Di cosa ha paura chi brucia i libri? Della libertà delle idee. - The Vision

Era già successo lo scorso 25 aprile, una data simbolica, scelta probabilmente per dare un segnale chiaro a chi, in quella comunità, si riconosce nei valori rappresentati dalla libreria Pecora Elettrica. Ieri è accaduto di nuovo, nonostante dall’ultima volta sia partita una gara di solidarietà che avrebbe riportato il negozio a riaprire i battenti proprio oggi, se solo un nuovo rogo non l’avesse distrutta.

Questi due episodi fanno riflettere sul tema della sicurezza nel quartiere Centocelle, specialmente perché, appena un mese fa, è stata data alle fiamme anche la pizzeria Cento55, posta proprio di fronte alla libreria. Gli inquirenti stanno ancora indagando, ma non è esclusa nessuna pista, né quella della criminalità, che avrebbe cercato di liberare la zona dal via vai di persone per avere maggiore tranquillità nelle attività di spaccio, né quella politica, né, tantomeno, quella mafiosa. Quel che è certo, però, è che il rogo di libri porta con sé un’enorme carica simbolica, che non deve passare inosservata in un momento storico in cui la democrazia e la libertà d’opinione sembrano essere a rischio.

Non si tratta di un caso isolato: in Italia, negli ultimi anni, numerose biblioteche e librerie sono state colpite da atti vandalici o intimidatori, incendi dolosi, boicottaggi e danneggiamenti. Tutte prove della paura che i libri sono capaci di generare tra gli intolleranti. Minimo comune denominatore di questi episodi è proprio infatti l’attacco ai libri: che si voglia combattere un pensiero o controllare un territorio impedendone la crescita culturale e intellettuale, non si può fare a meno della distruzione dei libri e dei luoghi deputati alla loro circolazione.

L’interno della libreria Pecora Elettrica dopo l’incendio del 6 novembre, Centocelle, Roma

Prima ancora dell’incendio alla Pecora Elettrica, era stato attribuito dai gestori ai neofascisti il rogo di Magazzino 47, libreria e centro sociale antifascista di Brescia, dato alle fiamme la notte del 22 febbraio 2018 attraverso una pila di libri posti al centro della sala. Il 24 gennaio 2009, ad Albano Laziale, la libreria Le Baruffe, luogo di cultura antifascista, antirazzista e antisessista, dopo ripetuti danneggiamenti e atti vandalici è stata colpita con un sampietrino di 4 kg e una bomba carta lanciata al suo interno. Il 4 aprile del 2019, a Bologna, un’associazione femminile legata a Forza Nuova ha transennato la Libreria delle Donne e affisso volantini che ne contestavano le iniziative antisessiste. Non va poi dimenticata, anche se risale a diversi anni fa, la famigerata lista dei libri “indegni” che nel 1999 venne stilata da Azione Studentesca. I militanti di allora si resero protagonisti di un blitz alla libreria Self service del libro, danneggiando con il timbro dalla dicitura “Libro fazioso – Non leggetelo” i manuali di Storia a cura degli storici Augusto Camera e Renato Fabietti. Un rituale che, con le dovute proporzioni, richiama alla mente quello descritto da Dorothea Günter, testimone dei roghi nazisti a Berlino. La giovane berlinese ricorda infatti come le Sturmabteilung, il gruppo paramilitare del partito nazista, prima di gettare un libro nel fuoco ne nominasse titolo e autore per decretarne la sentenza: Karl Marx, Bertolt Brecht, Thomas Mann, Philip Roth, Herbert Marcuse, Max Weber, Piet Mondrian, Albert Einstein, Sigmund Freud e decine di altri, venivano bollati come pacifisti, ebrei, comunisti – o semplicemente moderni – e gettati tra le fiamme. Solo nella notte del 10 maggio del 1933 furono bruciati in un unico rogo ben 20mila volumi. Si realizzò così la profezia del 1821 di Heinrich Heine, che nella sua tragedia Almansor aveva scritto: “Dove si bruciano i libri si finisce per bruciare anche gli esseri umani”.

Roghi di libri organizzati dai nazisti in Germania, 1933

Tornando alla cronaca recente, non mancano nemmeno episodi violenti da parte di chi sta “dall’altra parte della barricata”, come il rogo appiccato il 28 aprile 2015 alla libreria Ritter di Milano, specializzata in testi fascisti. Nemmeno siamo a corto di eventi che rimandino alla guerra di religione: il 21 novembre 2017 la biblioteca Saffi di Genova Molassana ha rischiato di essere bruciata per un rogo partito da un libro religioso sulla cui copertina era riprodotta un’effige della Madonna. Il gesto è stato rivendicato con un bigliettino su cui era scritto, in arabo, “Allah Akbar”, Allah è grande. In questo caso, le indagini della Digos hanno preso in considerazione anche la possibilità di una falsa rivendicazione, un teatro messo in piedi per gettare fango sulla popolazione di fede islamica in Italia. Non si può però escludere che fosse reale: anche l’Islamismo, ovvero la visione ortodossa e integralista della religione islamica, ha un pessimo rapporto con i libri e con la libera circolazione delle idee. In fondo,  l’estrema destra e il fondamentalismo estremista hanno più in comune di quanto si pensi. Emblematica in questo senso è ad esempio la Fatwa lanciata nel 1989 dall’immam iraniano Ruhollah Khomeini verso Salman Rushdie, l’autore di Versetti Satanici costretto a passare il resto della sua vita nascondendosi dalla vendetta di chi lo aveva bollato come blasfemo. Un odio così grande, quello suscitato dal libro di Rushdie nei fondamentalisti, che arrivarono persino a colpire chi a quell’opera aveva soltanto lavorato, come il traduttore giapponese Hitoshi Igarashi, ucciso nel 1991 da emissari del regime iraniano, o Ettore Capriolo, il traduttore italiano aggredito quello stesso anno in casa propria e per fortuna scampato all’attentato.

Non solo la cronaca, ma anche la storia ci racconta di incendi purificatori, della distruzione fisica dei libri attuata nel vano tentativo di distruggere, con essi, anche la libera circolazione delle idee: dal tentativo di Akhenaton di imporre nell’Antico Egitto il monoteismo distruggendo nel 1358 a.C. la biblioteca di Tebe – colpevole di custodire testi che facevano riferimento agli altri dèi – all’incendio della Biblioteca di Alessandria, che il mito attribuisce a Giulio Cesare nel 48 a.c, fino alla rivoluzione culturale cinese portata avanti opera di Mao Zedong. I libri hanno sempre rappresentato un pericolo per chiunque si proponesse di imporre un controllo, un’idea, una visione del mondo.

Sostenitori di Mao Zedong e della rivoluzione culturale bruciano i libri, Cina, 1966 circa

Nemmeno la letteratura stessa è rimasta immune da questo immaginario carico di simbolismo. Non è un caso che Miguel Cervantes, che attribuisce ai libri sulla cavalleria la pazzia di Don Chisciotte, li faccia finire nel fuoco, colpevoli delle sciagure del suo personaggio più famoso. O che Umberto Eco ne Il nome della rosa permetta a Jorge da Burgos di dare fuoco a una labirintica biblioteca per distruggere ogni prova dell’esistenza del secondo libro della Poetica di Aristotele.

Il libro è un oggetto potente, la testimonianza concreta di idee spesso astratte, incontrollabili e dunque pericolose per il potere assoluto e accentrato. Che questo sia nazista come quello immaginato da Philip K. Dick ne La svastica sul sole – terrorizzato dall’esistenza di un libro distopico che racconta un mondo in cui a trionfare sono state invece le forze Alleate – oppure che sia un potere ossessivo come quello del Grande Fratello di Orwell – che addirittura vieta la lettura e la scrittura per fini personali – o ancora sia quello descritto in Fahrenheit 451 da Ray Bradbury – che si serve di un corpo speciale per distruggere con le fiamme ogni testo – il libro rappresenta sempre una minaccia, “Un fucile carico nella casa del tuo vicino” per dirla con Beatty, capo del singolare corpo di Vigili del Fuoco immaginato da Bradbury.

Se un libro diventa pericoloso quando non allineato all’omologazione culturale inseguita dai regimi totalitari, che siano politici o religiosi, è innegabile quindi che questa rappresenti un rischio per la democrazia. In favore della bibliodiversità si è mossa anche l’Alleanza internazionale degli editori indipendenti con le Dichiarazioni di Dakar (2003), Guadalajara (2005), Parigi (2007) e Città del Capo (2014). Non è un caso se il critico letterario Andrea Cortellessa ha spiegato che leggere tutti lo stesso libro potrebbe rivelarsi assai più pericoloso che mangiare tutti lo stesso yogurt. Come difendersi però dalle idee contenute nei libri che intendono minare esplicitamente valori che si vorrebbero universali come pace, democrazia e uguaglianza?

Nel 2016, in Italia suscitò molto scalpore la decisione de Il Giornale diretto da Alessandro Sallusti, dettata probabilmente più da calcoli di marketing che da obiettivi ideologici, di allegare al quotidiano Mein Kampf, il delirante pamphlet che raccoglie le idee agghiaccianti di Adolf Hitler: anche in quel caso furono in molti a chiedere che il libro non venisse diffuso, allarmati dal contenuto dello stesso. Al netto di ogni considerazione sull’opportunità di una scelta simile da parte dell’editore di un quotidiano a tiratura nazionale appare però evidente che la vera difesa da idee aberranti contenute in simili opere non possa arrivare dalla non diffusione o distruzione delle stesse, bensì dalle capacità critiche e argomentative di chi le legge. Capacità che devono essere sviluppate attraverso l’educazione al riconoscimento dei valori fondanti dell’identità di un popolo (la libertà, la democrazia, l’uguaglianza, la laicità, per quanto ci riguarda).

La folla di migliaia di persone che la sera di ieri si è radunata a Centocelle per esprimere solidarietà alla Pecora Elettrica, difendendo il quartiere dagli assalti vili e oscurantisti di chi avrebbe voluto quella via buia e deserta, rappresenta il migliore antidoto verso ogni minaccia, perché un popolo consapevole non può essere arginato da chi teme la libera circolazione delle idee: è scritto in un sacco di libri.

Foto in copertina di Antonio Masiello

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