3,7 milioni di donne in Italia soffrono di incontinenza e nessuno sembra prenderle sul serio - The Vision

Ad agosto, l’azienda di prodotti di igiene intima Tena ha lanciato una “piattaforma di contenuti di riferimento sulla salute e sul benessere per tutte le donne mature”, Dedicato a me. Il lancio della piattaforma è stato accompagnato da uno spot pubblicitario molto discusso, girato dal regista greco Yorgos Lanthimos, dove alcune donne più o meno anziane parlano del loro corpo e della sessualità, per poi introdurre il tema della campagna: l’incontinenza. Lo spot ha suscitato molte reazioni contrastanti: da un lato, è stato tacciato di essere offensivo se non osceno, dall’altro è stato accolto come una svolta nella comunicazione di un problema molto diffuso.

Quando si parla di incontinenza le pubblicità di norma tendono a usare il dispositivo dell’ironia e ad affrontare con leggerezza un tema che invece può causare grande sofferenza e vergogna a chi ne è affetto, contribuendo a minimizzare quello che è a tutti gli effetti un problema da non sottovalutare. Secondo la Fondazione italiana continenza, 5,1 milioni di persone nel nostro Paese sono incontinenti, di cui 3,7 milioni donne e 1,4 milioni uomini. Sebbene tendiamo ad associarle all’età avanzata, le perdite di urina possono colpire in qualsiasi momento della vita adulta, specialmente le donne, che sono più esposte al problema per cause fisiologiche, in primis per la diversa conformazione del pavimento pelvico, l’uretra più corta rispetto a quella maschile, la gravidanza, il parto e la menopausa (il cui cambio ormonale influisce sulla muscolatura), ma anche per esercizi fisici eseguiti male, in particolare gli addominali. Negli uomini, invece, l’incontinenza sopraggiunge di solito con l’avanzare dell’età, ed è spesso legata alle patologie che possono colpire la prostata.

L’incapacità di trattenere l’urina dipende da una grande varietà di cause e può manifestarsi in diversi modi: si parla di “incontinenza da urgenza” quando non si riesce a trattenere lo stimolo di andare in bagno, una condizione associata di solito alle infezioni dell’apparato urinario o a problemi alla prostata; di “incontinenza da sforzo” quando l’urina fuoriesce da sola a seguito di uno sforzo fisico, come uno starnuto, un colpo di tosse o anche l’esercizio fisico; di “incontinenza paradossa” quando l’urina prodotta dai reni supera la capacità della vescica, che non viene mai svuotata completamente; e infine di “incontinenza funzionale” quando la persona non è in grado di raggiungere il bagno a causa di mobilità ridotta o di altri problemi di salute. Per ragioni abbastanza ovvie, l’incontinenza è associata a una bassa qualità della vita e del benessere sessuale. L’incapacità di trattenere l’urina porta con sé anche altri problemi di salute di varia entità, dalle dermatiti causate dall’utilizzo di pannolini, alla depressione e all’ansia dovute alla vergogna o a un cambiamento per il proprio stile di vita – soprattutto per quanto riguarda le persone più giovani, e ultimo ma non ultimo a problemi legati all’appagamento sessuale – per quanto riguarda le donne, ad esempio, si può riscontrare dolore durante i rapporti e difficoltà nel raggiungere l’orgasmo. La vergogna e lo stigma legati all’incontinenza, però, fanno sì che il problema venga spesso taciuto e spesso sottovalutato anche dagli stessi medici e operatori sanitari.

Il fatto che sia oggetto di tabù non significa che l’incontinenza urinaria sia qualcosa che bisogna semplicemente “accettare” come normale. “È la definizione stessa di incontinenza a spiegare perché”, ci dice l’ostetrica e divulgatrice Silvia Boselli. “Incontinenza è qualsiasi perdita involontaria di urina. Questa definizione non prevede eccezioni, non dice che è normale, ad esempio, per chi ha partorito o per chi è in menopausa: è qualsiasi perdita. La continenza è qualcosa che impariamo sin da piccoli e il controllo degli sfinteri è una questione di sopravvivenza: anche gli animali nascondono le feci e l’urina”. Il rischio di normalizzare le perdite urinarie come qualcosa che capita a tutte o che addirittura ha accezioni positive (come si sente nello spot di Tena, “sono le mie gocce della risata”), è di sottovalutare quella che è a tutti gli effetti una patologia. “Un conto è spiegare che questo può succedere e superare la vergogna dell’uso degli assorbenti – che non sono più necessari se si intraprende una terapia – un altro è far passare il messaggio che l’incontinenza sia la norma”, conclude Boselli.

È importante diffondere messaggi non stigmatizzanti sul corpo: dai tumori, alle malattie sessualmente trasmissibili, sono tante le patologie che sono connotate dal pregiudizio o relegate al silenzio. Ma l’abbattimento dei tabù non può corrispondere a una retorica che incentiva all’irresponsabilità o alla rassegnazione verso malattie che possono essere curate con le giuste terapie. Per quanto riguarda l’incontinenza urinaria femminile, ad esempio, nella maggior parte dei casi basterebbe la riabilitazione del pavimento pelvico a risolvere il problema, o a migliorarlo notevolmente. Ma anche nei casi più complessi, esistono comunque farmaci e interventi chirurgici efficaci. Tuttavia, secondo il presidente della Fondazione italiana continenza, Mario De Gennaro, “molto spesso questo problema è associato a una scarsa conoscenza della malattia e a un forte senso di pudore nel parlarne con il proprio medico e con persone vicine. Possiamo dire che siamo di fronte a un problema sommerso”. Anche superata la vergogna, poi, non è garantito che il medico sia adeguatamente formato per prendere sul serio il problema o per indicare uno specialista.

Lo spot di Tena è stato criticato non tanto per il rischio di veicolare un messaggio fuorviante, ma soprattutto per la forma: come ha raccontato la marketing manager di Tena Michela Marabini al Fatto Quotidiano, molte emittenti televisive hanno opposto resistenza alla messa in onda prima della fine della fascia protetta. A indignare sono state infatti le immagini di donne anziane, nude o quasi, che parlano di sesso e dei loro corpi. Leggendo i commenti lasciati su Facebook dalle donne stesse, molte si sono sentite offese o hanno trovato disturbante o non necessaria la connessione tra sessualità e incontinenza (nonostante si tratti proprio di uno dei problemi principali legati alla debolezza del pavimento pelvico). Una reazione del genere porta alla luce il cuore del problema: il pudore del corpo femminile è così interiorizzato da riuscire persino a superare il desiderio di essere in salute. Se è già inconcepibile che una donna manifesti di avere una vita sessuale attiva, figuriamoci se è anziana, figuriamoci se soffre pure di incontinenza. Senza togliere che questa patologia riguarda anche le più giovani. È evidente che lo spot abbia toccato corde molto sensibili, che sono quelle della vergogna: vergogna per il sesso e vergogna per le funzioni fisiologiche, ancora più sanzionate se provengono da un corpo femminile.

Sarebbe sbagliato, nel lungo e difficile processo che è la liberazione dei corpi, inserire l’incontinenza fra le normali cose della vita – come è sempre stato fatto aggirando il problema – come sta accadendo ad esempio con la normalizzazione del flusso mestruale. L’incontinenza non è un fenomeno da accettare con benevolenza e rassegnazione, ma una patologia che può essere in molti casi facilmente curata e risolta. Urinare è qualcosa di fisiologico e normale, sì, ma come ci allarmiamo se le mestruazioni sono abbondanti o molto dolorose, così dovremmo preoccuparci se non riusciamo più a controllare l’urina. Con un argomento delicato come quello dell’incontinenza urinaria, un problema che porta con sé un grande carico emotivo di vergogna e di stigma, una narrazione normalizzante è quella che spinge le donne a parlarne in un’ottica responsabilizzante. Parlarne quindi con i propri cari, con una ginecologa, un urologo o un’ostetrica specializzata e se è necessario anche con uno psicologo. È anche vero che in molti casi queste cure sono a carico della paziente, dato che solo da poco tempo la riabilitazione del pavimento pelvico è arrivata negli ospedali pubblici o nei consultori. Secondo la Fondazione italiana continenza, in media lo Stato copre solo la metà dei costi sostenuti dalle persone incontinenti, in prevalenza donne. Le coperture per altro riguardano per la maggior parte gli interventi chirurgici e le forniture di assorbenti, mentre ancora troppo poco viene investito nella riabilitazione e, più in generale, nella prevenzione, che sarebbe il fronte più importante da sostenere, proprio per evitare costi e danni maggiori.

Tutte le persone hanno diritto a una buona qualità della vita, cioè a vivere in salute senza doversi rassegnare al dolore o al disagio, questi sì elementi fin troppo normalizzati.

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