L’uomo scappa dalla libertà perché si sente insicuro, ci disse Fromm

È vicino a compiere ottant’anni Fuga dalla libertà,  una delle opere più note di Erich Fromm, datata 1941, nel bel mezzo della seconda guerra mondiale; eppure a così tanti anni di distanza la lucidità con cui viene affrontato il problema la rende ancora attuale. Nato a Francoforte nel 1900, psicologo, filosofo e sociologo, Fromm ha cercato con questo testo di rispondere a una domanda fondamentale: perché essere liberi fa paura? Il progresso storico, che ha subìto un’accelerazione enorme negli ultimi cento anni, ha permesso all’umanità di acquisire conoscenza, svincolarsi da un sistema di controllo precostituito – monarchia assoluta, feudalesimo, potere religioso eccetera – per acquisire un’autonomia sempre maggiore. Eppure questa “libertà da” qualcosa non si è trasformata in una “libertà di” diventare qualcosa di singolarmente unico. Una volta spezzate le catene l’individuo si è sentito solo e insicuro, e di fronte a questa solitudine ha sviluppato un forte senso di ansia e incertezza. Da una parte c’è quindi un’appartenenza che ingabbia, dall’altra c’è un vuoto che spaventa. Secondo Fromm questo senso di isolamento che si prova non è sostenibile, per cui le strade sono due, o progredire verso una piena maturazione, o fuggire verso un nuovo padrone.

Erich Fromm

Che il rapporto diretto tra progresso storico e libertà sia un dato di fatto è evidente sotto tanti punti di vista, così come il fatto che abbia aumentato il livello degli stati d’ansia. È sufficiente dare un’occhiata all’incremento esponenziale dell’uso di psicofarmaci, in primis negli Stati Uniti, ma anche in Italia. Un americano su sei ammette di farne uso, e la maggior parte si concentra su antidepressivi e ansiolitici. In Italia, secondo un’indagine dell’Espad – sezione di epidemiologia e ricerca sui servizi sanitari – i farmaci tranquillanti vengono usati già in età adolescenziale e sono la sostanza più diffusa dopo la cannabis. Ma le nuove dipendenze, nate per sedare quest’ansia sempre maggiore, e non sempre percepite come tali, in realtà sono tante. Per esempio, da un’indagine Ipsad sul gioco d’azzardo il 68% degli uomini e l’82% delle donne tra i 15 e i 64 anni gioca al Gratta&vinci, tra gli adolescenti questo fenomeno interessa il 64% della fascia 15-19 anni. Indipendentemente dal tipo di strumento utilizzato, nel 2017 è stato rilevato che quasi 17 milioni (42,8%) di italiani hanno giocato d’azzardo almeno una volta nel corso di quell’anno, un aumento di 15 punti rispetto alla rilevazione del 2014.

Esistono però dipendenze socialmente accettate che arrivano a guidare il comportamento della gente al punto da condizionarne totalmente la vita. Un esempio su tutti è l’eccesso di lavoro, un sistema di schiavitù-gratificazione premiata dalla società (più lavori, più hai successo, più vieni apprezzato), che difficilmente viene percepita dalla persona coinvolta come patologica, nonostante porti in molti casi a continui stati d’ansia, insonnia, stress o stanchezza cronica. Anche un gesto semplice, come quello di fare acquisti, può rivelare una vera e propria dipendenza: lo shopping compulsivo colpisce il 5% della popolazione e coinvolge soprattutto le donne tra i 30 e i 40 anni (80% di chi soffre di dipendenza). La questione è diventata ancora più spinosa da quando è arrivato l’e-commerce: secondo l’Osservatorio Multicanalità l’acquisto online coinvolge circa 20 milioni di persone, di questi circa il 40% spende dai 100 ai 499 euro al mese. I siti di vendita su internet permettono di spingere al massimo l’atteggiamento compulsivo, perché basta un solo click per acquistare l’oggetto desiderato.

Ancora più comune è la dipendenza da cibo, in particolare da cibo spazzatura. La food addiction è un fenomeno che ha alcune caratteristiche in comune con la dipendenza da droghe, sostituite da cibi gustosi e saporiti (principalmente composti da zuccheri e grassi), che agiscono sul cervello riducendo lo stato di ansia. Può diventare dipendenza anche il sesso o alcuni stati di innamoramento, se trasformati in una ricerca costante e ossessiva, anche questa agevolata da internet. La parola stessa addiction, che viene utilizzata proprio per definire queste dipendenze contemporanee – e viene tradotta in italiano con “dipendenza patologica” – richiama il concetto espresso in Fuga dalla libertà, perché deriva dal vocabolo latino addictus, ovvero schiavo o servitore che non può ripagare un debito.

Esistono vari modi per sfuggire a questa ansia: il più comune è quello di cercare di acquisire fama. Nelle varie forme che il potere assume l’individuo passa da essere piccolo e solo (perché unità isolata su miliardi di persone) a essere “qualcuno”, riconoscibile. In un sistema in cui il mercato è diventato il punto focale, oltre a vendere le merci si impara anche a vendere se stessi. E se gli altri non ci danno valore non si esiste. Se la vita è incertezza e fragilità, l’approvazione regala gratificazione e sicurezza. Questa modalità di fuga è particolarmente evidente osservando alcune dinamiche tipiche dei social network. Secondo il Pew Research Center il 39% degli adolescenti, quando pubblica una foto, un video o un post, dichiara di avere paura di non riceve abbastanza like, perché in questo mondo digitale l’influenza che si ha online, il ritorno degli apprezzamenti virtuali, conta come, se non più, di quelli reali. C’è poi un disturbo che ormai ha anche un nome, si chiama “fomo”, acronimo di “fear of missing out”, e si basa sull’ansia che l’essere offline possa far perdere qualcosa di importante, o che le persone della nostra rete di “amicizie” possano star facendo qualcosa di più bello, possano ottenere un riconoscimento digitale maggiore del nostro. Bisogna stare al passo con i like se non si vuole essere estromessi. Una schiavitù digitale che sottrae enormi quantità di tempo, sul cui contraltare c’è però la sensazione di essere esclusi, quindi soli.

Fromm sostiene che ormai non ci sia neanche più bisogno di un’autorità esterna, perché ci adeguiamo autonomamente a un’autorità anonima. In Fuga dalla libertà spiega: “L’uomo moderno si trova in una situazione in cui gran parte di ciò che egli pensa e dice consiste in cose che tutti gli altri pensano e dicono; non ha acquisito la capacità di pensare originalmente”. Si ripete quello che si sente e si interiorizza il pensiero come fosse personale, eppure tutti vogliono essere – o sembrare – originali. Così, se in passato un commerciante per vendere doveva puntare sul valore del prodotto, adesso la pubblicità investe soprattutto sul catturare emozioni. Una suggestione ipnotica – che offre l’idea di contare come individui – che poi, secondo Fromm, arriva a controllare anche la parte intellettiva. Un’idea che funziona in parte anche nella propaganda politica: evidenziare che il voto, il singolo conta quando in realtà la parte più profonda dell’individuo viene spinta al silenzio per conformarsi, perché in realtà il suo valore è un numero in un sondaggio. Anche l’autoritarismo, l’anticonformismo e gli atteggiamenti distruttivi si collocano nella stessa scia, perché nell’opposizione non matura non c’è una crescita ma solo un contrasto, che serve o per darsi valore o per sfogare istinti repressi: il desiderio di controllare gli altri per non essere soli o per sentirsi migliori, più forti, oppure quello di distruggere ciò che ci circonda per essere di nuovo “liberi da” senza avere però una direzione in cui muoversi.

Il punto cruciale del libro è cercare un modo per godersi la libertà conquistata senza soffrire o rifugiarsi in una dipendenza come unica soluzione. Per farlo i bisogna acquisire la capacità di conoscersi e analizzarsi dettagliatamente, acuendo sempre di più la lucidità e la consapevolezza sulla propria condizione e sul proprio modo di comportarsi; poi è necessario accettare gli aspetti tragici della propria esistenza, senza cercare di nasconderli o minimizzarli, ma in un certo senso rassegnarsi alla miseria della condizione umana; infine è necessario  capire come sviluppare una creatività produttività che permetta di realizzarsi senza però chiudersi  nelle gabbie del successo e del bisogno di riconoscimento personale – che non devono essere i motori della nostra azione, ma al massimo conseguenze.

Punto di partenza fondamentale per questo cambiamento, per non essere vittime della libertà, è quello di essere capaci di sviluppare  un pensiero critico, per permettere di sviluppare un senso dell’io abbastanza forte da permetterci di far parte del sistema senza subirlo.

Segui Maria Rosa su The Vision
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: