Il punto di riferimento di Letta è l’Ulivo. Altro che rinnovarsi, il PD vuole continuare a fallire. - THE VISION

Al Partito Democratico viene storicamente rimproverata, soprattutto dai suoi potenziali elettori, una scarsa propensione a rinnovarsi. Cercare di restare attaccati il più possibile, senza cambiamenti, al proprio ruolo nelle istituzioni sembra sia diventata la sua ambizione-condanna e qualsiasi speranza di trasformazioni rivolte al futuro viene recisa sul nascere. Dopo l’esperienza di Nicola Zingaretti, dimessosi da segretario dichiarando di “vergognarsi di un partito che parla solo di poltrone”, ci si aspettava una svolta simbolica e identitaria. Una faccia nuova, possibilmente giovane e magari donna. Invece hanno ritirato fuori Enrico Letta: un ex segretario già defenestrato un decennio prima. Intervistato sul palco di RepIdee 2022, Letta ha riassunto l’anacronismo del PD spiegando di prendere come punto di riferimento l’Ulivo, ovvero una creatura politica di 26 anni fa che ha dato il colpo di grazia finale alla sinistra italiana post Svolta della Bolognina.

Il segretario del PD ha parlato di un “campo largo” per le alleanze. Un campo che rischia di trovare uno accanto all’altro Di Maio e Fassina, Casini e Fratoianni, Bersani e Calenda, e quindi ripercorrere gli stessi sbagli dell’esperienza dell’Ulivo. Già nel 1996 il progetto di Prodi era quello di formare un gruppone composto da ex democristiani, ex comunisti, ciellini, centristi, marxisti e teodem, tutti nello stesso calderone per accumulare voti. Alle elezioni funzionò, inferendo la prima sconfitta a Silvio Berlusconi. Nella pratica, al momento di governare, vennero fuori tutte le diversità all’interno di una coalizione estremamente frammentata, come era lecito aspettarsi, e questo ingigantì la crisi ideologica degli elettori di sinistra orfani del PCI, che rimasero disorientati di fronte a un contenitore all’americana con vaghe tinte labouriste. L’esperimento venne ripetuto nel 2006 con gli stessi risultati: vittoria risicata alle elezioni e disgregazione successiva. Il governo Prodi I cadde in seguito al ritiro dell’appoggio di Rifondazione Comunista di Bertinotti, il Prodi II   dopo le dimissioni di Mastella da ministro della Giustizia e il suo passaggio nel PdL. A causa quindi di un comunista e di un democristiano. Se l’idea di fondere Peppone e Don Camillo non era evidentemente la più brillante già lo scorso ventennio, figuriamoci nel 2022.

Nel febbraio 1995 Romano Prodi ha fondato la coalizione dell’”Ulivo”, che lo ha designato come suo candidato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri in occasione delle elezioni politiche

Il percorso dell’Ulivo prima e del PD poi, con il passaggio di consegne da Prodi a Veltroni, ha portato gli elettori di centrosinistra a sentirsi smarriti, privi di una concreta rappresentanza. È come se in questi 26 anni il partito avesse deciso di vivere e sopravvivere esclusivamente sul riflesso del “nemico”. Quando si parla di uno zoccolo duro che voterà sempre il PD, infatti, si commette un errore di fondo, poiché si tratta piuttosto di elettori che non voteranno mai “gli altri” e che barrano il simbolo del partito a malincuore. Lo facevano per evitare che vincesse Berlusconi, poi per arginare il populismo del M5S, il sovranismo di Salvini e adesso le derive ancora più destrorse rappresentate da Meloni. Arroccarsi sulla consapevolezza dell’efficacia del voto utile, leggasi male minore, ha portato il PD a mantenere uno status quo, a non rinnovarsi e a sopravvivere entrando e uscendo dai vari governi con la prosopopea della “responsabilità istituzionale”, senza però restare al passo coi tempi. Ha così perso le sue roccaforti e le certezze sociali che appartenevano alla sinistra. Se gli operai votano Salvini e Meloni, qualcosa deve essere andato storto.

Romano Prodi e Walter Veltroni

Letta, giustamente, parla dei pericoli di un’eventuale vittoria della destra alle prossime elezioni, ma omette il processo che ha favorito l’ascesa di certi personaggi. Se il sonno della ragione genera mostri, il PD si trova in uno stato di sedazione profonda. Senza le nefandezze del centrosinistra non sarebbe mai nato il M5S con tutta la stagione del populismo e dei sentimenti di pancia; non sarebbero nemmeno emersi l’odio di classe e quello generalizzato, con la scalata di Salvini a catalizzarlo per modificare geneticamente il DNA politico e antropologico degli italiani. E lo stesso vale per i sussulti neofascisti di Fratelli d’Italia. Se la peggiore destra della storia repubblicana rischia di arrivare al potere, il motivo non si nasconde dietro un rincoglionimento collettivo di un’intera nazione, ma in un senso di sfiducia verso chi dovrebbe rappresentare istanze progressiste e invece si è piegato al neoliberismo in salsa italiana, verso chi promette di fare da argine a certe derive ma non propone una visione a lungo termine. Qualunque partito di centrosinistra fedele ai suoi ideali avrebbe vita facile contro un elemento a tre teste composto da un condannato per frode fiscale (Berlusconi), un vecchio cuore padano con la passione per il Cremlino (Salvini) e una leader che ha “un rapporto sereno con il fascismo” (Meloni). E, invece, il PD il prossimo anno si appresterà a riproporre il suo spettacolo più riuscito: l’analisi della sconfitta.

Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini

Letta, ospite a DiMartedì, parlando delle alleanze ha dichiarato “Per vincere non dobbiamo escludere nessuno”, ma quello che manca al PD è proprio il contrario, ovvero un processo di sottrazione per arrivare all’essenzialità di un disegno politico che non dipenda dalle beghe di alleati e avversari. Invece continua a voler imbarcare nuovi ospiti in uno spazio ormai ristretto, considerando che già l’alleanza con il M5S si è rivelata raffazzonata e poco vantaggiosa per entrambi i partiti. Se il governo Conte II è servito a non andare alle urne e l’ammucchiata di Draghi è stato un compromesso mal digerito per affrontare la seconda parte della pandemia e pianificare la ripresa, i legami con i grillini a livello regionale e comunale appaiono come un tentativo di consolidare un sodalizio che entrambe le parti fanno fatica a metabolizzare, dopo anni di insulti reciproci e una lotta tra politica e antipolitica. Oggi il M5S è a un passo dall’estinzione – tra battaglie fratricide, scissioni e sfiducie dietro l’angolo – ma il PD non si è mosso dal suo presunto ruolo di sentinella, ovvero il partito che per qualche congiunzione favorevole riesce sempre a infilarsi in un esecutivo, senza però mai cambiare pelle e riconquistare quell’elettorato perduto.

Mario Draghi

Secondo Letta “L’alleanza con i 5Stelle non è una strada che va seguita soltanto per costrizione di questa legge elettorale, ma è una scelta necessaria”. Legge elettorale che tutti i partiti vogliono cambiare da tempo, ma ci ritroviamo a meno di un anno dalle prossime elezioni senza un’opportunità concreta. Il segretario del PD ribadisce che “l’idea di cambiarla è largamente consensuale nel nostro partito”, ma son passati più di quattro anni dalle scorse elezioni e non è stato fatto alcun passo in avanti in tale direzione e, restando così le cose, c’è il rischio che ancora una volta si giunga a una maggioranza con uno scarto minimo, e con il conseguente balletto politico fatto di compromessi e interventi del Quirinale per la formazione di un governo già zoppo sul nascere. Quindi il PD sa già che per sperare in una vittoria – che al momento pare comunque poco probabile – dovrà necessariamente allearsi con corpi estranei, non tanto graditi agli elettori. Per di più il M5S attuale non è quello che quattro anni fa sfondava la barriera del 30%, ma un partito in decomposizione che rischia davvero di arrivare a percentuali da Azione o Italexit.

Enrico Letta

Eppure Letta è convinto che “l’autosufficienza non sia sintomo di forza, ma di debolezza, perciò dobbiamo costruire alleanze”. Una visione bidimensionale che riporta a una grande accozzaglia più che al tentativo di restaurare un centrosinistra traballante. Chi osa sostenere che sia meglio concentrarsi sul proprio partito, correre da soli e ripartire dalla base a costo di finire all’opposizione, riceve una risposta laconica: “Così si consegna il Paese alla destra”. Tralasciando il fatto che, molto probabilmente, questo avverrebbe anche se il PD si alleasse con tutto il resto dell’arco parlamentare, viene da chiedersi se non sarebbe meglio fare una tabula rasa e ripartire da zero. Forgiare l’identità perduta ricominciando dal territorio, dalle fabbriche, dai ceti sociali consegnati alle chimere sovraniste e non pensare, per una volta, al numero di seggi ottenuti, ma alla qualità dei voti incamerati più che alla quantità. Perché andare avanti per inerzia può funzionare per un breve lasso di tempo, non per quasi trent’anni, e l’illusione che un avversario possa prima o poi autodistruggersi – come è capitato con Berlusconi, i grillini, Salvini, il cavallo di Troia Renzi e in futuro, forse, Meloni – non è una tattica funzionale, in quanto ne sbucheranno sempre di nuovi e sempre più scaltri nell’ammaliare il popolo facendo leva sulle frustrazioni del momento e sugli slogan di facile consenso. E così continuerà il loop temporale di un centrosinistra costretto a chiedere i voti per “non far vincere gli altri”. È qui che sbaglia Letta: l’autosufficienza non è solo sintomo di forza, ma l’unica possibilità per tornare a essere credibili agli occhi di chi ormai si presenta alle urne con una sensazione di nausea sempre più forte.

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