Sono trascorsi ormai tre anni dalle elezioni politiche del 2022 e, nei sondaggi, Fratelli d’Italia resta stabile ai vertici al 30%. Nonostante i risultati discutibili dell’attuale Governo in politica interna, nonostante le promesse disattese e gli strafalcioni di alcuni ministri che, nel tempo, hanno perso credibilità, sono in pochi a mettere in discussione l’autorevolezza della presidente e del suo operato. Quando mi capita di interagire con suoi malcelati estimatori – gli stessi che ci tengono a precisare che, per carità, non hanno votato né mai voterebbero un partito di destra – mi sento rispondere “d’accordo, non mi riconosco nelle sue idee e nelle sue battaglie. Ma bisogna ammettere che ha polso”. Come se questo fosse sufficiente per mandare avanti un Paese.

Mi chiedo allora che cosa significhi, per questi miei interlocutori, riconoscersi in “ideali di sinistra”, che detta così finisce per apparire più un’esigenza di vendersi come benpensanti che stanno dalla parte di giusta della storia, piuttosto che una reale affezione a un complesso di idee che con le linee del nostro Governo hanno poco a che fare. Pare che ormai non sia più necessario riconoscersi nelle idee di un leader politico per stimarlo e sostenerlo; pare che le idee e le opinioni personali siano “sacrificabili” in virtù di qualcos’altro. Forse perché ormai non abbiamo più idee, non abbiamo nessuna visione politica né la voglia di costruirci opinioni radicate. E allora gli sforzi concreti che vivere in una democrazia richiede iniziano a risultare, per noi cittadini, troppo onerosi, un dispendio di energie intellettuali ed etiche non necessario. Così coltiviamo il mito della personalità forte, autoritaria, come se da sola potesse mettere una pezza sopra agli strafalcioni, dialettici e concreti, di ministri come Lollobrigida. Secondo un bisogno infantile ancestrale, ci affidiamo al “padre” ideale che si occupi di tutto al posto nostro e, anche se questo ci tradisce con mistificazioni o disattendendo promesse e propositi dichiarati, noi quel tradimento scegliamo di non vederlo perché ci costringerebbe a “crescere”.
Nel volume L’inconscio sociale, a cura di Rainer Funk e che racchiude i saggi dello psicoanalista tedesco Erich Fromm, quest’ultimo scrive: “L’uomo medio, indipendentemente dai suoi primi rapporti con la madre e il padre, reca in sé un profondo bisogno di credere in una figura onnipotente e onnisciente che si prenda cura di lui. Ma in una tale relazione è in gioco più della semplice ‘fede’: vi è anche un intenso rapporto emotivo nei confronti di questo ‘aiutante magico’”. Oggi, lo sappiamo, si fa fatica a diventare adulti in senso pieno. La società non ci mette nelle condizioni di affrancarsi – materialmente prima, emotivamente poi – dai genitori o in generale da qualcuno che, innanzitutto, ci aiuti con le spese sempre più gravose. Non sono poche le persone tra i trenta e i quarant’anni – talvolta anche oltre – che, dopo un percorso di studi ineccepibile, sono stati costretti a cambiare città o Paese alla ricerca di uno stipendio decoroso, e ciononostante non possono permettersi l’affitto di un appartamento e dividono casa con tre o quattro coinquilini, magari studenti universitari di vent’anni. In questa adolescenza forzata ed eterna in cui molti si ritrovano a vivere, non è raro sviluppare una sorta di attaccamento a una figura di “guida onnipotente”, che può facilmente incarnarsi in un rappresentante autorevole delle istituzioni o, comunque, in una persona con un certo potere o successo.

“I legami con gli aiutanti magici,” continua Fromm, “somigliano all’attaccamento del bambino alla madre e al padre in quanto sono essenzialmente passivi, pieni di aspettative e fiduciosi”. L’elemento della passività, in chi coltiva il mito della personalità grandiosa, è spesso presente: la personalità che tende a idolatrare, rivela la propria componente infantile – del tutto comprensibile, lo ripetiamo, considerando come è strutturata la nostra società – in un atteggiamento che non è attivo, propositivo o di fiducia nel proprio operato al fine di cambiare le cose, di dare alla propria vita una direzione precisa. Quando si mitizza qualcuno, ci si aspetta proprio l’azione salvifica di un deus ex machina che, solo, risolva i problemi al posto nostro; in questa resa passiva del soggetto che si affida all’idolo, si verifica, scrive Fromm, un pieno trasferimento di potenza e di energie, che l’individuo non riconosce più a sé stesso – poiché si sente inerme di fronte a un circostante ingiusto, che non dà prospettive, che non offre orizzonti di senso – e permea la figura carismatica di riferimento di un surplus di qualità positive, quasi eroiche. È per questo che, dice ancora Fromm, “più un idolo si rafforza, più il soggetto si impoverisce”.
Va detto che non tutti si accorgono di riporre queste grandi aspettative negli idoli: per alcuni, questo meccanismo è del tutto inconscio, ma può manifestarsi concretamente in un processo graduale di abbandono di qualunque ideale e di rassegnazione a un sistema schiavo delle leggi capitalistiche e consumistiche, in cui la politica sembra ormai una parola vuota e la democrazia fuori moda e senza appeal. E quando la politica non interessa più e la democrazia appare qualcosa a cui si può rinunciare, è perché il singolo cittadino non crede più che il proprio voto e il proprio impegno possano effettivamente contribuire a determinare un cambiamento. Il bisogno di idolatrare una figura forte, aggiunge Fromm, non attecchisce in individui, o in società, che attraversano fasi di appagamento e prosperità. “Se gli individui sono soddisfatti delle loro condizioni di vita, del loro lavoro e del loro reddito, se si identificano con il ruolo che la società attribuisce loro, se hanno motivo di sperare di salire i gradini della scala sociale, la loro dipendenza da un idolo rimane latente”.

Viceversa sono i periodi di instabilità economica, dove il senso di impotenza è diffuso, a favorire l’attaccamento agli idoli; e un evento traumatico di larga portata come il Covid, con conseguente inflazione e crisi sociale su moltissimi fronti – cui si sono aggiunti i conflitti in Ucraina e a Gaza –, ha creato un terreno ideale per il consolidamento del mito della personalità. Che nel nostro caso si è incarnato in una donna, mamma e cristiana ma anche – così la percepisce chi coltiva il mito della sua personalità – di forte temperamento, a tratti intransigente, capace di interagire in modo competitivo e autorevole a livello internazionale. Un presidente che nell’immaginario collettivo appare come qualcuno che lavora duro per il nostro Paese, che pare incarnare il mix tra l’anima razionale e l’anima irascibile teorizzate da Platone, e che non fa che ricordare a noi cittadini, in modo più o meno indiretto, che siamo vittime della nostra anima concupiscibile. Quest’ultima infatti corrisponde alla parte di noi che non è capace di resistere alle tentazioni più bieche, che secondo Platone, di solito, dominava coloro che occupavano gli ultimi gradini della scala sociale; gli stessi che oggi sono accusati, da Meloni, di voler solo fare il weekend lungo se decidono di scioperare per il genocidio a Gaza.
Insomma, veniamo presi per degli oziosi perdigiorno e dei vuoti edonisti ogni volta che facciamo valere le nostre idee – le poche che ancora ci sono rimaste – con uno sciopero o una manifestazione in piazza. E la cosa peggiore è che essere presi per dei nullafacenti senza idee, in fondo, sembra quasi che ci stia bene. Perché nel cimitero di ideali in cui tutti vivacchiamo, essere furbi, scaltri, pare l’unica strada per dimostrare di non essere ancora in tutto e per tutto dei “vinti”. Ma se continueremo a essere così rassegnati e arresi, come cittadini ne risentiremo sempre di più in termini di perdita di diritti e di benessere – per chi ancora, in Italia, può dire di godere di un certo benessere

I regimi autocratici attecchiscono là dove i cittadini non hanno voglia di “crescere” e partecipare attivamente, perché la democrazia richiede che tutti contribuiscano alla costruzione di una società in linea con i propri ideali. Per vedere lucidamente che la direzione in cui stiamo andando non è così democratica come pensiamo, dobbiamo svegliarci dal torpore e dall’infantilismo politico in cui ci crogioliamo e comprendere, innanzitutto, che qualsiasi leader è fatto prima di tutto di idee, e solo dopo che ci si è riconosciuti in queste bisognerebbe valutare il “polso” con cui le porta avanti. Dobbiamo abbandonare il mito della personalità forte, e con questo l’impulso all’idealizzazione di qualunque figura autorevole, e conservare – o sviluppare, in alcuni casi – uno sguardo e un ascolto quanto più lucido possibile, per comprendere a fondo come si muovono le cose nel nostro Paese e, se lo desideriamo, provare a cambiarlo.