Hollywood per decenni ha obbligato i divi a essere eterosessuali

La miniserie Hollywood, disponibile su Netflix, mischiando fatti reali e finzione rovescia la realtà asfissiante del regno del cinema bacchettone, quando le minoranze etniche erano discriminate e la vita privata degli artisti tenuta sotto controllo. La serie trasforma in un mondo inclusivo quello che in realtà era un luogo sì libertario al suo interno, ma ipocrita e rigido nel controllo sul privato delle star. Se ancora negli anni Novanta, dopo il suo coming out, Rupert Everett fu accantonato da Hollywood – e racconta: “Gli etero possono interpretare ruoli omosessuali, ma un omosessuale non ha altrettanto successo interpretando ruoli etero”. Se ancora oggi il tema non è del tutto normalizzato, non stupisce che negli anni d’oro del regno del cinema gli attori dovessero rispondere in maniera rigida alle aspettative dell’America puritana.

Il codice Hays dettava legge su ciò che le pellicole potevano o non potevano rappresentare, vietando ciò che “abbassava gli standard morali” degli spettatori – il nudo, le droghe, le “perversioni sessuali”, persino il parto – e le case di produzione facevano pressione sulla vita privata degli attori, assortendo ad hoc coppie etero a beneficio della stampa. Arrivavano persino a orchestrare matrimoni di facciata, i cosiddetti lavender marriage: Barbara Stanwyck, ad esempio, ne avrebbe contratti ben due, mentre portava avanti relazioni omosessuali in quel sottosuolo nascosto di attrici lesbiche e bisessuali che Marlene Dietrich chiamava sewing circle (“il circolo del cucito”). E sembra che anche la lunga relazione tra Spencer Tracy e Katharine Hepburn fosse “solo” una grande amicizia: secondo lo sceneggiatore Larry Kramer, attivista LGBTQ+, entrambi erano omosessuali e furono accoppiati dalla casa di produzione. 

Spencer Tracy e Katharine Hepburn

Se negli studios i diversi orientamenti sessuali erano tollerati – e un certo progressismo permetteva di accogliere artisti di ogni preferenza – infatti, a Hollywood vigeva una doppia morale. In privato tutto era concesso, a patto che non emergesse: la facciata di allineamento agli standard tradizionali da presentare alla società puritana, almeno fino all’epoca della rivoluzione sessuale, doveva essere impeccabile, per non intaccare l’immagine dei divi e non danneggiare le case di produzione. Il prezzo da pagare era la fine della carriera, come fu per Billy Haines, costretto ad abbandonare il cinema quando rifiutò di lasciare il suo compagno, come richiesto dalla casa di produzione. Haines si reinventò designer ed ebbe fortuna, ma non per tutti le cose andarono allo stesso modo. Ed è comprensibile che, in quel contesto, molti preferissero mantenere la propria vita privata segreta, per non avere problemi e dimostrarsi perfetti esponenti di quel mondo patinato che, pur liberale all’interno, doveva essere accettato dalla severa società statunitense. 

Gli attacchi omofobi non erano certo estranei a questo mondo, come dimostra la storia del primo dei divi cinematografici, Rodolfo Valentino, che la biografia A Dream of Desire descrive “gay per inclinazione naturale e bisessuale per convenienza”. Secondo affermazioni del 1987 di Angelo Pezzana – fondatore del Fuori! (Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano) – Rodolfo Valentino fu la prima grande vittima dello star system, oppresso da un lato dall’obbligo di eterosessualità imposto da Hollywood, che con lui inaugurò il mito del latin lover; e dall’altro dalle insinuazioni degli invidiosi, espressione anche del razzismo verso l’attore italiano che faceva impazzire le ammiratrici, definito nel 1926 da un cronista del Chicago Herald Examiner, “piumino da cipria rosa”. 

Nei migliori anni della celluloide attori e attrici erano di fatto proprietà privata dello studio cinematografico che li controllava, fuori e dentro lo schermo, assicurandosi che non tenessero comportamenti che ne avrebbero potuto inficiare l’immagine. Marilyn Monroe è forse la più celebre vittima di questa logica, relegata suo malgrado nel ruolo di bionda non troppo sveglia e usata come pedina politica. Dipinta da Hollywood come il sogno erotico di ogni uomo, la storiografia ce ne consegna un’immagine ben più profonda, dalla grande statura umana e intellettuale. Oggi si ritiene che la diva fosse bisessuale e avesse anzi una preferenza per le donne, tra cui ci sarebbero state anche Joan Crawford, Barbara Stanwyck, Marlene Dietrich e Judy Garland, oltre a una ragazza di 16 anni, membro del suo fan club. L’orientamento sessuale di Monroe non era un mistero per i suoi colleghi, tra cui il regista Jean Negulesco a cui la diva avrebbe confidato di non avere soddisfazione dagli incontri con gli uomini, che pure nella sua vita non mancarono: i tre matrimoni naufragati risposero, forse, a quella pressione verso l’eterosessualità che potrebbe aver contribuito alla depressione dell’attrice.

Marilyn Monroe

Allo stesso modo Tab Hunter fu incastrato nel ruolo di “fidanzato d’America” e dovette nascondere la propria omosessualità per non vedersi rovinata la carriera, per rivelarla poi nell’autobiografia del 2005. Gli studios lo associavano – anche attraverso finti appuntamenti, per il bene delle cronache mondane – a Debbie Reynolds, ma la testata di gossip Confidential – che inventava grandi storie intorno a un briciolo di verità –  riportò a galla un fatto risalente a prima che Hunter diventasse attore, quando fu arrestato a una festa con ospiti gay, presentata dalla rivista come un festino con orge omosessuali. L’insinuazione, prospettandogli le fine della carriera, spaventò Hunter, che definendo la propria vita privata “diversa da come Mr e Mrs Middle America immaginavano” racconta che fu salvato dall’uscita in contemporanea di un numero di Photoplay, sulla cui copertina veniva associato a Natalie Wood.

Un’altra vittima di tentato outing a opera di Confidential fu Rock Hudson, un sex symbol incontrastato, sul cui orientamento omosessuale nel 1955 la rivista tentò di diffondere un articolo scandalistico. La Universal Pictures, che all’epoca aveva sotto contratto Hudson, pagò 10mila dollari per bloccarne la pubblicazione e l’agente dell’attore per far tacere i pettegolezzi organizzò anche un matrimonio di copertura con la sua segretaria. Nel 1984 l’orientamento sessuale di Hudson venne poi rivelato, a seguito della scoperta di aver contratto l’Hiv, il cui decorso, dato lo stadio primitivo delle cure, fu rapido e il declino fisico dell’attore evidente. Hudson provò a spiegare la perdita di peso come la conseguenza di diete e patologie, prima di diffondere, nel luglio 1985, un comunicato in cui, da Parigi, divulgava coraggiosamente la diagnosi di Aids. Fu la prima celebrità a farlo.

Rock Hudson

L’ospedale in cui si trovava si svuotò per il terrore del contagio, effetto dell’ignoranza abissale che all’epoca circondava la malattia, e così il divo decise di tornare negli Stati Uniti, e fu costretto a prenotare un intero aereo per sé. La sua morte lasciò il mondo a bocca aperta e contribuì, tragicamente, a cambiare l’immaginario che associava l’Hiv a degrado, povertà ed emarginazione. 

Le relazioni di facciata orchestrate dagli studios – mentre gli attori portavano avanti relazioni segrete o si procacciavano incontri fugaci – non erano rari, perché i contratti imponevano loro di sottostare a una clausola di moralità anche nei comportamenti privati. Anche per questo Montgomery Clift fu più libero di vivere la propria vita privata, dato che non si legò a nessuna major e a un certo punto si trasferì a New York, all’altro capo del Paese.

Nonostante la narrativa diffusa dalle biografie di Clift – come sottolinea il Guardian – per le quali l’attore era dipendente da farmaci e alcol perché tormentato dalla propria omosessualità, in realtà pare che vivesse il proprio orientamento in modo civile e moderno e così facesse la sua famiglia. Il documentario del 2018 Making Montgomery Clift prova a rendere giustizia postuma all’attore, morto nel 1966 a 45 anni, sottolineando che i suoi problemi erano conseguenze dell’incidente stradale in cui, nel 1956, il divo rischiò la vita, e a seguito di cui subì molte operazioni. Clift ne emerge come attore libero, che contribuì a portare sullo schermo un nuovo modello di uomo, non solo bello e virile, ma anche sensibile, vulnerabile e capace di ascoltare. La biografia, a firma di Patricia Bosworth, fu probabilmente influenzata dall’epoca in cui fu pubblicata, gli anni Settanta. Quando per rispecchiare le aspettative del pubblico un protagonista gay doveva appare per forza tormentato e non vivere pacificamente il proprio orientamento.

Montgomery Clift

Negli anni Cinquanta tra chi si adeguava a modo suo a questo meccanismo c’era anche Marlon Brando, che avrebbe avuto una tormentata relazione con il collega James Dean – altro sex symbol maledetto – oltre ad altri incontri fugaci con diversi grandi nomi dell’epoca (compreso Cary Grant, secondo le testimonianze riportate nella biografia Brando Unzipped di Darwin Porter). A dimostrare che gli attori vivevano tranquillamente la propria vita privata ci sarebbero le affermazioni di Brando stesso (“Come molti uomini, anche io ho avuto esperienze omosessuali, e non me ne vergogno. Non ho mai prestato molta attenzione a quel che la gente pensa di me”) e James Dean, che, alla domanda se fosse omosessuale, avrebbe risposto: “No, non lo sono. Ma non ho nemmeno intenzione di affrontare la vita con una mano legata dietro la schiena”. Molti colleghi condividevano quindi questa visione, ma il bigottismo benpensante no e di conseguenza nemmeno l’industria cinematografica di Hollywood, che doveva assecondarlo per restare in piedi.

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