Dobbiamo recuperare il valore sociale e politico dello sport, dimostrò Paolo Sollier

Paolo Sollier quando entra in campo lo fa con il pugno alzato. Non è un vezzo da calciatore. È un gesto politico, come quello del giocatore di football americano Colin Kaepernick che nel 2016 rifiutò di alzarsi in piedi durante l’inno, rimanendo in ginocchio, per protestare contro le violenze della polizia ai danni degli afroamericani. Solo che non siamo negli Stati Uniti degli anni Dieci, ma al Santa Giuliana di Perugia, al Luigi Ferraris di Genova, al Rigamonti di Brescia, nel pieno degli anni Settanta.

Nel campionato 1974-1975 il Perugia è in Serie B e scala la classifica una partita dopo l’altra. Maglia scarlatta, pantaloncini bianchi e un discreto sfoggio di baffi, la “squadra dei miracoli” alla fine del campionato verrà promossa in A, per la prima volta nella sua storia. Il 1974 è l’anno di Piazza Loggia, degli agguati delle Brigate Rosse, dell’Italicus, del Golpe Bianco. Il calcio è lo specchio ludico della rivalità politica di quegli anni, ma solo sugli spalti. Alcune squadre hanno già una storia di tifoseria militante, anche se sarà proprio alla fine di quel decennio così polarizzato che nasceranno le curve ultras moderne. I giocatori, invece, raramente prendono posizione e, proprio come oggi, preferiscono lasciare le loro idee politiche fuori dal campo. Ma non Paolo Sollier, che con quel pugno alzato a ogni entrata rende manifesta la sua appartenenza.

Sollier nasce nel 1948 a Chiomonte, in Val di Susa, ma trascorre la sua infanzia nel quartiere Vanchiglietta a Torino, dove il padre è dipendente di un’azienda elettrica. Nel 1968, anno della famosa contestazione studentesca, si iscrive alla facoltà di scienze politiche. Non dura molto: un anno dopo lascia l’università e va a lavorare come operaio alla Fiat Mirafiori e, allo stesso tempo, trasforma la sua passione per il calcio in un secondo lavoro. Intanto milita in Avanguardia Operaia. Viene ingaggiato dalla Cossatese, squadra del biellese che gioca in serie D. Poi si trova “calciatore per caso”, come è scritto nel sottotitolo della sua autobiografia Calci e sputi e colpi di testa. Gioca nella Pro Vercelli in serie C, finché Ilario Castagner non lo chiama a giocare nel Perugia, in B.

Paolo Sollier e Giancarlo Raffaeli sfogliano il Quotidiano dei lavoratori, 1975 circa

Per Sollier è un passaggio traumatico: è molto legato a Torino, alla Vanchiglietta, alla comune dove vive, ai gruppi dei “cattolici del dissenso” dove fa il volontario, come Mani Tese. La carriera all’inizio non va come sperato e si sente spaesato e solo in una città tanto diversa da quella natale. Così trova rifugio ancora nella sua attività politica, si iscrive alla sezione locale di Avanguardia Operaia e si offre di andare ad affiggere i manifesti all’Università. I soldi non lo cambiano, nemmeno quando il Perugia viene promosso in serie A: continua a vivere in una comune, frequenta le riunioni del gruppo facendo quello che fanno tutti gli altri attivisti, va a parlare nelle scuole e nelle fabbriche.

Il pubblico non lo ama: è un uomo schivo, difficile, che vuole “fare entrare la critica ad ogni costo in ogni cosa”. E infatti critica tanti aspetti del calcio. Nega gli autografi, persino ai bambini, perché sono “un esempio di una delle regole di questo sistema: dare valore a cose che non ne hanno alcuno”; critica il club dei tifosi, un’istituzione nata per il desiderio di associarsi ma che si risolve solo nella scelta dei cori per la partita della domenica. Per la stampa, Sollier diventa presto “il calciatore ultrarosso”, il compagno, il comunista; gli altri giocatori in spogliatoio lo chiamano Mao. E in effetti nessun altro giocatore tiene tanto in simbiosi l’impegno politico e la professione calcistica.

L’etichetta però gli sta stretta, non perché non ci si riconosca, ma perché secondo lui il fatto che i giornalisti rimarchino la sua eccezionalità è un modo per rassicurare il pubblico che gli altri giocatori non siano come lui, ma siano delle “brave persone”. “Sono rari i calciatori impegnati in qualcosa che non sia il calcio,” scrive nel suo libro. “È raro anche trovare la tendenza alla socializzazione e questo è in contraddizione col gioco di squadra stesso: mentre in campo funziona il tutti per uno e uno per tutti, fuori campo ognuno rimette i suoi vestiti ideologici ed ha con gli altri rapporti anche simpatici, ma slegati e superficiali”. L’ideologia di cui parla è l’individualismo, che per Sollier è il vero male del nostro tempo, che sottrae energie alla socializzazione e all’impegno. Il calciatore, figura pubblica per eccellenza in Italia, se proprio non può sottrarsi al sistema capitalistico, può almeno reinvestire il suo tempo e il suo denaro per la collettività.

Sollier durante una partita Perugia-Catanzaro nel 1974
Sollier e Tardelli durante Juventus-Perugia, 1976

La sua militanza finisce per attirare l’attenzione dei neofascisti, che minacciano di rapirlo, gli mandano lettere minatorie, distruggono i bar frequentati dai tifosi perugini. Con alcune squadre la tensione è molto alta: alla vigilia di Lazio-Perugia, Sollier definisce gli avversari in un’intervista al Messaggero “la squadra di Mussolini”. Il giorno della partita, gli ultras laziali srotolano uno striscione con scritto: “Sollier Boia”, intonando “Boia chi molla” e facendo il saluto romano. Castagner decide di farlo uscire, e questa volta il giocatore non alza il pugno chiuso. Ha paura di eventuali ritorsioni contro i tifosi. È il 1976 e la tensione in Italia è sempre più alta, con il conto delle morti politiche che si alza ogni settimana.

Sollier a un certo punto capisce che è impossibile vivere la militanza con le contraddizioni che comporta il suo mestiere e che c’è un altro modo per essere “compagni”, oltre a quello di far sottoscrivere al presidente del Perugia due abbonamenti al Quotidiano dei lavoratori, la testata di Avanguardia operaia, per ogni gol segnato. E così comincia a educare i tifosi sull’importanza sociale dello sport, criticando la sinistra ortodossa e il Partito comunista per essersi sempre tenuti lontani dall’importanza sociale delle attività sportive. Secondo Sollier c’è una differenza abissale tra chi pratica sport (pochi) e chi lo tifa (troppi), che si riflette anche nel divario economico tra lo sport agonistico e quello dilettantistico. Gli italiani vivono lo sport, ma da spettatori e non da praticanti. Per questo intorno al calcio professionistico girano un sacco di soldi, mentre in alcune zone d’Italia non ci sono i fondi nemmeno per costruire un piccolo stadio comunale.

Perugia-Parma, 1975

Sollier si oppone alla trasformazione del Perugia in una società per azioni, perché “la struttura di una società di calcio non può dipendere dagli umori e amori di un riccastro”. Contesta l’assenza di rappresentanza dei tifosi nella società e, soprattutto, si oppone agli spropositati guadagni dei calciatori professionisti. A questo proposito, secondo Sollier il giocatore di calcio dovrebbe agire nella società come fa ogni altro lavoratore, che ha dei diritti ma anche dei doveri. Una delle sue responsabilità è quella di insegnare ai tifosi a contenere la violenza, che le persone sfogano negli stadi. Di fronte alla violenza, dice il giocatore, le strade sono due: o ci si lascia dominare da essa o si prende coscienza del perché si è così frustrati. “Chi non è politicizzato e subisce tutta la settimana le torture del lavoro, dei prezzi, del non contare niente diventa una potenziale bomba umana. […] Se poi la squadra perde la partita e gioca male, oppure l’arbitro ne inventa qualcuna, il tifoso diventa violento e pericoloso. Per immaturità politica e perché non è sportivo. E non è sportivo perché non ha mai fatto sport. E non l’ha mai fatto perché non gliel’hanno consentito, perché non gli hanno costruito gli impianti, perché non è un campione. Perché la pratica sportiva di massa non esiste”.

In un’intervista alla Domenica sportiva, il calciatore ribadisce la sua visione: per anni, lo sport è stato considerato un passatempo e non un diritto. La politica ha investito esclusivamente sullo sport d’élite, lasciando le briciole alla gente comune. La violenza negli stadi è la diretta conseguenza della violenza sociale. Sollier punta il dito anche contro i giornalisti sportivi, che parlano solo di questioni tecniche o fanno gossip, e contro i calciatori stessi, colpevoli di divismo e campionismo, avidi e disimpegnati.

La partita Lazio-Perugia con lo striscione “Sollier boia” sullo sfondo, 1976

Quando c’è il calciomercato, Sollier scappa all’estero per non leggere i giornali e non essere raggiungibile. Non sopporta di essere venduto “un tanto al chilo”. Dopo due anni al Perugia, viene ceduto al Rimini, e dopo un triennio torna alle origini, giocando ancora per una decina d’anni nella Pro Vercelli e nella Cossatese. Finita la carriera da professionista, diventerà allenatore di squadre dilettantistiche, restituendo alla comunità quello che aveva imparato nei suoi anni da professionista. Oggi ha 72 anni e nella sua ultima intervista, a La Stampa, dimostra di non aver perso lo spirito di un tempo, anche se preferisce lasciare spazio alle nuove generazioni. “Io mi nutro ancora di ideali”, ha detto. “Alle idee ci pensino i giovani”.

Oggi le dinamiche malate del calcio di cui parlava Sollier sembrano essere arrivate a un punto di non ritorno. Un operaio, infatti, ci metterebbe 550 anni per guadagnare lo stipendio annuale di un calciatore professionista. Il brand di una squadra come la Juventus ha un valore di 700 milioni di euro. Walter Sabatini, l’altro “rosso” del Perugia, è diventato un famoso dirigente sportivo. Nonostante misure importanti come il Fondo Sport e Periferie per realizzare interventi edilizi per l’impiantistica sportiva, il divario tra la realtà dilettantistica e quella agonistica è ancora troppo vasto. Le federazioni riconosciute come professionistiche dal Coni sono solo quattro, calcio, golf, pallacanestro e ciclismo. Gli altri sportivi sono quindi considerati dilettanti (e per questo molti entrano nelle forze armate, per assicurarsi stipendio e pensione), Oggi è ancora più raro vedere calciatori anche solo vicini a temi sociali o politici e, quando succede, le polemiche non si fanno attendere. Claudio Marchisio, che più volte ha espresso le sue posizioni (per quanto moderate) su temi come le migrazioni o il razzismo, è stato subito bersagliato da chi è convinto che “la politica debba restare fuori dal calcio” – nonostante, tra l’altro, proprio Marchisio si sia ormai ritirato. Ma, come diceva Sollier, tutto è politica: “Figuriamoci allora se non è politico un evento che coinvolge milioni di persone, che riempie i giornali, che fa gioire odiare ubriacare; per il quale intere città si contorcono, si mascherano, esplodono; che spesso funziona come droga, come pretesto per dimenticare, come valvola di sfogo”.

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