Perché le star americane possono parlare di politica e se lo fa una italiana vi indignate tanto? - The Vision

Con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali, negli Stati Uniti chi vota chi non è più un mistero. La pratica dell’endorsement – il fare una dichiarazione di voto pubblica da parte di una persona o un gruppo influente – è comunemente accettata negli Stati Uniti. Persino la rivista scientifica Nature ha  scritto un editoriale per dimostrare il suo sostegno a Joe Biden per la sua “fiducia nella verità e nella scienza”. Ma gli endorsement al candidato democratico arrivano soprattutto dal mondo delle celebrità che – non è un mistero – ha tendenze liberal: Jennifer Lopez ha fatto un video su Zoom con Biden e Kamala Harris a nome dei Latinos, così come Dwayne Johnson e Cardi B, mentre Billie Eilish ha cantato alla Convention democratica virtuale. Per non parlare poi dei centinaia di post su Instagram e Twitter scritti da figure come Katy Perry, Cher, Hailey Bieber, Chrissy Teigen (protagonista anche di uno scontro diretto a mezzo social con Trump, che non la sopporta). Riviste, programmi televisivi e personaggi dello spettacolo si spendono poi per invitare il proprio pubblico ad andare a votare, anche senza sostenere un particolare candidato. Se a noi può sembrare una cosa strana, bisogna considerare che l’astensionismo negli Stati Uniti arriva al 50% e riguarda soprattutto persone con idee politiche liberal. Jack Black, ad esempio, ha pubblicato sui social una cover di “Let’s Do the Time Warp Again”, tratta da The Rocky Horror Picture Show, che invitava ad andare a votare, ma facendo pronunciare la frase “It’s just a jump to the left” (“È solo un salto a sinistra”) a varie celebrità. L’invito al voto, dato l’ambiente in cui viene espresso e le personalità che lo fanno, è già di per sé un endorsement indiretto al partito democratico.

In Italia niente di tutto ciò accade. Se penso a personaggi famosi italiani di cui conosco con certezza l’orientamento politico mi vengono in mente la compagna Alba Parietti, che si è definita una comunista trotzkista, Iva Zanicchi, eurodeputata dal 2008 al 2014 con Berlusconi, e Massimo Boldi che veste sempre più di frequente i panni di opinion leader sovranista. Senza nulla togliere a questo parterre di ospiti di Pomeriggio Cinque, siamo lontani anni luce da Cardi B che intervista Bernie Sanders o a Britney Spears che parla di ridistribuzione della ricchezza e di sciopero generale su Instagram. Per vedere qualcosa di simile dobbiamo tornare indietro, a epoche più politicizzate. Il Partito Radicale in questo è stato maestro: da Enzo Tortora, uno dei volti più noti della democristiana Rai, che fu anche presidente del partito nel 1985 – carica da cui si dimise quando fu messo ai domiciliari per uno dei più assurdi casi di malagiustizia della storia repubblicana; alla pornoattrice Ilona Staller, eletta in Parlamento nel 1987. Ma anche senza arrivare a chi ha ricoperto incarichi politici, per attori, musicisti o scrittori – quelle che si definivano “celebrità” insomma – negli anni Settanta era normale esprimere le proprie idee politiche attraverso le proprie opere, appoggiando esplicitamente partiti e ideologie. Pensiamo a Gian Maria Volonté per il cinema, a Fabrizio de André per la musica, a Dario Fo per il teatro, ma la lista sarebbe ben più lunga.

Bernie Sanders e Cardi B

Oggi, al contrario, ogni dichiarazione che esuli dall’ambito specifico di una celebrità è vista con sospetto. Persino un gesto che non esprime un orientamento politico, come la telefonata che Conte avrebbe fatto a Chiara Ferragni e Fedez per invitarli a sensibilizzare i giovani sull’utilizzo della mascherina, è stata considerata come una strumentalizzazione, o comunque qualcosa di inopportuno. Considerato peraltro che l’utilizzo della mascherina non è una dimostrazione di appoggio a questo o quel partito, ma una forma di tutela sanitaria della collettività. Eppure, per molti è inconcepibile che artisti e personaggi famosi esprimano la loro opinione sui temi sociali o politici e l’invito ricorrente, nei rari casi in cui succede, è sempre quello di tornare a occuparsi del proprio ambito di competenza. Almeno sui temi sociali la reticenza a esporsi è minore: sono tantissimi i vip nostrani che, ad esempio, non hanno problemi a dichiarare il loro sostegno alla comunità LGBTQ+ durante il mese del Pride. Sembra più difficile quando invece si tratta di esporsi su questioni più politicizzate, come ci conferma anche l’associazione I sentinelli di Milano: “Quando si parla di crimini d’odio non ci sono mai difficoltà nel reperire testimonial, mentre è più difficile trovare qualcuno disposto a mettere la faccia quando si tratta, ad esempio, di migranti”.

Chiara Ferragni e Fedez

Non vedo nulla di male in una persona che fa spettacolo e usa la propria visibilità per parlare delle proprie posizioni politiche. Innanzitutto perché la politica riguarda la vita di tutte le persone, dei vip così come di coloro che non se ne interessano. Anni di riflusso, depoliticizzazione e populismo sembrano però averci convinti che la politica sia qualcosa di intrinsecamente sporco o corrotto e che, quasi per proprietà transitiva, anche chi se ne occupa lo sia o lo diventi. Il risultato è che l’astensionismo è sempre più diffuso nelle giovani generazioni che spesso si disinteressano a quel che succede nel mondo per una sorta di rassegnazione al fatto che niente possa davvero cambiare. Constatare che anche le persone famose si interessano di politica dunque potrebbe essere utile a far passare il messaggio che la politica è un argomento di vitale importanza.

Un importante tentativo in questa direzione è stato fatto dal Parlamento europeo con la campagna “Stavolta Voto” per le ultime elezioni, diretta soprattutto ai millennial. La campagna ha visto la partecipazione sui social di personaggi come Myss Keta, Claudio Marchisio, Stash dei The Kolors, l’influencer Marco Cartasegna, gli youtuber Guglielmo Scilla e Sofia Viscardi. “Pensiamo di aver colmato un vuoto e gli influencer ci hanno confermato che i loro follower hanno risposto positivamente nel vederli impegnati su questo fronte, ne sentivano il bisogno”, spiega a The Vision Gaia Manco, responsabile dei progetti di citizen engagement dell’Europarlamento. “La nostra chiamata è quella di aumentare la partecipazione al processo democratico e non di aderire a un’idea o a un candidato, e forse è questo che ha funzionato”. “Gli influencer si sentono molto responsabili di ciò che veicolano al loro pubblico”, aggiunge Valeria Fiore, community manager per l’Italia. “Avere qualcuno che dice ‘non disinteressarti del mondo ma partecipa’ è stata la chiave del successo di questa iniziativa, perché i giovani sentono il bisogno di qualcuno che parli loro con il loro stesso linguaggio”. Oggi il Parlamento europeo prosegue le attività con gli influencer per i progetti “Insieme” e la campagna per il clima “Voglio un pianeta così”.

Myss Keta
Sofia Viscardi

Se le elezioni europee, quindi, non sono un argomento così divisivo, diverso è il rapporto con partiti e candidati, anche a causa del funzionamento del sistema dello spettacolo italiano ancora fortemente legato a interessi politici. In un Paese dove finanziamenti e sovvenzioni pubbliche scarseggiano è fondamentale che chi si occupa, ad esempio, di produzioni cinematografiche mantenga un buon rapporto con le istituzioni. In altre parole, che cerchi di non far arrabbiare nessuno. Questo significa vincolare anche attori e attrici a non mostrarsi troppo politicizzati e a non fare dichiarazioni che potrebbero avere conseguenze negative non solo sulle loro carriere, ma anche sull’effettiva possibilità di portare a termine una produzione. Lo stesso vale per chi fa musica, teatro o lavora in televisione: un esempio è ciò che è successo alla fiction Rai Tutto il mondo è paese, dedicata alla storia di Mimmo Lucano con Beppe Fiorello, che doveva essere trasmessa in tv nel 2018. Allora la messa in onda fu sospesa perché Lucano era stato arrestato con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per il cosiddetto “Modello Riace”. Lucano aveva fatto ricorso al Tar per annullare il provvedimento con cui il ministero dell’Interno, allora guidato da Salvini, aveva revocato i contributi per l’accoglienza. Vinto il ricorso, la sentenza è stata confermata anche dal Consiglio di Stato (il processo per favoreggiamento, invece, è ancora in corso). Nonostante queste sentenze e nonostante il cambio di governo, nei palinsenti della Rai ancora gialloverde non c’è traccia della fiction e il membro del cda Riccardo Laganà ha detto che per il momento “rimane in un cassetto con grande dispiacere”.  Se è vero che situazioni del genere accadono anche negli Stati Uniti, dove un attore che mostra idee troppo conservatrici potrebbe ritrovarsi isolato o rovinarsi la reputazione (pensiamo a quello che è successo a Kanye West), in Italia l’autonomia e il potere degli artisti sono molto più limitati.

Kanye West e Donald Trump

Se c’è qualcosa a cui non possiamo imputare il disinteresse degli artisti e delle celebrità nei confronti della politica è la spesso citata “fine delle ideologie”. Non possiamo certo aspettarci che nel 2020 un calciatore scenda in campo col pugno alzato come faceva il perugino Paolo Sollier nel 1974 – anche se il nuovo acquisto del Lada Togliatti – la squadra di calcio della città russa dedicata al leader del Pci italiano – il trequartista brasiliano Marx Lenin dos Santos Gonçalves potrebbe far ben sperare. Non dobbiamo nemmeno pensare però che il fatto di non esprimersi sulla politica non sia, in fin dei conti, essa stessa una scelta politica, o comunque politicamente connotata. Visto che nessun aspetto della nostra vita, nemmeno l’arte, è sospeso in un etere indistinto ma è sempre calato in un contesto sociale e storico, preferire ignorarlo significa aver deciso in maniera deliberata di non cambiarlo.

È noto che per un personaggio pubblico la gestione dell’immagine sia qualcosa di determinante e non possiamo aspettarci – a differenza di quanto accade negli Stati Uniti, dove il sistema è bipartito – prese di posizione a sostegno di un candidato alle elezioni. Ma, a ben vedere, prima di Trump non si erano mai visti così tanti endorsement e così tanta franchezza sulla politica da parte delle celebrità. Persino un’artista come Taylor Swift, che ha sempre ammiccato a un immaginario wasp e conservatore, durante le midterm del 2018 ha affermato di essere democratica e, più di recente, si è definita “ossessionata dalla politica”. In queste presidenziali la posta in gioco è davvero alta e sostenere Biden non significa sostenere un semplice candidato, ma porsi il più lontano possibile da un presidente di cui è molto difficile condividere una singola parola.

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