Salvini fa campagna elettorale sui problemi del territorio. E poi li dimentica.

Salvini è in perenne campagna elettorale. Questo è assodato, la cifra della sua propaganda è il tentativo di colonizzare i luoghi utili a livello elettorale. Comizi, sagre, felpe con il nome di diverse località, prodotti locali messi in bella vista sui social, presenzialismo: è il modus operandi di chi vuol far credere che un determinato luogo e popolo gli stiano particolarmente a cuore. Come la rockstar che urla “Siete il pubblico più bello del mondo” in ogni tappa del tour. Salvini segue la strategia berlusconiana di sostituire se stesso al candidato, presentandosi in prima linea e rendendo il futuro governatore un misto tra il riflesso o l’emanazione del leader forte e una creatura assolutamente invisibile (come nel caso di Lucia Borgonzoni, che gli stessi elettori leghisti non conoscono). Ci si concentra spesso su questo aspetto di Salvini, mentre in realtà è molto più interessante far luce sul post-elezioni, quando ormai non bisogna più convincere nessuno e tocca governare – poiché nelle ultime tornate elettorali la Lega è sempre risultata vincitrice. Ed ecco quel che avviene: Salvini scompare dai radar, impegnato a raccattare voti in altri lidi, e rimane soltanto il peso della politica, di una giunta di carneadi – perché la gente vota Salvini, non il candidato sindaco o governatore – che fondamentalmente si distingue per una cosa: governa male.

Il mito del buongoverno leghista al Nord è stato già ampiamente smentito, mentre la novità risiede nelle conquiste di Salvini nel Centro-Sud, impensabili fino a qualche anno fa. Il 2019 è stato l’anno in cui la Lega, supportata dal resto del centrodestra, ha aggiunto al proprio carniere la presidenza di Sardegna, Basilicata e Umbria. Alla prova dei fatti, e cioè il lavoro per approvare il bilancio per il 2020, in tutte e tre le regioni il centrodestra a maggioranza leghista ha palesato la sua incapacità di tramutare le promesse in fatti, gli slogan elettorali in azioni concrete. Risultato: nessuna di queste regioni è riuscita ad approvare in tempo il bilancio, dichiarando l’esercizio provvisorio. Stessa sorte per la Sicilia, conquistata due anni fa in seguito al “patto dell’arancino” tra Salvini, Meloni e Berlusconi. Ma questa notizia non avrà lo stesso risalto mediatico di una foto di Salvini che assaggia un prodotto tipico di una di quelle regioni che adesso il suo partito sta distruggendo.

Giorgia Meloni

Per la Sicilia di Nello Musumeci, in carica dal 2017, è il terzo anno di fila in esercizio provvisorio. Niente male. La regione sta attraversando una gravissima crisi finanziaria tra casse vuote, una giunta incapace anche di fare semplici calcoli, perennemente punzecchiata dalla Corte dei conti, e 13 miliardi di debiti per i prossimi 30 anni. Certamente la cifra si è accumulata nel corso degli anni, ma c’è un disavanzo di 1,1 miliardi nell’esercizio finanziario per il 2019, dunque i colpevoli non appartengono soltanto al passato. Inoltre ci si è trovati di fronte ai soliti giochi siciliani di trasformismo, appoggi esterni ambigui e guerra fratricida tra Lega e Forza Italia, culminata con la sentenza finale di Gianfranco Miccichè, presidente dell’Assemblea regionale: “Salvini è un traditore, sta prendendo tutti per il culo”.

Nel 2018 abbiamo assistito anche all’anomalia di Musumeci sul palco a Pontida, lo stesso dal quale negli scorsi anni sono piovuti insulti infamanti contro i meridionali. Ma si sa: essere di centrodestra oggi vuol dire salvinizzarsi o quanto meno seguire i passi del leader mediatico, quello che va dove lo porta il voto, per poi dileguarsi nel nulla. Lo scorso anno, in occasione del terremoto nella provincia di Catania, Salvini sui social non ha scritto nessun messaggio per la popolazione colpita, preferendo postare la foto della sua colazione a base di pane e Nutella. Non essendoci elezioni imminenti, la Sicilia e i siciliani non gli servivano più.

Nello Musumeci

A proposito delle pratiche in stile vecchia politica, quando si parla di Lega in Sicilia non si può non citare il caso di Paolo Arata, consulente leghista arrestato insieme al figlio con l’accusa di aver corrotto funzionari pubblici della Regione siciliana in collaborazione con Vito Nicastri, ritenuto vicino a Matteo Messina Denaro e, in passato, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Arata è strettamente legato ad Armando Siri, il leghista indagato con l’accusa di aver ricevuto una tangente – 30mila euro da parte di Arata – in cambio di favori negli affari legati all’energia rinnovabile. La Sicilia di Salvini è dunque quella di Arata, Siri e Nicastri, ovvero l’apoteosi del malgoverno che opera in continuità con il periodo berlusconiano.

In Sardegna la situazione è ancora più tesa, considerando che se Salvini si presentasse nei paraggi non sorprenderebbe che ad accoglierlo ci fosse  esercito di pastori sardi pronti a scambiare con lui chiacchiere poco amichevoli. Le loro proteste erano diventate un argomento fondamentale durante la campagna elettorale di Salvini in vista delle regionali. L’ex ministro dell’Interno, dopo un incontro a Roma con una delegazione di pastori, aveva infatti promesso di aumentare il prezzo del latte a un euro al litro, dichiarando che non si sarebbe alzato dal tavolo delle trattative con gli altri ministri se il risultato non fosse stato raggiunto. Entusiasta di  queste promesse, il popolo sardo ha fatto vincere alle regionali Christian Solinas, candidato del centrodestra appoggiato dalla Lega. E Salvini non ha mai mantenuto la sua promessa. I pastori gliel’hanno giurata, e la conseguenza è stato un vero e proprio atto di codardia: nel famoso beach tour estivo, Salvini ha toccato le principali località balneari della penisola. Tranne una: la Sardegna. Comodo evitare le contestazioni, soprattutto in una regione dove ci sono voluti mesi per formare una giunta, tra disastri politici e il governatore indagato per abuso d’ufficio. Ovvero il classico esempio di malgoverno.

Christian Solinas

Non è andata meglio in Basilicata, dove il governatore Vito Bardi è stato accusato di immobilismo addirittura dagli stessi leghisti, e le frizioni con l’ala di Forza Italia sono all’ordine del giorno. Anche in questo caso Salvini si è ormai defilato: non sono più argomenti che lo riguardano, ha riposto le felpe nel cassetto e non posta più foto dei salumi lucani. Adesso la sua attenzione è tutta rivolta alle regionali in Emilia Romagna, al punto da aver personalizzato la tornata elettorale in stile renziano. Spesso durante i comizi si presenta da solo, senza la candidata Lucia Borgonzoni, ormai nota più per le gaffes che per il suo ruolo politico. D’altronde non è il massimo candidarsi a presidente della regione e scambiare Bologna con Ferrara, o non sapere le regioni confinanti. La condanna (o la fortuna) di Borgonzoni è quella di essere invisibile, lasciando sotto i riflettori solo Salvini, in quel one man show fatto di retorica, promesse irrealizzabili e falso attaccamento al territorio. Per qualche mese indossa la maschera del sardo, poi dell’umbro, dell’emiliano, del romagnolo, usa la strategia dell’identificazione per aggregare le masse e indicare loro i nemici. Per poi abbandonare le macerie lasciate dai conflitti innescati, una volta ottenuto il risultato.

Lucia Borgonzoni

L’overdose mediatica di Salvini è un’arma che usa a suo vantaggio per deviare gli argomenti, spostando l’attenzione sui temi che preferisce. Talvolta sono gli stessi addetti ai lavori a rendergli facile il compito: basare una trasmissione televisiva sull’esercizio provvisorio e i bilanci non approvati non è conveniente, meglio parlare di Salvini per gli scandali più caserecci, per le nocciole turche della Nutella o per le foto con la fidanzata. Gli stessi cittadini sembrano sottovalutare gli aspetti più tecnici della politica, ma sono questi a determinare il livello della qualità della loro vita, non le dirette su Facebook, gli aneddoti e il gossip. L’unico fact checking rilevante è quello dei risultati tangibili, dei numeri. E se il centrodestra da decenni inanella disastri su disastri a livello comunale, regionale e nazionale, viene da chiedersi come la coalizione, sondaggi alla mano, sia oltre il 50%. Forse a causa delle fake news metodicamente diffuse sui social legati alla destra.

Stefano Bonaccini, l’avversario di Lucia Borgonzoni in Emilia Romagna, dovrebbe puntare proprio su questo punto, facendo un’unica domanda a Salvini: “Abbandonerai l’Emilia Romagna il giorno dopo le elezioni?”. La risposta, cioè sì, è la stessa valida anche per le elezioni in Calabria, e i precedenti nelle altre regioni non fanno che confermare questo andazzo: campagna elettorale in pompa magna, vittoria, fuga e infine malapolitica. Non è una mistificazione ma la semplice realtà dei fatti, e a Salvini questo non viene mai fatto notare per un semplice motivo: non sono più temi caldi. A un conduttore di un talk show non conviene parlare della Basilicata, se non quando si è in fase elettorale; non interessa fare la guerra sui numeri di un bilancio regionale; non risulta utile una domanda su temi considerati secondari, quando ha ospite Salvini e ci si lega alle domande sulla strettissima attualità. Salvini ne è consapevole, sa che in politica il passato diventa una zona grigia e presto irrilevante, un luogo temporale dove riporre i fallimenti e lasciarli decantare, tanto prima o poi tutti se ne dimenticheranno. E la cosa assurda è che questa strategia funziona. Ha sempre funzionato.

I sardi o i siciliani se ne facciano una ragione: sono fuori dall’agenda del “Capitano”. Non sono più un trending topic, e per loro sfortuna non lo sono nemmeno per i partiti che si oppongono a Salvini, visto non li usano come argomento per criticare l’operato della Lega. È la politica del mordi e fuggi, del prendi i soldi e scappa, la voracità che cancella il passato e non guarda al futuro, contando soltanto sul presente. Prima o poi però il giro d’Italia di Salvini finirà, sarà costretto a tornare sui luoghi delle sue promesse e a quel punto dovrà inventarsi qualcosa di particolarmente originale per mentire due volte alle stesse persone. Ma questo è il futuro, e il futuro adesso non conta.

Foto in copertina di Antonio Masiello

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