A più di 40 anni, The Rocky Horror Picture Show è ancora il capolavoro sull’inclusione che devi vedere - The Vision

Quando The Rocky Horror Picture Show esce per la prima volta al cinema, il 15 agosto del 1975, pochi intuiscono che è appena nato un fenomeno culturale. Le proiezioni, organizzate in alcune città chiave, sono infatti un disastro, tanto che il musical, viene considerato ben presto un flop, messo da parte e dimenticato. Nell’aprile del 1976, però, Tim Deegan – un giovane del reparto pubblicitario della 20th Century Fox – riesce a convincere il Waverly Theater – nel Greenwich Village, il quartiere gay per eccellenza di New York – a trasmetterlo, e viene così riproposto nei cinema durante gli spettacoli di mezzanotte. È qui che The Rocky Horror Picture Show prende slancio, passando da glorioso insuccesso a vero e proprio cult cinematografico, tanto che ancora oggi è in programmazione nei cinema di più di ottanta città degli stati uniti.

Il passaparola originato dagli spettatori riunisce attorno agli spettacoli notturni un nutrito gruppo di fan, persone che arrivano dagli ambienti queer, rock, glam e punk, che rappresentano anche il punto di riferimento dell’estetica e del messaggio liberatorio del film. The Rocky Horror PictureShow sembra infatti emergere proprio dalle battaglie del movimento di liberazione sessuale avvenuto tra gli anni Sessanta e Settanta. Le regole imposte dalla società, i valori legati al matrimonio, alla monogamia e alle relazioni eteronormative vengono messi in discussione a favore di un approccio più emancipato rispetto al sesso e all’autodeterminazione del corpo. Dopo aver abolito il reato di adulterio e il delitto d’onore, finalmente vengono introdotti il divorzio e l’aborto, oltre all’uso dei metodicontraccettivi. Di fronte a una tale rivoluzione le sacche più conservatrici della popolazione tentano di difendere l’egemonia culturale, resistendo tenacemente al ribaltamento di valori. Il film di Richard O’Brien – trasposizione della precedente opera teatrale intitolata The Rocky Horror Show – diventa così un simbolo di resistenza e affrancamento dai dettami della società perbenista, che guarda con disprezzo ai giovani rivoluzionari. E ci riesce fornendo uno spazio culturale d’incontro ai reietti della società.

Tim Curry, The Rocky Horror Picture Show, Stati Uniti, 1975

Scritta per tenersi impegnato durante le notti d’inverno in un periodo di disoccupazione, nella sceneggiatura O’Brien inventa il personaggio del dottor Frank-N-Furter, uno scienziato alieno che rappresenta una sorta di contemporaneo Frankenstein, con le sembianze di Alice Cooper. Da Frankenstein è mutata anche l’idea che sta alla base del film, ovvero quella di dar vita a una creatura “miracolosa”. Ma se nel romanzo di Mary Shelley il dottore voleva creare un essere umano per sosotuirsi a Dio, destinandolo involontariamente alla sofferenza e alla solitudine data dalla mostruosità, Frank-N-Furter crea un uomo bellissimo e in grado di soddisfare tutti i suoi desideri erotici: Rocky sarà biondo, muscoloso e un po’ tonto, una sorta di controfigura di quei personaggi dal machismo esasperato del cinema americano, esagerati nei loro corpi ipertrofici e perfetti protagonisti di fantasie omoerotiche.

Tuttavia, il rituale che dovrebbe dare vita al “mostro” viene interrotto quando al castello di Frank-N-Furter appaiono Brad Majors e Janet Weiss (interpretata da Susan Sarandon), di ritorno da una festa di matrimonio. Sono due tipici borghesi, bianchi e di buona famiglia, molto noiosi e molto vergini. Hanno bucato la ruota dell’auto durante un temporale e chiedono un riparo per la notte. The Rocky Horror Picture Show non è altro che il percorso di liberazione e accettazione del desiderio che rivoluzionerà la loro vita, trasformandoli da timidi figli dell’America come si deve in due creature in grado di incarnare e diffondere la visione del dottor Frank-N-Furter, la ricerca dell’absolute pleasure, il piacere assoluto.  

Patricia Quinn, Tim Curry e Nell Campbell interpretano Magenta, Dr Frank-N-Furter e Columbia, 1975

Nelle proiezioni di mezzanotte dei cinema americani non si segue il film in religioso silenzio, ma il pubblico in sala partecipa, rumoreggia e fa un po’ come gli pare, creando un rito di visione collettiva e partecipata che si ripete ancora oggi e che i critici hanno chiamato counterpoint dialogue. The Rocky Horror Picture Show rivela così la sua natura liberatoria e canzonatoria, con gli spettatori che recitano le battute dei protagonisti, cantano con loro – nella migliore tradizione dei singalong – e rispondono in modo ironico alle vicende mostrate sullo schermo. Ad esempio, in un momento carico di tensione, in cui Janet viene toccata dal mostro Rocky prima del celebre brano Touch-A, Touch-A, Touch Me, il pubblico interviene chiedendo: “Hey Janet, you wanna fuck?” (“Hey Janet, vuoi scopare?”). Lei si volta e di nuovo il pubblico le suggerisce “Think about it” (“Pensaci bene”). In perfetto sincrono, lei sorride dallo schermo. Gli estimatori, però, non si limitano a ripetere i dialoghi, recitare le scene (durante There’s a Light Over at the Frankentein Place le prime file accendono delle candele o si coprono la testa con dei fogli di giornale per ripararsi dal temporale), ma indossano anche gli abiti dei loro eroi preferiti.

Il gioco di ribaltamento che propone questo cult riguarda tanto il genere cinematografico quanto gli stereotipi di genere, inteso come costruzione culturale attorno all’idea di uomo e donna. The Rocky Horror Picture Show, così come il mostro di Mary Shelley, appare come un pastiche dei classici horror e fantascientifici, quei B movie che vengono spesso ignorati dalla critica. Tutto è sopra le righe, bold, e crea un’enorme parodia grottesca, che fa ridere in modo liberatorio. I colori esplodono, a partire dal rosso delle labbra che aprono il racconto e cantano Science Fiction/Double Feature, ricco di riferimenti colti ai quali The Rocky Horror Picture Show si rifà (l’ispirazione per le labbra rosse, ad esempio, viene Observatory Time: The Lovers, di Man Ray). Anche il genere del musical viene insieme celebrato e preso in giro, con il rifiuto categorico di rendere drammatiche le storie dei protagonisti più freak che, anziché essere rappresentati come dei mostri in conflitto con se stessi, appaiono come personaggi di potere, sicuri della propria presenza e dei propri obiettivi.

A essere insicuri e spaventati sono al contrario Brad e Janet, “i bravi ragazzi”, che rappresentano le cavie perfette per il sogno di libertà del dottor Frank-N-Furter. Tim Curry, che lo interpreta, si presenta a circa venti minuti dall’inizio del film scendendo dall’ascensore avvolto in un mantello, sotto al quale nasconde un bustino nero di pizzo e calze a rete, che rivela durante il branoSweet Transvestite”, che rappresenta il vero e proprio manifesto del film. O’Brien – che recita anche nel ruolo del mellifluo assistente dello scienziato, Riff Raff – porta al cinema il primo travestito della storia slegato dalla depravazione o dagli stereotipi di una certa filmografia, che ritrae il travestitismo come esempio di degrado morale. Frank-N-Furter è invece avido d’amore, come una vecchia diva sul viale del tramonto, che non riesce a separarsi dalla dedizione dei suoi fan: vuole essere sempre al centro dell’attenzione e accontentato in ogni sua richiesta.

Il dottore è un personaggio a dir poco ambiguo. È un uomo che supera il confine della lettura che la società ha dei ruoli di genere. È maschile nell’aspetto fisico, negli slip attillati con i quali esibisce la forma dei suoi genitali (ben presenti nelle inquadrature dal basso), ma oltrepassa il limite di ciò che è consentito agli uomini: indossa abiti femminili, ha un filo di perle al collo e un trucco pesante che ricorda quello un altro alieno, quello Ziggy Stardust, alter ego di David Bowie, a cui Tim Curry ruba pure il truccatore. Solitamente gli uomini che vestono come donne sono usati nel cinema per essere presi in giro, così come tutti i personaggi che mettono in discussione il paradigma della virilità. In questo caso Frank-N-Furter, però, non scimmiotta la femminilità, ma celebra la possibilità di muoversi tra due differenti universi.

Susan Sarandon e Barry Bostwick (Janet e Brad)

In questo senso anche i suoi amici e servitori ritengono che il dottore a volte siatoo extreme, troppo persino per gli standard del loro pianeta, Transsexual, della galassia Transylvania. Eppure gli spettatori non possono fare a meno di accettare e adorare questo personaggio per quello che è, perché il primo ad adorarsi è lui stesso. Lo si fa a dispetto delle atrocità che commette – è infatti un omicida cannibale – e si tifa per lui affinché abbia successo nel realizzare il suo sogno d’amore libero e assoluto. Frank-N-Furter che incarna l’idea stessa di poliamore, una relazione intima e consensuale tra più persone, in risposta alla rigida e timorosa monogamia ostentata da Brad e Janet, con i quali lo vediamo anche andare a letto in diversi momenti del film. I due innamorati rappresentano invece tutte le convenzioni possibili: decidono di sposarsi perché così fanno tutti e sono vergini in osservanza alle regole ipocrite della società da cui provengono, dove il sesso può esistere solo dopo il matrimonio, vivono nel senso di colpa e nella paura. La loro è un’esistenza senza erotismo, in quanto il desiderio è considerato peccato, qualcosa che si colloca di volta in volta agli estremi dell’impuro o del sacro, a seconda del giudizio della società.

Esempio perfetto della teatralità camp, The Rocky Horror Picture Show è continuamente reinterpretato e riprodotto da attori professionisti e amatoriali, in qualsiasi scenario, sia esso teatro o cinema. FOX ha tentato di realizzarne una nuova versione – molto criticata – che vede Laverne Cox nel ruolo di Frank-N-Furter, e anche il telefilm Glee ne ha proposto una sua lettura edulcorata durante la seconda stagione, modificando la provenienza del dottore da Transsexual, Transylvania in Sensational, Transylvania per accontentare i limiti imposti dal target di riferimento.

In ogni caso, a prescindere dalle sue interpretazioni più o meno professionali, The Rocky Horror Picture Show, a distanza di quarantacinque anni, continua a essere rilevante, soprattutto grazie al senso di comunità che ha creato tra i suoi fedeli spettatori. E a tutti i nuovi arrivati – che gli elementi più vecchi della compagnia chiamano bonariamente “vergini” – ricorda che il criterio di selezione di ciò che è considerato normale o disdicevole è solo una formula passeggera. Essere liberi e privi di pregiudizi è esilarante, oltre a essere la forma più pura di coraggio. “Don’t dream it, be it,” canta Frank-N-Furter, sottolinenando come l’unica verità secondo cui è giusto vivere è quella che ognuno trova dentro di sé. L’identità non è un campo di battaglia, ma un gioco di scoperta, e i sogni sono belli, sì, ma realizzarli lo è ancora di più.

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