Perché dobbiamo rileggere Stefan Zweig, lo scrittore antinazista che ha ispirato Wes Anderson - The Vision

Dal’avvento della pandemia di COVID-19 il mondo fa i conti con un’anomalia pervasiva, e in molti hanno fatto fatica e faticano tuttora ad adattarsi.

Forse la ragione di questo choc sta nella poca abitudine del mondo occidentale, e in particolare dell’Europa, a cambiamenti così radicali e improvvisi, visto che l’ultimo evento traumatico è stato la seconda guerra mondiale, che ci è arrivata solo dai racconti dei nostri nonni e dai libri di storia. In questo momento, però, dovremmo ricordarci che non siamo i primi o gli unici nella ad aver vissuto un momento di crisi, e può quindi essere utile confrontarci con l’esperienza e il pensiero di chi ha chi ha vissuto cambiamenti ancora più gravi, augurandoci di imparare dal passato per gestire il futuro che ci aspetta.

A questo scopo è interessante rileggere oggi lo scrittore austriaco Stefan Zweig, che nacque a Vienna da una facoltosa famiglia borghese nel 1881 e morì suicida a Petrópolis, in Brasile, nel 1942, ospite di una villetta che gli era stata messa a disposizione dal suo editore del luogo. Quello che intercorse tra queste due date, questi due luoghi e queste due condizioni, fu un concentrato di vita di cui fecero parte così tante glorie e tragedie che gli fece sospettare “di aver vissuta non una, ma molteplici esistenze totalmente staccate e diverse”.

Perfino dopo la morte, il nome di Zweig ha vissuto un’ulteriore altalena fatta per lo più di oblio da parte dei lettori, ma con un ritorno di notorietà nel 2014, quando i suoi libri hanno ispirato niente meno che il regista statunitense Wes Anderson. Anderson fu infatti talmente affascinato dalle memorie di Zweig intitolate Il mondo di ieri – spedite all’editore il giorno prima del suicidio – da basare su quelle atmosfere il suo Grand Budapest Hotel, tanto che il film è a lui dedicato e vede Jude Law nei panni di uno scrittore che sembra stato scritto sul suo personaggio.

Zweig, come tutti i grandi autori, può ancora dire molto ai lettori di oggi che, in questo periodo di incertezze, misure restrittive e scenari apocalittici, anche a chi non è appassionato di calessi, paesaggi alpini e cilindri. A differenza della maggior parte dei suoi colleghi, la sua stessa vita fu probabilmente il suo romanzo più avventuroso e inverosimile, e le memorie che ci ha tramandato ne Il mondo di ieri stimolano riflessioni molto contemporanee sul mondo di oggi.

Nei soli Stati Uniti, il virus ha mietuto più vittime di quelle di un evento storico durato dieci anni come la Guerra del Vietnam. E se l’emergenza sanitaria è stata chiaramente il focus di ogni governo, le previsioni sull’economia restano catastrofiche, soprattutto in un Paese che anno dopo anno tira avanti promettendo per l’anno successivo la ripresa definitiva rispetto alla crisi finanziaria del 2008.

Dal film di Wes Anderson “Grand Budapest Hotel”, 2014

Difficile collegare le corse in slittino di Grand Budapest Hotel a tutto questo, ma leggere o rileggere Zweig potrebbe sorprendere per come è stato in grado di descriverci cosa voglia dire vedere oltre ai propri occhi, dall’oggi al domani, un mondo che non è più lo stesso che siamo stati abituati per decenni a conoscere.

“Che cosa hanno veduto mio padre, mio nonno? Ciascuno di essi ha vissuto un’unica volta, un’unica esistenza dal principio alla fine, senza vette e senza cadute, senza scosse né pericoli; […] Come erano lillipuziane le nostre cure, che bonaccia regnava in quel tempo! Ha avuto fortuna la generazione dei miei genitori e dei miei nonni, ha vissuto la propria vita da cima a fondo tranquilla, diritta e limpida”.

Certo, bisogna assumere una visione eurocentrica del mondo per poter associare queste parole alla nostra epoca, ma non è corretto dire che questo sia l’evento più traumatico dal 1945? Sembra davvero che la nostra generazione, quel “pezzetto di umanità più agiata, sana, sicura, protetta e longeva, meglio vestita, nutrita e curata che abbia mai calcato la faccia della terra”, come l’ha definita Antonio Scurati, sia stata chiamata a una delle sue prime vere grandi prove collettive.

Antonio Scurati

Nel corso degli anni abbiamo certamente assistito a fatti storici di straordinaria importanza. “Assistere” però, è proprio la parola chiave, perché mentre succedeva tutto questo, il Cammino dell’Occidente continuava a ritmo serrato, coinvolgendo solo tangenzialmente le vite della stragrande maggioranza dei cittadini, che nelle sue occupazioni quotidiane viveva una pacifica continuità decennale. Ora però a milioni siamo stati coinvolti personalmente, e anche se stiamo tornando gradualmente alla normalità abbiamo ancora molte incertezze per il prossimo futuro.

Anche Zweig, fino al 1914, era come tanti millennial di oggi: allegramente inconsapevole della sua fortuna di uomo vissuto in tempi di pace e abbondanza; appassionato di musica e teatro, dedito a saltare le lezioni universitarie per dedicarsi a occupazioni più stimolanti, perfino impegnato in una sorta di Erasmus trasferendosi per studio da Vienna a Berlino. E poi i suoi viaggi, innumerevoli nonostante l’epoca, senza autocertificazioni né distanziamenti: Parigi, Londra, Trieste, gli Stati Uniti, Panama, l’India, il Brasile. “Il mondo intero ci era aperto dinnanzi,” scrive, “Viaggiavamo senza passaporto e senza permessi dove ci piaceva, nessuno ci chiedeva le idee, l’origine, la razza o la religione. […] Prima del 1914 la terra apparteneva a tutti: ognuno andava dove voleva e vi rimaneva finché voleva. Non c’erano permessi né concessioni né lasciapassare”.

E poi, in un giorno qualunque e senza troppo preavviso, la crepa, lo spartiacque tra la prima e la seconda vita. Nel nostro caso, il virus; nel suo, l’assassinio dell’erede al trono asburgico Francesco Ferdinando, che nel 1914 diede il via alla prima guerra mondiale e causò la fine di un impero percepito come eterno. Zweig racconta di come inizialmente lo choc degli austriaci fu debole: “La notizia del suo assassinio non suscitò profonda commozione. Due ore più tardi non si scorgeva alcun indizio di vero lutto. La gente chiacchierava e rideva e a tarda sera in molti locali pubblici tornò a suonare la musica”.

Campo di battaglia durante la Prima Guerra Mondiale, foto di Jared Enos

Quello sarebbe stato l’inizio di un periodo che lo avrebbe visto dapprima fuggire in Svizzera, poi tornare in un’Austria poverissima e umiliata, convivere con un’inflazione altissima, e poi assistere all’ascesa di Hitler, all’annessione tedesca e alla sua personale persecuzione in quanto ebreo. I suoi libri, prima vendutissimi in ogni libreria, venivano bruciati sulle piazze, e il suo nome eletto a nemico della patria. Infine, un’altra guerra.

Lui che si era sempre considerato intimamente europeo doveva ora assistere alla disgregazione dell’Europa a opera di pochi uomini potenti che “prendevano decisioni a noi estranee, che non ci venivano se non sommariamente partecipate, ma che pure avevano definitivo influsso sulla mia esistenza e su quella di ogni altro europeo. Nelle loro mani, non nelle mie, stava ormai la mia sorte. Essi distruggevano oppure risparmiavano noi impotenti, ci concedevano la libertà o ci imponevano la schiavitù”.

I cittadini degli altri Paesi, quelli che ancora non avevano vissuto sulla propria pelle il dramma, non potevano capire: “Fra noi e loro sorse una specie di parete, una separazione; eravamo su due sponde: a noi era già successo, a loro non ancora”, ed è impossibile non notare la pertinenza di queste frasi con la situazione che abbiamo vissuto finora.

Adolf Hitler e Paul von Hindenburg, foto di Jared Enos

Zweig, che fortunatamente aveva ormai contatti in tutto il mondo, emigrò dapprima in Inghilterra e infine in Brasile, dove però la depressione per una guerra che non finiva e per un mondo, il suo, ormai scomparso, lo spinsero a suicidarsi a sessant’anni. La sua gioventù era stata vissuta in “una Vienna non meno irreale di Persepoli o di Cartagine, un’epoca che è divenuta storia”.

“Non fu un secolo di passione quello in cui io nacqui e fui educato. Era un mondo ordinato, con chiare stratificazioni e comodi passaggi, era un mondo senza fretta”: così dice Zweig dell’Ottocento, e così forse potremmo dire anche noi, o almeno i fortunati tra noi che hanno vissuto tra le cure amorevoli dell’Occidente abbiente degli anni Duemila.

Non abbiamo ancora sperimentato a pieno gli effetti a lungo raggio dell’epidemia e del lockdown, e non possiamo stimare quanto saranno drastiche le future conseguenze rispetto a restrizioni dei diritti, povertà, nazionalismo e intolleranza. Ma possiamo sempre impegnarci per ridurre il più possibile questi danni, e magari riuscire anche a cambiare in meglio alcuni punti salienti del dibattito contemporaneo su ineguaglianza e clima.

Il boom positivista del dopoguerra, con l’idea di un Occidente isolato ermeticamente nella sua abbondanza e destinato a una crescita eterna, scricchiola sempre di più sotto i nostri stessi piedi. Oggi più che mai risulta evidente, e dovrebbe essere tale anche per chi si ostina a non vedere, che siamo tutti interconnessi. Nel frattempo, per chi vuole trovare spunti per ridare un po’ di senso all’oggi nelle parole di chi ci ha preceduti Il mondo di ieri resta un rifugio sicuro.

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