Come Giorgia Meloni finge di non essere fascista grazie alla strategia social

Pochi anni fa Fratelli d’Italia era il partito dei saluti romani di La Russa e della testa in legno del Duce orgogliosamente conservata da Daniela Santanchè sul comodino. Erano i figli del Movimento sociale italiano e di Almirante, non abbastanza spavaldi da presentarsi a Predappio per le commemorazioni su Mussolini, ma sempre puntuali nell’attaccare la ricorrenza del 25 aprile. Adesso la creatura di Giorgia Meloni sfiora il 15% nei sondaggi, ed è diventata protagonista alla pari insieme della Lega nella manifestazione contro il governo Conte attesa a Roma per il quattro luglio. Lo ha fatto, raggruppando i nostalgici della destra più o meno estrema e un’ondata di nuovi simpatizzanti che seguono la viralità della Giorgia nazionale, spesso senza rendersi conto di appoggiare ideali neofascisti.

Per arrivare a questi risultati è stato necessario un lavoro di cesello sulla sua comunicazione. L’estrema destra in Italia basa infatti la sua esperienza, e spesso la sua sopravvivenza, sulla prospettiva da cui viene osservata. Gli ideali possono essere delegittimati se non attecchiscono nel tessuto politico e sociale, e sdoganati se vengono all’apparenza edulcorati, anche se nella sostanza restano identici. Per differenziare Fratelli d’Italia da CasaPound, per esempio, bisognava mascherare certe ideologie con un’impostazione pop della sua propaganda. Il leader di riferimento si presta bene: Meloni è la classica persona di estrema destra che passa l’intera carriera a fingere di non esserlo. I media assecondano la sua strategia, dipingendola come una nazionalista all’acqua di rose, una sorridente popolana che sta dalla parte della gente, una mamma. Pazienza se questa madre porta avanti posizioni xenofobe e retrograde: basta pronunciare un Dio, patria e famiglia e passa la paura.

Giorgia Meloni è diventata Giorgia Meloni attuando la stessa strategia di Matteo Salvini: capire anni prima degli altri partiti italiani l’importanza di affidarsi a un buon social media manager. Il leader leghista ha costruito la sua fortuna politica seguendo i dettami della Bestia, con Luca Morisi nei panni dello spin doctor, del factotum e allo stesso tempo dello statista da Facebook. Meloni ha deciso allo stesso modo di stravolgere la comunicazione di Fratelli d’Italia – e la sua immagine – affidandosi a Tommaso Longobardi, web influencer nemmeno trentenne che ha militato in Nazione futura e Gioventù nazionale prima di accettare nel 2018 di diventare la Bestia di Giorgia Meloni.

Chi si occupa della comunicazione ha un ruolo di punta nel panorama politico, e non a caso lo stipendio di Rocco Casalino supera quello del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Longobardi non ha un curriculum di grande rilievo: sostanzialmente realizzava meme su Facebook per alcune pagine sovraniste. Per lui parlano più i risultati: la trasformazione social di Meloni ha portato il suo partito a tallonare il M5S nei sondaggi. Nel 2019 è cresciuta del 140% nella visibilità su Facebook, sfiorando quattro milioni di interazioni al mese, al secondo posto tra i politici italiani dietro Salvini. Longobardi, che ha lavorato un anno per la Casaleggio Associati, è riuscito a far coesistere nella stessa narrazione i gattini e i barconi da affondare, i buongiornissimi-caffè e la xenofobia. E gli italiani hanno gradito.

Se Morisi ha bonificato il passato di Salvini, cancellando l’odio verso il Sud e le mire secessioniste, Longobardi ha cercato di mettere un velo sul “rapporto sereno col fascismo” di Meloni. Allo stesso tempo non si poteva perdere il precedente elettorato di riferimento, e così Meloni non ha mai smesso di strizzare l’occhio alle frange più estreme della destra. In questo modo Fratelli d’Italia ha potuto candidare il nipote di Mussolini alle ultime elezioni Europee, ma gli italiani si sono tranquillizzati perchè Meloni su Facebook non ha mai smesso di postare foto di prodotti gastronomici. È questo il segreto del successo di Fratelli d’Italia, che con la mediaticità della sua leader maschera una verità fuori discussione: il partito conserva la stessa matrice di CasaPound.

Fratelli d’Italia ha un programma politico simile a quello di CasaPound. Il primo punto del manifesto dei tartarugati si intitola “Uscire dall’Euro” e fa leva su alcuni spunti come l’abbandono della moneta unica europea e la nazionalizzazione della Banca d’Italia. Nel 2014, durante il primo discorso dopo l’elezione a presidente di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni ha deciso di porre l’attenzione proprio su questo argomento, dichiarando: “Lo diciamo alla sorda Germania, l’Italia deve uscire dall’Euro”. Ha inoltre più volte proposto la nazionalizzazione della Banca d’Italia. Sia CasaPound che FdI parlano di queste proposte economiche riallacciandosi alla narrazione della sovranità popolare minata dal nemico Europa, spingendo sul patriottismo e sul concetto di una non meglio definita identità di popolo.

Anche il paragrafo dedicato all’immigrazione nel programma di CasaPound sembra scritto da Giorgia Meloni: stop immigrazione, no Ius soli, rimpatrio. Qui si notano addirittura le ripetizioni degli slogan, con una scelta dello stesso lessico: Meloni dice che “La cittadinanza italiana non può e non deve essere mai un automatismo”, mentre CasaPound ribadisce che bisogna “Scongiurare qualsiasi automatismo nell’acquisizione della cittadinanza italiana”. Fratelli d’Italia e CasaPound sono sullo stesso piano anche quando si parla di legittima difesa, di potenziamento militare per armi e difesa, di ripristino della leva obbligatoria e di tutte quelle tematiche riconducibili alla forza militare di una nazione, che in Italia sono diventate un appannaggio storico dei partiti di destra. 

Ma è soprattutto il fascismo intrinseco ad accomunare queste due forze politiche, con Meloni che riesce a controllarsi e a dosare le parole, a differenza di molti rappresentanti del suo partito. Francesco Minutillo, all’epoca coordinatore provinciale di Fratelli d’Italia, è arrivato a scrivere su Facebook testuali parole dopo l’attentato di Nizza del 14 luglio 2016: “Mentre i cani islamici ci uccidono e ci sterminano, noi pensiamo a fare leggi perché i froci si possano sposare e ci scandalizziamo se un negro viene accoppato dopo aver aggredito un italiano. Che paese di merda! Servono nuove leggi razziali a tutela della cristianità. Ma gli italiani popolo bue non lo faranno anche per colpa della nostra schifosa costituzione scritta dai maiali partigiani. Che venga lo zio Adolfo a fare più ordine”. Minutillo è stato sospeso dal partito pochi giorni dopo, ma è stato promosso alla dirigenza nazionale appena si sono calmate le acque.

Episodi simili sono all’ordine del giorno tra le fila di Fratelli d’Italia. Nel novembre 2019 Francesco Stefanetti, commissario di Fratelli d’Italia a San Severo, ha scritto all’indirizzo della senatrice a vita Liliana Segre: “Ma chi se la incula?”. Giuseppe Cannata, consigliere di Fratelli d’Italia a Vercelli, ha commentato un post su Facebook del senatore Simone Pillon con un emblematico “Ammazzateli tutti ste lesbiche, gay e pedofili”. Loris Corradi, altro esponente del partito di Giorgia Meloni, si è presentato a una festa in piazza con la maglietta “Se non puoi sedurla, puoi sedarla”. La dirigenza nazionale di Fratelli d’Italia passa il tempo a prendere le distanze dai suoi stessi esponenti, ma è evidente che non si tratti di incidenti isolati, ma di un sentire comune all’interno della base del partito. Non si può quindi liquidare come una goliardata l’iniziativa di diversi membri di Fratelli d’Italia, che hanno organizzato una cena dedicata a Mussolini a pochi chilometri da Pozza Umito, paesino delle Marche dove nel 1944 le forze nazifasciste hanno trucidato 44 persone, compresa una bambina di cinque anni. Dai vertici possono continuare a condannare questi gesti, ma la realtà è che si tratta del tratto distintivo di un partito che cavalca il sovranismo di Steve Bannon e la nostalgia dei fascisti irriducibili, unendo il peggio di passato e presente.

Eccolo il successo di Tommaso Longobardi, l’uomo che è riuscito a istituzionalizzare Fratelli d’Italia. Oggi Meloni è tra i politici che appaiono di più in televisione e tra quelli con il maggior seguito social, anche perché quasi nessun giornalista o conduttore televisivo ha mai ammesso la pericolosa vicinanza tra Fratelli d’Italia e le frange neofasciste italiane. Viene quindi da chiedersi come sia possibile che l’esistenza di un’estrema destra venga tollerata, e quella dei suoi fratellastri apparentemente no, almeno a livello formale. Buona parte della risposta è nel potere dei social, nella comunicazione che tende a disorientare gli elettori, mettendo sullo stesso piano la foto di un piatto rigorosamente made in Italy e un link complottista, un consiglio da mamma premurosa e una dichiarazione in cui, nel mezzo di una pandemia, il Presidente del Consiglio viene definito un criminale. Ascoltando la hit Io sono Giorgia si potrebbe fare l’errore di considerare lei e i suoi elettori come un fenomeno folkloristico, dei reazionari arrabbiati ma sostanzialmente innocui. Un errore di valutazione che l’opinione pubblica italiana ha già fatto un secolo fa e ha gettato il Paese in vent’anni di fascismo e nella Seconda guerra mondiale. 

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