“Qualcuno volò sul nido del cuculo” ha raccontato con lucidità l’orrore degli abusi psichiatrici - THE VISION

In un ospedale psichiatrico di Salem, in Oregon, i pazienti vivono in condizioni di profonda solitudine e abiezione, abbandonati al proprio destino e senza nessuno che si curi del loro benessere psicofisico e del loro percorso riabilitativo. Unico svago per questi poveri uomini sono le lunghe e meste partite di monopoli, che rappresentano un’abitudine consolidata nelle infinite giornate di degenza, una uguale all’altra. La routine del luogo viene rivoluzionata dall’arrivo di Randle Patrick McMurphy, uomo scaltro e ribelle che sta scontando una pena in carcere e che, quando comincia ad avere comportamenti che rivelano un sospetto disturbo mentale, viene mandato nella struttura per un periodo di osservazione. Qui si stabilirà se l’uomo è davvero affetto da disturbi psichiatrici o se li sta simulando per sfuggire al carcere. 

McMurphy si rivela fin da subito ostile alle regole repressive dell’ospedale psichiatrico, e ai metodi coercitivi e talvolta inumani con cui le regole vengono applicate e fatte rispettare. Rifiuta di assumere le medicine che gli vengono somministrate, chiede che gli orari di lavoro dei suoi colleghi vengano cambiati perché tutti possano vedere la partita di basket. Inoltre mostra subito ostilità verso l’infermiera Ratched, che incarna la legge all’interno della struttura e che, con il suo sguardo duro e i comportamenti crudeli, legittima gli abusi e contribuisce a diffondere un clima di terrore.

È questo l’esordio di Qualcuno volò sul nido del cuculo, film del 1975 tratto dall’omonimo romanzo di Ken Kesey, che si ispirò alla sua esperienza come volontario all’interno del Veterans Administration Hospital, in California. Diretto da Milos Forman, il film è uno dei maggiori capolavori della cinematografia statunitense nonché uno dei pochi ad aver vinto i cosiddetti Big Five alla cerimonia degli Oscar: miglior film, regia, attore protagonista, attrice protagonista e sceneggiatura non originale. Racconta con spietata lucidità la realtà disumana di alcuni ospedali psichiatrici e manicomi in cui i malati di mente venivano sottoposti a trattamenti come l’elettroshock e la lobotomia, costretti a sopravvivere in condizioni di grave disagio e sottoposti all’annientamento della propria individualità. 

Come aveva fatto il romanzo di Kesey nel 1962, Qualcuno volò sul nido del cuculo muove una feroce critica all’istituzione psichiatrica, colpevole di perpetrare atti violenti contro individui indifesi, condannandoli a una perpetua sofferenza e privandoli del diritto alla riabilitazione. Il film di Forman fotografa il contrasto tra potere repressivo delle istituzioni da un lato – che si incarna nel personaggio di Ratched – e pazienti sovversivi e mossi dalla volontà di non sottomettersi – rappresentati dal protagonista McMurphy. Inoltre ritrae uno spaccato di realtà che soli pochi anni prima era stato indagato a fondo dal sociologo canadese Erving Goffman.

Nel 1961 Goffman – che dal 1955 al 1956 aveva lavorato in un ospedale psichiatrico – pubblicò il saggio Asylums – Le istituzioni totali, in cui si occupava di analizzare il comportamento e le reazioni degli individui inseriti in contesti in cui le procedure burocratiche sono onnipresenti, e in cui di conseguenza è impossibile sottrarsi alle norme e ai regolamenti quotidiani. In questa lista di luoghi chiamate “istituzioni totali”, poiché tagliate fuori dal mondo esterno attraverso muri, porte e recinzioni, Goffman annovera non solo gli ospedali psichiatrici ma anche le carceri, i campi di concentramento, i conventi e i monasteri. E se Foucault si soffermò sulla funzione del carcere come luogo atto a conservare l’ordine sociale e la conformità – in particolare con Sorvegliare e punire – La nascita della prigione del 1975 – Goffman focalizza il ruolo che l’istituzione svolge nella vita di un paziente di una clinica psichiatrica. Più che la malattia, infatti, è l’istituzione il nemico con cui ogni malato di mente è costretto a confrontarsi durante la sua degenza; spesso costretto a soggiornare nella struttura, l’internato si ritrova vittima di un sistema volto al conseguimento della conformità tra tutti i pazienti. 

Per raggiungere l’obiettivo, l’istituzione priva il paziente dei suoi abiti, gli rade i capelli, gli fa indossare l’uniforme, lo costringe a chiedere il permesso prima di andare in bagno e confisca i suoi effetti personali. Vengono messi in atto numerosi comportamenti che demoliscono la vecchia personalità dell’internato, in un processo di decostruzione della percezione di sé che Goffman chiama più precisamente “mortificazione del sé”. In Qualcuno volò sul nido del cuculo questo processo è tangibile osservando i protagonisti del film: mentre tutti gli internati indossano degli omologanti abiti bianchi, McMurphy è l’unico che mantiene il proprio abbigliamento. Accade non solo perché McMurphy sta trascorrendo un periodo di osservazione all’interno della struttura, ma soprattutto perché è un sovversivo, che non si arrende al sistema ma tenta in ogni modo di combatterlo, di rovesciarlo o almeno di indebolirlo.

Il labirinto istituzionale, secondo Goffman, diventa il luogo in cui l’individuo è privato della sua identità attraverso comportamenti umilianti e degradanti. Chi nell’istituzione si occupa di far rispettare il regolamento è solito perpetrare atti repressivi rispetto a qualunque forma di ribellione; e chiunque tra gli internati ricorra a imprecazioni o esternazioni sarcastiche è prontamente punito. Chi invece mostra un fare docile e accondiscendente è premiato tramite un sistema di privilegi e ricompense creato ad hoc. Si vengono così a costituire, dice Goffman, due fenomeni ricorrenti all’interno delle istituzioni totali: la “conversione”, con l’internato che si conforma pedissequamente alle regole per diventare il paziente ideale, e la “colonizzazione”, che si verifica quando è talmente fagocitato dal sistema da iniziare a preferire il mondo che sta dentro la recinzione rispetto a ciò che sta fuori. 

Accade così anche nel film di Forman, e lo si scopre quando l’infermiera Ratched rivela a McMurphy che buona parte dei pazienti dell’ospedale vi soggiornano per scelta e non perché costretti. Il fenomeno della colonizzazione implica dunque che l’internato, abituato a una legge fuori da sé che gli impone limiti e confini, inizi a desiderare di rimanere sottoposto a quella legge per tutta la vita. Ormai incapace di esercitare il libero arbitrio, l’individuo sviluppa il bisogno di sottomettersi allo stesso sistema che lo ha privato dell’identità; desidera restare all’interno di un ambiente che non viene più percepito come una gabbia, ma come un “nido”, un luogo accogliente che rassicura e protegge dai pericoli del mondo reale. Il mondo in cui, diversamente dall’ospedale o dal carcere, l’individuo deve essere in grado di autodeterminarsi.

La fuga dalla libertà di autodeterminarsi la si ritrova, oltre che nel film di Forman, in Le ali della libertà – in inglese The Shawshank Redemption – di Frank Darabont. Uscito nel 1994, il film racconta la vita di alcuni detenuti della prigione di Shawshank tra gli anni Quaranta e Sessanta, sottoposti a soprusi, violenze fisiche e psicologiche e crimini impuniti da parte delle guardie carcerarie. Anche qui, come in Qualcuno volò sul nido del cuculo, vediamo alcuni detenuti che, pur patendo le atrocità perpetrate nel carcere, sono incapaci di desiderare la libertà perché ormai abituati – quasi affezionati – al sistema inumano in cui vivono da molto tempo. Un detenuto in particolare, l’anziano Brooks, quando finisce di scontare la propria pena dichiara di non voler andare via dal carcere, ormai incapace di immaginare la vita fuori da quelle quattro mura. Una volta libero, Brooks si ritrova completamente disorientato e, oppresso dalla solitudine e dalla tristezza, decide di suicidarsi.

Nel suo studio del 1961, Goffman parla anche di una categoria di internati che, piuttosto che rassegnarsi alla mortificazione del sé, scelgono di attuare una forma di tacita sovversione. Pur mostrando di rispettare le regole previste del sistema, ogni paziente può infatti decidere di ribellarsi in modo sotterraneo, mettendo in salvo una piccola parte della propria identità che, di conseguenza, resta intatta. Nel film di Forman, l’emblema di questa tipologia di comportamento è Capo Bromden, il gigantesco pellerossa che instaura una solida amicizia con McMurphy. Capo Bromden finge con tutti di essere sordomuto, per rivelare solo in un secondo momento – all’amico McMurphy, appunto – di poter sentire e parlare come tutti gli altri. Tacendo la verità rispetto alla propria condizione, Bromden non resta schiacciato dal sistema ma riesce, pur con fatica, a padroneggiarne gli aspetti più spietati. Ma c’è anche chi, alla ribellione sotterranea, preferisce una forma di sovversione manifesta, aggressiva, e per questo motivo rimane vittima dei più atroci strumenti di controllo e di annientamento utilizzati nella struttura ospedaliera. Si tratta proprio di McMurphy, interpretato da un Jack Nicholson irriverente e privo di freni, tanto ironico e tagliente quanto conscio della sofferenza che vede sia intorno a sé che dentro la propria anima. L’uomo sfida l’infermiera Ratched e con lei l’intera istituzione ospedaliera, sprona gli altri internati a chiedere maggiori privilegi, organizza gite non autorizzate e lascia che alcune donne varchino la soglia dell’ospedale -–  cosa assolutamente vietata. Infrangere il regolamento è il suo diktat, e nessuna minaccia, ricatto o espediente per intimorirlo riesce a fermarlo. Funzionerà solo la lobotomia.

L’ospedale ritratto nel film di Forman è un luogo in cui regnano paura e senso di umiliazione, e che per questo motivo diventa per tutti i pazienti una sorta di anticamera della morte. Scopo dell’istituzione è privare gli internati della possibilità di accedere a forme di piacere – fisico e intellettuale – così come di gioire attraverso momenti di convivialità. Personaggio importante per capire questa dinamica è quello di Billy, un giovane paziente affetto da balbuzie. Una notte, dopo essere stato persuaso a lungo da McMurphy, Billy si lascia convincere e ha un rapporto sessuale con una donna; scoperto da Ratched, cade vittima delle minacce dell’infermiera, che dice di voler avvisare la madre del ragazzo di ciò che è accaduto. A dimostrazione del fatto che i disturbi mentali vengono, non di rado, stimolati o rafforzati dalla repressione sessuale e dai comportamenti coercitivi delle istituzioni, dopo aver avuto un rapporto sessuale Billy smette per qualche minuto di balbettare. Ricomincerà soltanto dopo essere stato minacciato, e dunque traumatizzato, da Ratched.

Qualcuno volò sul nido del cuculo racconta anche di un gruppo di uomini che, pur annientati nel corpo e nello spirito, conservano ancora gioia ed entusiasmo, che McMurphy riesce a riportare alla luce. Accade una sera, quando l’uomo inizia a simulare una telecronaca di una partita di basket che può solo immaginare e non guardare in tv, perché vietato dalle regole dell’ospedale psichiatrico. La finta telecronaca scatena alcuni minuti di euforia tra gli internati, che condividendo quello stato di benessere e giovialità iniziano a instaurare autentici rapporti di affetto, fiducia e sostegno reciproco. Ma l’istituzione, con i suoi metodi subdoli e violenti, rimane comunque più forte, e riesce a demolire pian piano la personalità di tutti gli individui internati.

Insieme agli studi di Goffman, Qualcuno volò sul nido del cuculo mette a nudo la tendenza autolegittimante delle istituzioni totali che, dopo aver definito i propri obiettivi, li perseguono adottando comportamenti inumani e del tutto condannabili. Porta in luce il degrado di un modo anacronistico di concepire la struttura psichiatrica – dove i pazienti vengono prosciugati e privati di tutto – attraverso immagini violente, di una potenza ed efficacia intramontabili, e con personaggi caratterizzati con sensibilità e acume. Nonostante oggi le pratiche di trattamento degli individui affetti da malattia mentale siano profondamente mutate, un cospicuo numero di malati di mente in tutto il mondo è costretto a vivere in strutture che non garantiscono cure riabilitative né la reintegrazione in una comunità. Per questa ragione bisogna lottare per l’annullamento di pratiche che portano alla mortificazione del sé teorizzata da Goffman, che si parli di un ospedale, di un carcere. Ciascuno di noi ha il diritto di percepirsi come persona unica e insostituibile, con le proprie inclinazioni e i propri desideri ma soprattutto con la propria identità fisica e psicologica, che non può e non deve essere annientata da istituzioni che vivono sull’omologazione degli individui.

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