, così come non è facile giudicarli senza la sensazione che quella incredibile festa opulenta e spensierata sia finita proprio sulle nostre spalle e ora stiamo solo trovando un modo per curarci dai postumi della sbornia, per pulire un po’ la casa distrutta e vedere se è rimasto qualche rimasuglio. Sono anni a cui è facile attribuire qualsiasi disgrazia del presente, per via del loro assetto tutt’altro che lungimirante e basato molto sull’ora e adesso. Tutto ciò è vero, ma sarebbe disonesto non essere in grado di cogliere la complessità di un estremismo tanto forte come quello di quel periodo. Esiste infatti un impianto creativo nato nel decennio dei Duran Duran e del consumismo sfrenato che ha generato talmente tante cose, sia incredibilmente buone che orrende e dimenticabili, che negarlo sarebbe non solo ipocrita ma anche deleterio per riuscire a migliorare ciò che siamo oggi. 

Bettino Craxi a una festa di Valentino, Milano, 1980
Bettino Craxi con Marina Ripa di Meana, Roma, 1985

Non solo la moda e tutto ciò che le ruota attorno nasce e si sviluppa in quel periodo, fino a far diventare l’Italia un punto fondamentale di riferimento per il resto del mondo; non solo la tecnologia mette la basi per tutto ciò che un tempo veniva considerato futuristico – basti pensare alla rivoluzione dei videogame; anche l’arte diventa talmente tanto produttiva da confinarci oggi in uno stato di perenne riproposizione di quello stile e di quei temi, basta fare un conto della quantità di remake cinematografici che vengono prodotti e che riprendono storie, estetica e personaggi degli anni Ottanta – Top Gun, Dune, Ghostbusters, tutta la saga di Star Wars, Stranger Things. La stessa cosa che avviene, anche se in modo diverso, anche nella musica, basti pensare a uno degli artisti più importanti e di talento del momento, The Weeknd, che utilizza suoni e atmosfere perfettamente riconducibili agli anni Ottanta – la sua Save Your Tears sembra una citazione chiara alla hit di FR Davide “Words (Don’t Come Easy)”. 

Anche il cinema italiano, che da un lato alimentava un mercato di massa che sarebbe poi diventato un incubo per la nostra tradizione comica, si divide in grandi picchi di eccellenza e opere di estrema mediocrità, ma se da un lato il cinepanettone si faceva strada, dall’altro geni come Massimo Troisi, Carlo Verdone, Roberto Benigni e Nanni Moretti davano il massimo della loro creatività. Così come Franco Battiato trasformava la musica pop in vera e propria arte, mescolando generi e utilizzando la melodia semplice e fruibile per tutti per veicolare concetti e sperimentazione senza precedenti. Lo stesso discorso vale per la televisione: da un lato arrivavano i format di Antonio Ricci e le televendite perenni dei programmi Mediaset; dall’altro nasce la Rai 3 di Angelo Guglielmi con format straordinari del calibro di Blob, La tv delle ragazze e Samarcanda; ma anche trasmissioni di approfondimento su Rai 2 come Mixer di Minoli o Blitz di Minà, senza contare poi l’enorme rivoluzione mediatica della seconda serata di Renzo Arbore con Quelli della notte e Indietro tutta: il linguaggio televisivo si colora della parodia della televisione stessa, finiscono le trasmissioni classiche, arriva l’anti-tv satirica, il varietà nella sua forma innovativa e fuori dagli schemi. La spinta creativa, con la sua carica di contenuti estremamente diversificati e dirompenti, la predisposizione alla sperimentazione sia di formati che di temi nuovi, la sensazione di essere in effetti a un passo dal futuro – un modo di sentire anche illusorio, dettato da un benessere diffuso ma non duraturo – possono essere considerati ciò che di meglio c’è stato negli anni Ottanta, ed è forse proprio da questo punto che dovremmo partire per fare sì che gli anni che abbiamo davanti siano una versione migliorata e perfezionata di quel periodo.

Quelli della notte
Indietro tutta
Franco Battiato
Ricomincio da tre (1981)
Palombella Rossa (1989)
Borotalco (1982)
Tu mi turbi (1983)

Siamo infatti davanti a una crisi senza precedenti – perlomeno recenti – in cui qualsiasi cosa può essere rimessa in discussione, sia per l’obsolescenza di certi apparati ormai stanchi e polverosi, sia per le enormi novità tecnologiche che abbiamo davanti. Immaginare un futuro in cui il motore è proprio una spinta creativa ed economica forte, in cui si investe sui giovani e sulle nuove forme di condivisione nel rispetto della sostenibilità, dell’ambiente e della lungimiranza del consumo, e non del profitto a qualsiasi costo e fine a se stesso, potrebbe essere la chiave per rendere questi anni Venti non quel festino in cui nessuno pagava le bollette e tutti consumavano a scrocco, ma un enorme festival in cui la responsabilità del futuro cade su ciascuno di noi, senza privare nessuno della sua fetta di torta.

Di sicuro questo 2020 ci ha ricordato il valore supremo delle istituzioni pubbliche, di una sanità per tutti, di scuole e università funzionanti, di città con mezzi di trasporto sicuri, di diritto al lavoro con condizioni favorevoli e flessibili, di assistenza per i più deboli. Tutte queste cose non possono rimanere solo un ricordo di un momento in cui ci siamo resi conto che la struttura su cui credevamo di stare in piedi in modo solido crolla per un virus che avrebbe potuto e dovuto fare molti meno danni di quelli che ha fatto. La spinta creativa, combinata con una forma di sviluppo ecosostenibile, pubblico ed egualitario è l’unica via percorribile dall’uomo per non autodistruggersi, per fare sì che questi anni Venti non siano l’inizio di un periodo oscuro per il genere umano. Possiamo prendere il meglio da un altro decennio che ricordiamo prima di tutto per i suoi errori, ma anche per la sua enorme forza inventiva che lo ha spinto a essere ancora oggi il più riciclato. Gli anni Ottanta oggi restano una fonte di ispirazione per qualsiasi settore creativo e imprenditoriale, dal cinema alla moda, dalla televisione alla tecnologia; il loro impatto sulla cultura del Novecento è stato così forte che l’eco è ancora presente oggi. Adesso è arrivata l’occasione giusta per dare il via a una nuova epoca di rinascita ancora più forte.

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