La ricerca del profitto ha distrutto il pianeta. Serve una carbon tax per le industrie.

Il dibattito sull’emergenza climatica si è imposto all’opinione pubblica internazionale soprattutto a partire dall’8 ottobre 2018, quando l’agenzia Ipcc dell’Onu ha reso noto un rapporto secondo il quale le attività industriali avrebbero causato un aumento delle temperature medie di un grado rispetto ai livelli preindustriali. Come ricordano gli scienziati e i milioni di attivisti dei Fridays for Future, l’uomo ha circa 10 anni per invertire una sequenza di stravolgimenti ambientali in grado di portare l’umanità sull’orlo dell’estinzione.

A partire dall’inizio del Diciannovesimo secolo, l’attività umana ha esercitato un’influenza crescente sul clima, soprattutto a causa dell’impiego sempre più massiccio di combustibili fossili come carbone e petrolio. I livelli di anidride carbonica presenti in atmosfera superano del 40% i parametri registrati agli albori dell’era industriale, arrivando a essere responsabili del 63% dei riscaldamento globale antropico. Nonostante un drappello di negazionisti portati in palmo di mano da cartelli di potere politico e industriale e dai media che fanno il loro interesse, il 99% della comunità scientifica è ormai sicuro nel sostenere la relazione tra sistema capitalista e emergenza climatica. 

La continua ricerca del profitto a ogni costo non è mai stata un modello sostenibile a livello etico e sociale e ora anche ambientale. Per questo, molti economisti – tra i quali Pascal Lamy, Georg Kell e gli altri che nel 2018 hanno indirizzato una lettera all’ex presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker sull’argomento – concordano nel ritenere che introdurre una tassa sulle emissioni prodotte da CO2 sia una delle misure più efficaci per contrastare l’emergenza climatica. L’imposizione fiscale rappresenterebbe il miglior incentivo per cambiare le abitudini di chi produce e consuma energia con un alto impatto ambientale. Secondo i suoi sostenitori, una carbon tax modificherebbe l’orizzonte delle imprese, che guarderebbero favorevolmente alla possibilità di produrre energia pulita o, molto più realisticamente, sarebbero costrette a farlo per convenienza economica. Per esempio, la Svezia ha tagliato del 26% le emissioni di gas serra tra il 1991 e il 2019 (aumentando di riflesso il suo Pil del 78%) introducendo un’imposizione fiscale su tutte le tipologie di combustibile fossile (benzina per i veicoli o gasolio per il riscaldamento) che è aumentata progressivamente nel tempo dai 24 euro del 1991 fino agli odierni 114 euro per tonnellata. Come dimostra un recente studio di Julius J. Andersson, professore del dipartimento di geografia dell’università di Lund, la tassa sul carbonio è la misura più efficace per ridurre il gas serra: nell’ultimo anno le emissioni in Svezia sono diminuite dell’11%, di cui 6% solo grazie alla carbon tax.


Le prime proposte relative all’introduzione di una tassa sui combustibili fossili fissavano un valore economico inizialmente basso che doveva crescere progressivamente con il tempo. Al contrario, un nuovo modello economico pubblicato dalla National Academy of Sciences degli Stati Uniti ha stabilito che, per avere un impatto significativo sull’ambiente. la carbon tax dovrebbe essere inizialmente molto elevata per poi decrescere gradualmente. Questo perché è arrivato il momento di mettere al primo posto il nostro Pianeta – e, non dimentichiamolo, la nostra stessa sopravvivenza – e non abbiamo più tempo per adeguarci con tempi più prolungati. La convinzione degli scienziati è che uno shock iniziale più grande spingerà più rapidamente le grandi aziende a produrre e utilizzare energia green.

I governi devono però essere molto onesti su un punto e prevedere delle contromisure adeguate: nel breve periodo, l’introduzione di una carbon tax comporterebbe un significativo aumento dei costi per l’approvvigionamento energetico. Secondo una stima del Fondo Monetario Internazionale, per esempio, nei Paesi del G20 il costo medio dell’elettricità aumenterebbe del 43% in 10 anni. Per cercare di limitare gli effetti collaterali, diventa indispensabile prevedere una serie di misure per reinvestire i proventi della tassa sul carbonio in misure per proteggere i soggetti più vulnerabili, come le famiglie a basso reddito. Il gettito aggiuntivo dovrebbe essere utilizzato anche per abbassare le tasse e destinare maggiori investimenti per le fonti rinnovabili, il trasporto pubblico di nuova generazione e i processi di efficienza energetica.

Un altro punto fondamentale su cui concentrarsi è il modo in cui un’eventuale aliquota verrà comunicata ai cittadini. In un sondaggio del settembre 2019 condotto negli Stati Uniti sulla possibilità di tassare le aziende responsabili delle emissioni di CO2, gli elettori statunitensi risultano scettici quando devono valutare la possibilità di introdurre una carbon tax, mentre sono decisamente più favorevoli all’introduzione di sanzioni per le aziende che inquinano di più. Probabilmente, i cittadini presi a campione credono che la tassazione possa avere ricadute sui loro conti in banca, al contrario delle sanzioni che dovrebbero essere a carico esclusivo dalle imprese. In Europa intanto, da un’idea di 27 premi Nobel, è stata lanciata la raccolta firme StopGlobalWarming.eu rivolta a tutti i cittadini comunitari per introdurre una tassa unica unica di 100 euro per tonnellata di CO2 rilasciata nell’atmosfera.

In Italia l’idea di una serie di imposte per la tutela ambientale è sempre accolta con scetticismo, come dimostrano anche le recenti reazioni delle imprese rispetto alla possibilità di introdurre una tassa sugli imballaggi di plastica sulla quale, ancora oggi, i partiti di governo non sono riusciti a trovare una soluzione. A ogni modo, una mini carbon tax esiste già dal 1998, quando il governo Prodi decise di aumentare di circa 20 lire al litro il prezzo della benzina tramite un’accisa. Introdurre un sistema fiscale più strutturato a livello nazionale è complicato dalle prevedibili barricate del partito trasversale del fatturato. A settembre circolava l’indiscrezione che il governo giallorosso stava studiando la possibilità di introdurre una carbon tax nel nostro ordinamento. Purtroppo l’indiscrezione non ha avuto, fino a oggi, nessun seguito concreto.

I cambiamenti climatici derivanti dall’attività umana sono in larga parte il risultato di una produzione industriale condotta con metodi predatori. Il profitto che ha il profitto come solo argomento e giustificazione. La volontà di guadagnare più dei competitor ha nel tempo prevalso sulla dignità dei lavoratori, sulle procedure amministrative e sul rispetto dell’ambiente. Noi possiamo certamente dare un contributo alla lotta all’emergenza climatica con i nostri comportamenti individuali, ma è necessario che a pagarne i costi siano anche e soprattutto le grandi realtà industriali che fino a oggi se ne sono avvantaggiate. Le principali 100 aziende produttrici di combustibili fossili hanno generato il 52% di tutta l’anidride carbonica emessa dall’inizio della rivoluzione industriale (1750 in poi). Inoltre, dal 2008 a oggi 100 società multinazionali sono state indirettamente responsabili del 71% dei gas serra emessi su scala mondiale, con il 51% diviso tra le prime 25 della classifica. È evidente che una carbon tax non sia solo una misura giusta, ma che, dati alla mano, arrivi anche troppo tardi.

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, proclamando la sua volontà di mettere in cantiere un Green New Deal europeo, ha detto che l’emergenza climatica è “la sfida che definirà la nostra generazione, un obbligo politico e morale”. Nel 2003 l’Unione europea ha adottato una direttiva che istituisce una sorta di mercato azionario con il quale ha fissato l’ammontare massimo delle emissioni di gas serra a livello comunitario. Le aziende hanno a disposizione un numero fisso di quote, progressivamente abbassato nel corso degli anni. Le quote sono cedibili: un’azienda che inquina meno potrà vendere a un’altra impresa la sua possibilità di inquinare. Nonostante il mercato delle quote sia riuscito a diminuire complessivamente le emissioni di CO2, il meccanismo non ha reso i combustibili fossili una fonte energetica meno conveniente rispetto alle rinnovabili. La carbon tax servirebbe proprio a imporre un cambio di prospettiva e di convenienza economica per i gruppi industriali. Gli Stati Uniti hanno però minacciato ritorsioni commerciali, al momento non ancora messe in atto, nel caso in cui la tassa venisse introdotta a livello comunitario.

Per vincere la sfida climatica e del futuro è fondamentale utilizzare al meglio gli strumenti a nostra disposizione. Non si può più rimandare l’introduzione di una carbon tax significativa a livello europeo che sia in grado di modificare i processi con cui le grandi aziende producono e utilizzano le risorse energetiche. Un modello diverso di economia non è solo possibile, ma urgente e necessario. La vita del Pianeta e di tutte le sue specie viventi, razza umana in testa, dipendono dalle scelte che verranno prese nei prossimi anni, tanto dai cittadini quanto dai governi di tutto il mondo. È necessario un cambio di rotta radicale: senza vita sulla Terra non c’è neanche il profitto.

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