Per trovare la nostra dimensione esistenziale ci servono luoghi dove coesistano natura e cultura - THE VISION

La vita, sul pianeta Terra, sembra essere regolata da due movimenti principali e solo in apparenza in opposizione tra loro: l’espandersi e il ritrarsi. Questi avvengono in vari ambiti, prendono varie forme e ci si manifestano a vari livelli percettivi. Le acque (e quindi anche il nostro sangue), i fiori, il nostro respiro, i nostri muscoli. Questo semplice movimento sembra essere inscritto molto profondamente nella nostra fisiologia, al punto che anche la nostra cognizione gli risponde. Vedere forme che si espandono e si ritraggono ci incuriosisce, ci attrae, mantiene viva la nostra attenzione. Questo pulsare spontaneo, che dall’acqua si è impresso alle cellule e agli organismi organici, oggi sembra si stia irrigidendo sempre di più.

La cultura capitalista ci ha portati a tirare troppo la corda, e come succede ai materiali elastici se si applica una tensione troppo grande rispetto alla capacità che hanno di adattarsi e di cambiare forma il materiale finisce col deformarsi irreversibilmente. Si irrigidisce e poi si spezza. È quello che succede a tante persone a cui sembra di non riuscire più a respirare. A questo proposito è stato individuato un fenomeno chiamato “email apnea”: quando ci concentriamo su qualcosa, in particolare sul leggere e rispondere alle mail, smettiamo senza accorgercene di respirare, e questo ha un impatto disastroso sulla nostra salute. In parallelo siamo stati educati non solo a non respirare, a mangiare male e in maniera sconclusionata perché cucinare e farlo con un criterio porta via troppo tempo e attenzione, ma pure a non dormire.

Spesso, questo sentirci stritolati senza avere mai tempo e spazio a sufficienza per ritrovare una nostra dimensione di cui riappropriarci innesca un profondo desiderio di fuga. Scappare da ciò che ci impedisce di stare nel ritmo e nel fluire della vita per rifugiarsi in quello che un tempo da tanti artisti, amanti e intellettuali veniva chiamato il “buen retiro”. Uno luogo lontano da tutto, in particolare dalle tensioni e dalle pressioni sociali, “alle estreme propaggini dell’Impero”, là dove sembra ancora possibile essere liberi e indipendenti, almeno al grado zero della dimensione fisica. Questo desiderio risponde direttamente alla fomo (“fear of missing out”), la paura di essere tagliati fuori, essere esclusi, di non essere al centro delle cose, di perdersi qualcosa, una forma di ansia sociale caratterizzata dal voler restare continuamente a contatto delle attività che fanno gli altri. Eppure la cultura tradizionale dei campi ci insegna che per produrre è necessario un periodo di totale riposo e rigenerazione, di silenzio e raccoglimento.

Il buen retiro in origine era il nome di un possedimento reale spagnolo, con un celebre parco, vicino a Madrid, dove Carlo di Borbone nel 1759 trasferì la fabbrica di porcellane di Capodimonte. Traslato – in particolare da Gabriele D’annunzio nel Trionfo della morte e nelle lettere a Barbara Leoni – era un posto dove si poteva essere se stessi e amare chi si voleva, lontano dagli occhi opprimenti e repressivi della società, in cui rigenerarsi. Molto prima, assolvevano a una funzione simile, pure se estesa alla corte, le Delizie estensi, una serie di residenze rinascimentali costruite tra la fine del 1300 e il 1500 dagli Este, in particolare durante il periodo del Ducato di Ferrara, che all’epoca comprendeva anche i territori del modenese e del reggiano. Allo stesso modo, oggi, stanno nascendo progetti di aggregazione in località periferiche, che si fondano sulla costruzione di comunità legate da visioni e interessi comuni.

È ciò che sta cercando di fare Antinori e Tormaresca nella sua tenuta pugliese Bocca di Lupo in agro di Minervino Murge – vicino al confine con la Basilicata e incluso nei confini del Parco Nazionale dell’Alta Murgia – promuovendo una rinascita vinicola e artistica, ritrovando una dimensione della coltivazione rispettosa dell’ambiente e dei processi organici e al tempo stesso animando questo luogo con un ritmo alternativo, in cui l’arte possa nutrirsi e dare i suoi frutti alla collettività, grazie a un progetto di residenze artistiche dedicate alle donne e al festival Locus. La tenuta sorge nell’area DOC Castel del Monte. Insieme ai “tratturi” e ai muretti a secco, questa residenza – costruita secondo i canoni delle antiche masserie della Murgia con la sua struttura “fortificata” e i luminosi muri bianchi in tufo – è tra le poche testimonianze della presenza dell’uomo nell’area circostante. Dalla tenuta lo sguardo abbraccia il villaggio di Minervino Murge, con le sue costruzioni in pietra bianca; mentre a ovest si scorge il vulcano Vulture. Il paese si affaccia come un balcone sul tavoliere delle Puglie, lontano dal mare. “Minervino Murge sembrava abitato solo da uomini,” ricorda Lina Wertmüller, che lì nel 1963 ha girato il suo primo lungometraggio, I basilischicon le musiche di Ennio Morricone. In giro si vedevano solo uomini, delle donne si parlava solo se emergeva uno scandalo, o se qualcuna di loro si suicidava.

I 140 ettari di vigneti si trovano a circa 300 metri sul livello del mare, in piena Murgia, un’area caratterizzata da condizioni climatiche e ambientali faticose, che hanno costretto l’umanità che ci si è insediata a lavorare da sempre con estrema costanza. I rigidi inverni, l’importante escursione termica, le “gravine” e la foschia che spesso avvolge i vigneti, e l’influenza del Vulture permeano il suolo da cui hanno origine Aglianico, Chardonnay, Cabernet Sauvignon, Fiano pugliese, Moscato Reale e Nero di Troia. Spesso ci si meraviglia che l’aglianico sia presente in Puglia, ma in realtà non dovrebbe sorprendere che a Bocca di Lupo e in Puglia ci sia questo vino, ma in realtà tutte le uve coltivate sono varietali di origine greca, arrivati quindi oltre duemila anni fa, quando tutto il Meridione era parte della Magna Grecia.

Da Castel del Monte – la famosa fortezza fatta costruire da Federico II di Svevia nel Tredicesimo secolo, oggi riconosciuta come patrimonio dell’umanità – la vista si allarga ulteriormente, permettendo di individuare i confini naturali e la presenza delle varie coltivazioni, che creano disegni geometrici alternando uliveti ai filari di vigneti. Le acque piovane, ricche di anidride carbonica, con un lavoro millenario hanno poi sciolto il calcare che caratterizza queste terre, dando vita al carsismo, uno spettacolare fenomeno di erosione che crea un’infinità di cavità sotterranee: doline carsiche, fratture, gravi, gravine, inghiottitoi, lame, puli e voragini, gravi, segnano e caratterizzano profondamente questo paesaggio, in cui si coglie ancora l’eco dei miti e le leggende che hanno sempre accompagnato l’umano.

Bocca di Lupo
Petrabianca 2020

L’idea de I Basilischi, tra le prime opere a portare in luce questa civiltà e a farla dialogare col contemporaneo del boom economico postbellico e coi movimenti femministi, nacque durante un viaggio in Puglia che Wertmüller fece in compagnia del critico cinematografico e sceneggiatore Tullio Kezich. Wertmüller volle fare diverse tappe per conoscere le terre d’origine di suo padre e incontrare i parenti. Non c’era mai stata prima e la vita di questi luoghi – lontano dalla fretta e dai ritmi frenetici della città, tra indolenza e violenza, fede e rassegnazione – la colpì profondamente: voleva raccontare quello spaccato sociale. I basilischi è l’istantanea di un Sud mitologico, in cui vigevano ancora antiche norme e che ancora oggi appare come una sorta di idolo del passato, spaventoso e affascinante a un tempo. La vita, ripetitiva e arcaica del paese, cucita sui cicli di espansione e sospensione della natura, veniva informata dai primi vinili di jazz che qualche parente emigrato faceva arrivare dall’America, da cui non sarebbe tornato mai più. A differenza di chi invece tentava la fortuna nella Capitale, tornando spesso a mani vuote, ancor più rassegnato e deluso. Le donne restavano sempre sullo sfondo, come fossero parte della struttura che teneva in piedi le case del villaggio, e non persone, esseri umani. Spesso venivano schiacciate dal peso che quel mondo scaricava su di loro.

Lina Wertmüller, 1963

I Basilischi di Lina Wertmüller, 1963

“Il mio viaggio in tutti i Sud del mondo è cominciato proprio da qui”, ha detto Wertmüller una trentina d’anni dopo aver girato il suo film. E infatti non sembra che siano passati tanti anni, è come se il tempo in questi luoghi – a parte le macchine e qualche portone di alluminio anodizzato, come fece notare la regista – non fosse mai passato, eppure la mentalità degli abitanti negli anni Novanta era già profondamente mutata, i giovani se ne volevano andare e chi restava innestava in questi territori una nuova visione. Il Sud, come il Nord, è una convenzione, tutti sappiamo che la Terra è una sfera imperfetta, che ogni posizione è relativa a qualcos’altro. Il Sud è quindi prima di tutto uno spazio semantico, un groviglio di sensi che la nostra cognizione riconosce immediatamente in alcuni luoghi, in cui il ritmo dell’esistenza cambia, e con esso il nostro sguardo, i nostri pensieri, il nostro modo di considerare il mondo e di dargli valore, permettendoci oggi più che mai di ricominciare a respirare.


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