Una legge potrebbe punire l’omofobia. Ma cosa facciamo per la società italiana?

Secondo il report annuale Rainbow Map&Index di ILGA-Europe, l’International Lesbian & Gay Association, l’Italia garantisce alla comunità LGBTQ+ solo il 22% dei diritti di cui godono gli altri individui (dove per “altri individui” si intendono evidentemente i maschi bianchi eterosessuali). Posizionato al 35esimo posto su 49in Paesi, il nostro ottiene bassi punteggi in quasi tutte le categorie oggetto dello studio, che evidenzia problematiche soprattutto in tema di famiglia, sicurezza e uguaglianza. “È cruciale per le comunità di tutto il mondo che ci siano leggi efficaci per il riconoscimento del diritto all’autoderterminazione delle persone trans, forti tutele contro la violenza e i discorsi omofobi, parità di accesso alle tecniche riproduttive e il divieto di intervenire chirurgicamente sui bambini intersex”, aggiunge il vicepresidente Micah Grzywnowicz.

Al contrario di altri Paesi, in cui da tempo sono state approvate leggi contro l’omofobia, la bifobia e la transfobia, in Italia sono più di vent’anni che si cerca di colmare un vuoto normativo ingiustificabile. La prima proposta fu presentata nel 1996 da Nichi Vendola, ma sono stati necessari quasi dieci tentativi prima che il nuovo testo di legge “in materia di violenza o discriminazione per motivi di orientamento sessuale o identità di genere” firmato da Alessandro Zan, deputato del Partito democratico, fosse finalmente discusso in Commissione Giustizia lo scorso ottobre.

Il disegno di legge, composto da due articoli, prevede l’allargamento della sfera di applicazione della già esistente “Legge Reale-Mancino” – che punisce i reati e i discorsi d’odio fondati su caratteristiche personali come la nazionalità, l’origine etnica e la confessione religiosa – anche alle istigazioni e violenze di tipo omotransfobico, basate cioè sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. A differenza di alcuni testi precedenti si concentra quindi sull’aspetto penale, eliminando per ora l’istituzione della Giornata contro l’omotransfobia, dei centri antiviolenza e delle rilevazioni Istat, necessarie per monitorare il fenomeno. Nel mondo giuridico ha però sollevato perplessità un punto in particolare. Antonio Rotelli, co-fondatore di Rete Lenford, ha espresso dubbi sulla scelta di limitarsi a inserire nel testo penale le espressioni “orientamento sessuale” e “identità di genere” senza darne una definizione esatta. Si tratta di “espressioni che sono già presenti nella nostra legislazione civilistica, ma da nessuna parte sono esattamente definiti”, ha dichiarato. “La questione ‘definitoria’ nel diritto penale diventa fondamentale, perché occorre rispettare alcuni principi, tra i quali quello di determinatezza”.

C’è poi chi da anni si scaglia contro l’approvazione di questa legge perché ritenuta superflua, liberticida e in grado di conferire “un enorme potere poliziesco” alla lobby gay, dimenticando che l’articolo 21 della Costituzione garantisce la libertà di espressione solo fino a quando questa non costituisce un elemento di pericolo nei confronti della dignità e dell’incolumità delle persone. Affermare che una legge contro l’omofobia non sia necessaria, in Italia come nel resto del mondo, significa negare che la comunità LGBTQ+ sia ancora vittima di discriminazioni, ritorsioni, violenze e che tutti coloro che ne fanno  parte possano vivere una vita piena, che goda di tutti i diritti concessi agli altri.

L’opposizione ideologica che viene fatta contro questa legge dimostra quanto sia necessaria, per quanto simbolica e in ritardo, ma non sufficiente. È necessario un profondo cambiamento di rotta nell’opinione pubblica. A maggio saranno passati trent’anni da quando nel 1990 l’Organizzazione mondiale per la sanità eliminò l’omosessualità dall’elenco delle malattie mentali, definendola “una variante naturale del comportamento umano”. Prima di allora era considerata una deviazione sessuale o un disturbo di personalità. Anche la disforia di genere è stata trasferita dalla lista dei disturbi psichiatrici a quella dei disturbi della salute sessuale solo l’anno scorso per garantire alle persone transgender l’accesso alle importanti cure sanitarie cui potrebbero volersi sottoporre. Eppure sembra che omofobi, misogini, transfobici, xenofobi ancora oggi non abbiano alcun timore di uscire allo scoperto, segno evidente che non bastano proclami e gesti dall’alto per sradicare i pregiudizi insiti nella mentalità della popolazione. Questi per di più si sentono legittimati dai rappresentanti delle istituzioni che ostacolano l’asilo politico per i rifugiati LGBTQ+, partecipano al Congresso delle Famiglie di Verona e tollerano l’affissione di manifesti omofobi.

L’omofobia non si manifesta infatti solo con le aggressioni, ma anche rendendo più difficile il percorso delle leggi, pubblicizzando terapie di riparazione per “guarire dall’omosessualità”, smantellando di città in città gli strumenti che abbiamo per difenderci: leggi regionali, accordi tra amministrazioni, investimenti di fondi per progetti di prevenzione e contrasto nelle scuole. Denunciare un episodio omofobo non può essere la soluzione di questo problema sociale. Chi denuncia, se non ha fatto coming out, può avere paura di essere abbandonato dalla famiglia e dagli amici, o paradossalmente di subire altre ripercussioni. Secondo i dati Ocse le denunce nel 2018 per omotransfobia in Italia sono state solo cento, ma basta guardare il sito della campagna #donotcover, finanziata dal dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Brescia grazie ai fondi di Call It Hate (un progetto europeo per sensibilizzare sui crimini d’odio contro la comunità LGBTQ+), in cui si possono lasciare testimonianze anonime di aggressioni subite, per notare come i numeri reali siano molto più alti: 335 in un solo mese.

 

Viviamo ancora in un Paese in cui l’omosessualità, se non è condannata, è rimossa, censurata, nascosta. Il sistema eteropatriarcale, che per secoli ha modellato la nostra cultura, ha fatto sì che fin da bambini ai maschi venisse richiesto di essere dominanti e oppressivi, bandendo ogni possibile vulnerabilità, mentre alle femmine di essere accondiscendenti e servizievoli, destinate a lasciarsi sempre guidare dall’uomo. In Dovremmo essere tutti femministi Chimamanda Ngozi Adichie scrive: “Facciamo un grande torto ai maschi educandoli come li educhiamo. La virilità è una gabbia piccola e rigida dentro cui rinchiudiamo i maschi”. Se sei un ragazzo non puoi essere effeminato altrimenti sei gay, non sei un vero uomo; se sei una ragazza non puoi essere mascolina altrimenti sei lesbica, sei un uomo. Il metro di confronto della nostra società è la violenza, la figura del maschio forte e oppressivo. Per essere accettati si passa la vita a trovare una versione di se stessi capace di appagare gli altri e di esporsi in questo modo a meno umiliazioni possibili. Si viene così “compendiati”, la società riduce tutto quello che siamo e che vorremmo essere al nostro mero orientamento sessuale.

Chimamanda Ngozi Adichie

I pregiudizi sono da sempre una funzione divisiva per rimarcare l’appartenenza a un ingroup e la distanza da un outgroup e queste dinamiche si ripetono anche all’interno della comunità LGBTQ+ stessa. Finiamo per assorbire a tal punto i comportamenti e le opinioni discriminatorie altrui che anche chi fa parte della comunità dice che il Pride non serve, che dovresti essere meno effeminato e più macho, che è normale che ci odiano se per richiedere diritti ci travestiamo da pagliacci. Ciò che degli altri ci mette a disagio è quello che abbiamo paura vedano e giudichino in noi, discriminandoci.

Ma essere gay, lesbica, bisessuale, trans, queer o altro, non è un merito o una colpa: è una cosa che succede e basta. Ma nonostante la scienza lo abbia confermato da tempo, la percezione a oggi è cambiata solo in parte. Secondo l’ultima edizione dell’indagine ”Society at a Glance” con cui l’Ocse esamina le tendenze sul benessere sociale, l’Italia si posiziona al di sotto della media degli altri Paesi: ottiene un punteggio di livello 3 nella scala di accettazione delle persone LGBTQ+ che va da 1 a 10 punti. Per fare un esempio, solo il 37% degli intervistati accetterebbe una persona transgender come collega o parente. Essere transessuali in Italia è ancora un problema. Inoltre, i candidati italiani omosessuali con lo stesso curriculum di un eterosessuale hanno il 30% in meno di possibilità di essere contattati per un colloquio, mentre uno studio dell’università di Milano-Bicocca evidenzia come “il rischio di suicidio e di comportamenti pericolosi per la vita è più elevato tra gli adolescenti appartenenti alle minoranze sessuali, in quanto sono generalmente a più alto rischio di isolamento, esposizione alla violenza, e stigmatizzazione, sia autoinflitta che inflitta da pari o familiari”.

Per contrastare queste convinzioni non basta agire sulla legislazione. Oltre all’apertura di maggiori centri antiviolenza e case rifugio, come la Casa Famiglia Refuge LGBT di Roma e la Casa Arcobaleno di Milano, servono occasioni di educazione e sensibilizzazione a scuola, a casa, a lavoro, coinvolgendo persone di ogni età su temi come la violenza di genere e l’omofobia. Abbiamo bisogno di azioni di contrasto credibili ed efficaci, che permettano di costruire la consapevolezza che le differenze sono una ricchezza e che l’educazione alla diversità è possibile. Gli interventi possono poi prevedere corsi di formazione rivolti alle forze dell’ordine, agli psicologi e a chi lavora nel pubblico, per migliorare la loro capacità di intervenire e di interagire con persone della comunità LGBTQ. Un ruolo molto importante spetta anche ai media e al loro dovere di cronaca, di rappresentare ogni minoranza senza stereotipi e pregiudizi, a partire dal linguaggio utilizzato. E poi a tutto quello che rappresenta il mondo della produzione culturale: incapaci di riconoscersi in un testo o in un film, le persone LGBTQ+, fin da bambine, per poi passare all’adolescenza, hanno la sensazione che la propria vita non sia degna di essere raccontata, rappresentata, discussa, celebrata.

Molti progetti per contrastare l’omofobia e la transfobia sono finora stati frutto di iniziative volontarie di associazioni locali o di regioni che hanno messo in campo finanziamenti temporanei, purtroppo inadatti a offrire servizi continuativi. RE.A.DY è infatti la Rete nazionale delle pubbliche amministrazioni anti discriminazioni per orientamento sessuale e identità di genere con cui diverse amministrazioni hanno sviluppato buone prassi per favorire l’inclusione e promosso atti e provvedimenti amministrativi che tutelano dalle discriminazioni. È necessario che queste iniziative vengano svolte su tutto il territorio e che la battaglia all’omofobia diventi un impegno civile, non solo della comunità LGBTQ+, ma di tutti.

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