Formigoni, Cota e Galan. I 3 nomi che cancellano il mito del “buongoverno” leghista.

La Lega è solita adottare una narrazione double face: a seconda della convenienza si annovera ora tra le nuove forze politiche in discontinuità con il passato, ora tra quelle più esperte e longeve che governano sul territorio italiano. Il secondo caso riguarda le regioni del Nord, dove la Lega governa – direttamente o coadiuvata dai fedeli compagni di Forza Italia – da almeno un ventennio. Quando Salvini si presenta al Sud per raccattare voti, armato di felpe personalizzate e selfie con i prodotti tipici del luogo – manco visitasse una tribù di indigeni – tende a pontificare le esperienze della Lega al Nord, con la promessa di replicarle al Sud. Viene così trasmessa l’idea dei governi virtuosi nelle terre lombardo-venete, un Eldorado dove a prevalere sono l’efficienza e il progresso. Ovviamente non è così.

I tre fiori all’occhiello della Lega sono Lombardia, Piemonte e Veneto, le “locomotive del Nord” dove è possibile ammirare il buongoverno leghista. Ecco, è di pochi giorni fa la notizia dell’arresto di Roberto Formigoni, condannato in Cassazione a cinque anni e dieci mesi per corruzione. Dal 1995 il Celeste è stato eletto per ben quattro volte presidente della regione Lombardia, potendo contare sull’appoggio della Lega. Addirittura, nel 2000, per il suo secondo mandato, si è presentato con la lista Per la Lombardia, diretta alleata della Lega Nord. Il suo quarto e ultimo mandato, iniziato nel 2010 e conclusosi anzitempo nel 2013, è stato caratterizzato dalle spese folli della regione e da una serie di inchieste e arresti che hanno riguardato anche esponenti della Lega. Tra questi spicca il nome di Renzo Bossi, figlio del Senatùr, beccato a spendere soldi pubblici per pagare multe, comprarsi una laurea in Albania e addebitare alle casse del Pirellone persino patatine, focacce e caramelle. In un’altra vicenda dove rientravano anche diamanti dalla Tanzania e ingenti cifre sottratte dai rimborsi elettorali, la condanna in appello è arrivata solo per l’ex tesoriere Francesco Belsito, poiché Salvini ha deciso di non presentare le denunce contro Bossi padre e figlio, graziandoli.

Roberto Formigoni

Adesso che Formigoni è diventato un esempio del malgoverno e della politica corrotta, non viene associato alla Lega soltanto perché non è mai stato un politico iscritto al Carroccio. Eppure per quasi due decenni hanno governato in sinergia, presentandosi insieme alle elezioni e formando delle giunte in stretta collaborazione. Ma per Salvini, che è in politica già da prima che Formigoni salisse al potere in Lombardia nel 1995, non è conveniente ricordarlo, quindi fa lo gnorri. Chi pensa che certi episodi siano limitati al passato, e che nel mentre ci sia stato un taglio netto, non è a conoscenza della fedina penale dei due capigruppo della Lega al Senato e alla Camera. Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, è stato condannato in primo grado a un anno e otto mesi per la rimborsopoli della regione Lombardia, mentre a Riccardo Molinari, capogruppo alla Camera, è stata inflitta dalla Corte d’Appello di Torino una pena di undici mesi per la rimborsopoli della regione Piemonte. 

Proprio il Piemonte di Molinari è stato il territorio di una delle più cocenti disfatte leghiste. Alle regionali del 2010 il candidato del Carroccio Roberto Cota ha avuto la meglio su Mercedes Bresso del Pd. Le elezioni hanno avuto un lungo strascico a causa di 12mila voti (determinanti per la vittoria di Cota) provenienti da liste dalla dubbia valenza legale. Dubbi che la magistratura ha trasformato in certezze, quando ha condannato Michele Giovine in via definitiva per aver falsificato le firme della lista Pensionati per Cota. Nel 2014 il Tar, il Consiglio di Stato e la Cassazione hanno annullato le elezioni regionali del 2010. Nel mentre, Cota ha avuto il tempo per aumentare il debito della regione, arrivato a 6,4 miliardi di euro, e per partecipare alle spese pazze della Regione, che hanno portato in appello 25 condanne. Tra queste, anche quella di Cota che ha ricevuto in appello una condanna a un anno e sette mesi per peculato.

Roberto Cota

Se i disastri in Lombardia e Piemonte hanno rovesciato il vaso di Pandora sul malgoverno della Lega, il Veneto non può di certo considerarsi un’oasi felice. La terra da cui Bossi ha proclamato la nascita della Padania, nonché regione tutt’oggi in prima fila per le mire autonomiste della Lega, ha avuto come presidente per quindici anni Giancarlo Galan. Fedelissimo di Berlusconi, le sue giunte sono state segnate anche dal colore leghista: durante il suo ultimo mandato il vicepresidente era Luca Zaia, leghista Doc e futuro presidente della regione. Galan è stato travolto dagli scandali giudiziari. Accusato di corruzione, concussione e riciclaggio sulla vicenda del Mose, è stato arrestato e ha patteggiato due anni e dieci mesi di reclusione, oltre a confische e risarcimenti allo Stato. La Lega, nel 2014, ha votato alla Camera per l’autorizzazione a procedere all’arresto, dopo quasi un ventennio di governo a braccetto. Nel mentre il Veneto è passato nelle mani di Zaia. 

Giancarlo Galan

Il governatore si è distinto per dichiarazioni contro le adozioni gay, contro la pillola abortiva Ru486 e per la continua rivendicazione, o desiderio, di un’autonomia della sua regione. Da buon leghista che non guarda oltre il proprio naso, è arrivato a dire che “è una vergogna spendere 250 milioni di euro per i quattro sassi di Pompei”. Non soddisfatto, si è lanciato in una battaglia estremamente sentita (soltanto da lui, si intende), quando ha urlato, dal palco di Pontida: “Siamo stanchi di sentire in tv parlare in napoletano e romano”. Nel frattempo il Veneto è stato invaso da un fenomeno ben più grave: non qualche sceneggiato televisivo ambientato a Napoli, dei padri gay o i sassi di Pompei, bensì la mafia.

Luca Zaia

Salvini ne parla soltanto quando visita il Sud. Forse non sa che le metastasi della mafia hanno infestato il Nord ormai da decenni. Specialmente il Veneto, dove camorra e ‘ndrangheta hanno creato una fitta rete di traffici e malaffare, tra rifiuti, appalti e riciclaggio, penetrando nel tessuto sociale del territorio. Si tratta di una criminalità strutturata che tocca anche il settore economico e bancario. È finita l’epoca della coppola e della lupara, adesso domina la mafia dei colletti bianchi, dei traffici con le aziende del Nord e di un’espansione tentacolare che raggiunge anche l’amministrazione pubblica e incide sull’economia delle regioni interessate.

In tal senso è emblematica la vicenda di Flavio Tosi, ex sindaco leghista di Verona. Nel 2014 la trasmissione Report ha mandato in onda un servizio in cui vengono raccontati i rapporti, culminati in una cena a Crotone, tra Tosi e alcuni soggetti legati alla ‘ndrangheta. Si parla anche di un presunto video hard usato per ricattare l’ex sindaco. Da lì nasce una serie di querele e contro-querele che vedono protagonisti Tosi, Milena Gabanelli e Sigfrido Ranucci, l’autore del servizio, videoregistrato di nascosto e ostacolato durante la realizzazione della sua inchiesta. Per questi motivi, il gip ha ribaltato le accuse di diffamazione contro Tosi, portandolo a processo proprio per diffamazione e calunnia nei confronti di Ranucci.

Tosi, come sindaco di Verona, si è contraddistinto per scelte quanto meno bizzarre. Ha nominato ai vertici dell’Istituto per la storia della Resistenza, ovvero l’emblema della memoria antifascista, Andrea Miglioranzi, consigliere di Fiamma Tricolore condannato per istigazione all’odio razziale e militante del Veneto Fronte Skinheads. Lo stesso Tosi è stato condannato in via definitiva per aver diffuso idee fondate sulla superiorità etnica e razziale, per una vicenda del 2001 in cui con la Lega Nord di Verona, ha organizzato una campagna denigratoria contro rom e sinti.

È bene dunque sfatare il falso mito del buongoverno della Lega e del centrodestra al Nord, quando invece ogni regione governata è diventata il mattatoio della trasparenza, la massima espressione dei soldi pubblici sperperati e la colonna sonora è stata il tintinnio delle manette. Eppure Salvini continua a incensare i presunti successi della Lega al Nord – come se tutti gli scandali non fossero mai esistiti – con la promessa di esportarli al Sud. Ma il Meridione non ha bisogno di ulteriore corruzione, tratto ormai caratteristico del Carroccio. D’altronde la Lega nasce con la tangente Enimont, cresce con il fallimento della banca Credieuronord e non potrà di certo verginizzarsi al Sud, quando è ovvio che, intanto, “il Nord non dimentica”.

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