Stiamo perdendo il meraviglioso rito collettivo di andare al cinema e può diventare irreversibile - THE VISION

Il cinema sta vivendo una crisi non indifferente, almeno per quanto riguarda la presenza nelle sale. Il box office relativo al weekend del 13-16 gennaio, per esempio, ha visto correre in testa ancora una volta Spider-man No Way Home, distribuito ormai a partire dallo scorso 15 dicembre, seguito da Me Contro Te – Persi nel tempo e Una famiglia vincente – King Richard, che hanno totalizzato rispettivamente 419 mila e 396 mila euro. Lo stesso Scream, atteso quinto capitolo della celebre saga horror, ha esordito nelle sale il 13 gennaio accogliendo solo 6.775 spettatori e incassando una cifra vicina ai 46mila euro. Questi sono numeri negativi, visto che si riferiscono a tutto il territorio nazionale e coinvolgono produzioni ambiziose, ma al contempo non inaspettati, considerata la situazione attuale delle sale cinematografiche colpite duramente dalle conseguenze dell’emergenza sanitaria.

Se i numeri positivi delle produzioni-evento che ci ha regalato questo 2021 come Dune, Eternals, Spider-man No Way Home, No Time to Die o Encanto avevano fatto tirare un sospiro di sollievo riguardo allo stato di salute del grande schermo, la fine dell’anno e l’inizio del 2022 hanno fatto tornare critici, operatori del settore e addetti ai lavori con i piedi per terra, mostrando quanto la crisi apparentemente passeggera delle sale stia diventando un vero e proprio declino provocato da un insieme di fattori, non solo legati alla pandemia ma anche a una nuova corsa all’oro dove le piattaforme streaming sembrano ormai essere diventate l’approdo sicuro. E nemmeno le distribuzioni limitate di film altrettanto importanti come Don’t Look Up ed È stata la mano di Dio hanno cambiato le carte in tavola, considerando che il primo ha totalizzato al box office italiano solo 5,9 mila euro nelle prime cinque settimane di programmazione, con il particolare di essere però diventato il secondo film più visto di sempre su Netflix dopo il suo arrivo sulla piattaforma, con 58,2 milioni di ore visualizzate a livello globale. Situazione diversa da quella del film di Paolo Sorrentino, i cui incassi nelle sale non sono ancora del tutto chiari a causa della policy di Netflix di non renderli pubblici nonostante l’uscita anche al cinema, cosa che ha destato non poche perplessità in alcuni esercenti, i quali – come raccontato in un articolo di Variety – si sono lamentati di non aver potuto partecipare alla corsa a uno dei più importanti film dell’anno, a maggior ragione in una fase tanto delicata.

Dune (2021)
Don’t look up (2021)
È stata la mano di Dio (2021)

Lo scenario che abbiamo di fronte e che pone le sale da una parte e le piattaforme dall’altra sta contribuendo ad alimentare un clima di incertezza soprattutto nei rapporti tra i professionisti coinvolti e i canali di distribuzione, tra cui è ormai lecito aspettarsi riflessioni costanti riguardo al futuro. Riflessioni che, almeno per alcuni, hanno già portato a mosse concrete: analogamente a quanto era successo nel 2020 con l’uscita di No Time to Die, venticinquesimo capitolo della saga di James Bond che era stato rimandato all’anno seguente a causa dell’emergenza pandemica, anche 01 Distribution e Eagle Pictures hanno deciso di rinviare a data da destinarsi le uscite dei nuovi e attesi film Spencer di Pablo Larraìn e Licorice Pizza di Paul Thomas Anderson, rispettivamente previste per il 20 gennaio e il 3 febbraio. Una scelta che non fa altro che testimoniare quanto in queste settimane, all’interno della filiera nazionale di riferimento, stia di nuovo prevalendo un evidente senso di prudenza e vigile attesa.

A questo, si aggiungono poi gli intrecci burrascosi che sono nati a causa del cosiddetto “Day and Date”, fenomeno la cui definizione fu introdotta già alcuni anni fa dall’ex presidente della Disney Company, Bob Iger, per riassumere la scelta sempre più diffusa di distribuire i film in contemporanea in streaming e nelle sale. Questa tendenza, infatti, ha successivamente posto le basi per una causa legale (recentemente risolta con un accordo tra le parti) avviata nel luglio 2021 dall’attrice Scarlett Johansson nei confronti della Disney. Protagonista del film Black Widow, l’attrice newyorkese aveva pattuito nel suo contratto di scrittura firmato nel 2017 dei bonus legati agli incassi da box office, condizione che è stata poi inevitabilmente influenzata dalla scelta estemporanea della Marvel di distribuire il film nelle sale italiane il 7 luglio 2021 e solo due giorni dopo sulla piattaforma Disney +, con l’obiettivo dichiarato di massimizzare i profitti grazie all’immissione del prodotto su più canali possibili.

Scarlett Johansson in Black Widow (2021)

Allo stesso modo, è ormai pubblica la decisione del regista britannico Christopher Nolan di sciogliere il rapporto con la Warner Bros, compagnia di produzione e distribuzione che per anni aveva prodotto alcuni dei suoi principali film come Inception, Tenet, Dunkirk e soprattutto la trilogia di Batman, a causa dei forti dissapori nati tra il cineasta e la stessa compagnia, la quale aveva annunciato la scelta di spostare la distribuzione per tutto il 2021 in simultanea sulla piattaforma HBO Max a causa della pandemia. Proprio per questo motivo, il nuovo film di Nolan incentrato sulla vita del padre della bomba atomica Robert Oppenheimer sarà prodotto invece dalla Universal Pictures, che è riuscita ad aggiudicarsi la preziosa collaborazione dopo l’accaduto. Il fresco motivo del divorzio tra Nolan e la Warner può essere in realtà considerato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, visto il precedente legato alla rocambolesca uscita di Tenet. Inizialmente programmata per il 17 luglio 2020, era stata posticipata prima al 31 luglio e successivamente al 12 agosto, per poi essere definitivamente fissata per il 3 settembre. Calendarizzazione che, nonostante i numerosi posticipi di natura strategica, non aveva permesso al film di ottenere dei buoni incassi consegnando nelle mani dei vertici Warner un ulteriore motivo per muoversi sempre di più verso la strada della distribuzione ibrida.

Tenet (2020)

Se da un lato major e distributori lottano per stare a galla in questo scenario di tempesta, dall’altro ci sono gli artisti coinvolti che dicono la loro, esprimendosi spesso con opinioni polarizzanti. È sicuramente il caso delle recenti dichiarazioni del regista statunitense Paul Thomas Anderson, che ha affermato al New Yorker di non essere d’accordo con le famose dichiarazioni del suo collega Martin Scorsese, il quale in un’intervista a Variety del 2019 aveva dato un’opinione negativa dei film Marvel definendoli più simili ai parchi a tema che al vero cinema. Film come Spider-man, secondo Anderson, sono invece un elemento positivo per il cinema perché hanno appunto il pregio di riportare le persone nelle sale in un periodo così difficile per l’industria. Di un’idea simile è anche l’attore Ben Affleck, che in una recente intervista a Entertainment Weekly ha invece immaginato un futuro in cui nelle sale si vedranno quasi esclusivamente storie di supereroi o film d’animazione. Una posizione meno pragmatica, infine, è stata quella del regista Quentin Tarantino, che dopo aver confermato il suo apprezzamento nei confronti del franchise Marvel ha evidenziato al The Late Show con Stephen Colbert l’importanza del rito collettivo di andare al cinema rispetto all’esperienza definita da lui stesso “usa e getta” del prodotto disponibile sulle piattaforme.

Martin Scorsese
Paul Thomas Anderson

Per ora, numeri alla mano, è diventato difficile non constatare quanto la potenza economica delle piattaforme streaming e soprattutto il loro ruolo ormai predominante, non stiano guadagnando sempre più terreno lasciando alle sale cinematografiche la sola possibilità di aggrapparsi ai film-evento citati sopra per riuscire a illuminare il buio delle poche presenze a mesi alterni. A sua volta, questo binomio, però, non sta facendo altro che allontanare gradualmente dalle nostre abitudini quella di uscire di casa per andare al cinema con gli amici, il proprio partner o la propria famiglia: un fenomeno sociale molto prezioso, che si sta trasformando in un’attività quasi di nicchia e a cui ancora poche persone riescono a dare il giusto valore. E se dal punto di vista strettamente economico i cinema si trovano in grande difficoltà, allora il rituale collettivo a cui ha fatto riferimento anche Quentin Tarantino sembra essersi indebolito a scapito dell’opportunità di rimanere a casa propria di fronte a uno schermo più o meno piccolo.

Quentin Tarantino

Tutto ciò è stato causato soprattutto dalle conseguenze del Covid, ma non solo: l’inclinazione sempre più riscontrabile dello spettatore a prediligere i prodotti usciti sulle piattaforme streaming è infatti una forma di adattamento al mercato in evoluzione, la cui prima vittima sembra essere proprio la filiera delle sale cinematografiche, che a sua volta non è abbastanza sostenuta dalle istituzioni, sia dal punto di vista finanziario che prettamente simbolico. La politica, nella maggior parte dei casi, è infatti rimasta indifferente e succube del cambiamento giunto dagli Stati Uniti, fossilizzandosi da un lato ancor di più sui propri modelli del passato e dall’altro seguendo l’onda delle nuove regole produttive, che stanno indirizzando con una forza disarmante le decisioni delle più importanti compagnie di produzione cinematografica del mondo.

Nonostante questi numeri, tuttavia, è comunque possibile affermare che in realtà la ritualità di andare al cinema non sia ancora andata totalmente perduta. E questo perché, soprattutto nell’ambito del cinema d’autore, spesso molti titoli non vengono proposti sulle piattaforme ma solo in alcune sale selezionate o che prevedono nella loro programmazione anche film meno conosciuti al grande pubblico. Produzioni recenti come Un eroe di Asghar Farhadi, Titane di Julia Ducournau, Tre Piani di Nanni Moretti o È andato tutto bene di François Ozon, per esempio, hanno mantenuto viva la tradizione sociale di vedere un film in sala dimostrando come quest’ultima, indipendentemente dagli incassi e dagli obiettivi economici, sia ormai diventata qualcosa di diverso dal passato, più legato al mondo della cinefilia che al puro intrattenimento: una scelta riservata a un pubblico che non ha mai perso quest’abitudine ma ne riconosce, a maggior ragione ora, lo spessore culturale e sociale.

È andato tutto bene (2021)

Tre piani (2021)

Ed ecco che, quindi, andare al cinema oggi non significa più solo l’approccio agli spazi di una multisala dove scegliere di assistere al film-evento del momento o di puntare sul film d’autore, ma include soprattutto l’opportunità di vedere in un ambiente più peculiare un titolo introvabile altrove e di poterne valorizzare l’unicità artistica, la sua connotazione esclusiva rispetto ai grandi prodotti hollywoodiani e di mantenere viva la capacità critica di saper distinguere il cinema d’essai da quello commerciale, il racconto che esplora da quello che si limita semplicemente a intrattenere. Due realtà figlie della stessa madre, ma che nel tempo hanno preso strade e accolto spettatori diversi. Spettatori che hanno così più scelte a disposizione, di fronte a una spaccatura mai così evidente, che ruotano attorno allo streaming, la realtà della multisala e quella delle sale più piccole. Al centro di queste scelte, personali e ormai fortemente targetizzate, mai come in questo momento non è rimasto altro che il prodotto artistico stesso, che in base ai valori di chi lo ha concepito, gli obiettivi e le ambizioni economiche, viene inserito nel suo canale di distribuzione più adatto dove poter trovare il suo pubblico più affezionato.

Proprio in questo nuovo ecosistema a più facce, allo stesso tempo, il cinema d’essai può trovare nuova linfa vitale perché è per definizione un cinema che in realtà non ha mai davvero perso il suo pubblico, il quale si può definire un vero e proprio zoccolo duro che a sua volta non ha mai abbandonato l’abitudine di andare al cinema, a differenza del pubblico più generalista che è costretto a navigare a vista tra le onde delle scelte confusionarie e spesso improvvise delle grandi major di distribuzione: rinvii, scelte prudenti e conflitti che di certo hanno scalfito il mercato ma non il valore dell’autorialità, che non sta più facendo da contorno agli sfarzi ma da scialuppa di salvataggio per la settima arte insieme ai già citati prodotti Marvel. E, in fondo, chissà se questo scenario non possa servire ad alcune persone per provare a scoprire un cinema che fino ad oggi avevano ignorato, classificandolo come impegnato e riservato ai più appassionati.

Il cinema non rappresenta esclusivamente l’atto di assistere a una produzione in anteprima, è innanzitutto un’esperienza di natura collettiva da consumare all’interno dei confini di una comunità temporanea, che nel tempo ha portato le persone a confrontarsi nello stesso momento con opere di fantasia, provocando in loro reazioni ed emozioni simultanee, nell’atmosfera oscura ma accogliente di una sala silenziosa. Il cinema è un luogo magico, che arricchisce e prende per definizione le distanze dalla realtà quotidiana. Con il dominio dello streaming, il cinema sta perdendo il valore che lo ha sempre contraddistinto, riducendosi a un’attività ordinaria che come le altre può essere svolta anche nella solitudine, nella propria abitazione, magari interrotti da uno scroll sul proprio smartphone o da una pausa in cucina. Questa è una rivoluzione silenziosa che non sta solo stravolgendo il mercato e le scelte dei dirigenti, ma sta ponendo le radici di un futuro in cui, forse, cinema e film non saranno più necessariamente la stessa cosa.

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