La pandemia ha messo in luce la natura fascista dei leader mondiali di destra

L’Italia è quel Paese in cui alcuni politici o cittadini si indignano affermando che il fascismo non esiste più. Non vedendo balilla, camicie nere, oro di Dongo o alleati con la svastica sulla divisa, accusano gli antifascisti di essere dei ciarlatani con manie di persecuzione che rincorrono fantasmi. Quello che non hanno capito, o che fingono di non capire, è che siamo impantanati in una sciarada linguistica. È vero, il partito fascista non esiste più e non può essere rifondato, nonostante la pericolosa vicinanza a esso di CasaPound, Forza Nuova e affini. Nei dizionari sotto la voce “fascismo” ci sono due definizioni: la prima riguarda il movimento politico fondato da Mussolini; la seconda, come spiega la Garzanti, è “ideologia o atteggiamento reazionario e violento”. Ovvero la deriva attuale che stiamo vivendo non solo in Italia, ma in gran parte del mondo, in luoghi dove nessuno ha mai sentito parlare di Galeazzo Ciano, di MINCULPOP o di “Faccetta nera”. Perché il fascismo che dobbiamo combattere adesso è un concetto, non un partito politico inabissato nelle profondità della storia.

I moderni amanti dell’ideologia fascista, così come i loro predecessori, calpestano i più deboli, si nutrono di odio e soprusi, governano con l’arroganza, escludono e discriminano le minoranze, usano la violenza come arma di controllo. All’estero abbiamo diversi esempi di politici che stanno attuando questa agenda, e quello che più si avvicina al paradigma di base è senza dubbio Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti d’America probabilmente non sa nulla della storia italiana e del partito fascista, non avendo sin qui dimostrato una grande propensione alla lettura e alla cultura in generale. Nessuno osa dunque attribuirgli nostalgie mussoliniane, eppure rappresenta la quintessenza di quell’atteggiamento reazionario e violento che ritroviamo nella definizione di fascismo. Restando soltanto ai temi di strettissima attualità, possiamo notare un uso e un abuso dei suoi poteri che si avvicina alle meccaniche finora elencate. La sua reazione all’omicidio di George Floyd non è soltanto il sintomo di un pericolo per la democrazia o un’eruzione di suprematismo bianco: è puro fascismo.

Invece di tenere unito un popolo e condannare senza alcuna riserva l’azione della polizia di Minneapolis, Trump ha voluto gettare benzina sul fuoco. In seguito alle proteste e alle prime manifestazioni, ha postato un messaggio così violento da essere censurato persino da Twitter: “When the looting starts, the shooting starts”, ovvero “Quando iniziano i saccheggi, si inizia a sparare”. Non è una frase a caso, ma una nefasta citazione di Walter Headley, capo della polizia di Miami nel 1967, quando pronunciò queste parole per reprimere le manifestazioni dei neri. In quel periodo le proteste furono fermate con la strategia del terrore: cani contro i manifestanti, spari minatori e azioni brutali, come quando due agenti di polizia terrorizzarono un ragazzino nero appendendolo a un ponte, con Headley che rincarò la dose minacciando: “Non ci importa che la polizia sia accusata di brutalità. Non hanno ancora visto nulla”. Trump ha seguito lo stesso esempio: non solo non ha sedato i tumulti di un’intera nazione e non ha cercato la strada della comprensione e della diplomazia, ma ha sfidato apertamente i contestatori, minacciando l’uso dell’esercito.

Un’altra azione forte di Trump è stata quella di definire gli Antifa “un’organizzazione terroristica”. In Italia si è fatta confusione su questo termine, perché gli Antifa non sono gli antifascisti che intendiamo noi, ovvero l’ottantenne che scende in piazza il 25 aprile con il fazzoletto rosso o il partigiano dell’Anpi. Si tratta di un movimento senza leader e gerarchie, consolidatosi per contrastare la crescita dell’alt-right. Sono certamente antifascisti in senso esteso e combattono contro le angherie della destra, ma rappresentano una frangia che spesso si infiltra nelle manifestazioni pacifiche per creare disordine, e per tale motivo c’è chi li ha paragonati ai black bloc. Non hanno alcun collegamento con i democratici e con i socialisti a stelle e strisce, e la sparata di Trump sembra più un mezzuccio per identificare l’ennesimo nemico contro cui battersi. A prescindere dai giudizi sulle loro azioni, di certo non sono un’organizzazione terroristica, e il tentativo del presidente è quello di inscenare un’insurrezione di sinistra in grado di destabilizzare gli States, quando in realtà la parte civile della protesta è il megafono di un’America sfinita, disillusa, che non accetta più di subire vessazioni. Quell’America che a Trump è sfuggita di mano e che tenta di recuperare con la forza bruta e le minacce.

Dall’altro lato del mondo c’è chi scende in piazza per motivi diversi ma collegati allo stesso modo al desiderio di libertà e rispetto dei diritti. Succede a Hong Kong, dove gli attivisti pro-democrazia continuano a ribellarsi contro la tenaglia della Cina, che intanto ha appena approvato un disegno di legge sulla sicurezza nazionale che le darà maggior potere su una regione in teoria semi-autonoma, in pratica sotto stretto controllo della Repubblica popolare. La legge, che attende di passare al Comitato permanente del Partito comunista, vieterà gli atti di sedizione, sovversione e secessione e le interferenze straniere negli affari locali. Di fatto è un modo per silenziare qualsiasi tipo di protesta a Hong Kong, imbavagliando un popolo. Per far capire la rilevanza del controllo cinese sulla regione, bisogna ricordare che sono state vietate le manifestazioni per commemorare l’anniversario della strage di piazza Tienanmen del 1989. C’è chi è sceso ugualmente per strada con candele e striscioni, ed è stato arrestato. Gli Stati Uniti non hanno perso l’occasione per sfruttare la cosa a proprio vantaggio. Il segretario di Stato Mike Pompeo ha dichiarato infatti che adesso “Hong Kong non è più autonoma dalla Cina”, e quindi gli USA hanno cancellato i trattati che rendevano più semplici gli scambi commerciali con questa regione, che era immune ai severi dazi riservati invece alla Cina, e che adesso si trova danneggiata (e controllata) da entrambe le potenze mondiali.

Il fascismo, nella sua accezione contemporanea, è infatti universale e geograficamente tocca tutti i continenti, laddove è presente un attacco alla democrazia e ai diritti fondamentali del cittadino. Ne è un esempio il totalitarismo di Orbán o di Erdoğan, maestri nella distruzione delle forze d’opposizione e delle voci contrastanti. Per evitare tanti casi Matteotti basta mettere in galera i giornalisti nemici o mandarli in rovina, anche senza sporcarsi le mani di sangue. Pretendendo e ottenendo i pieni poteri è facile farlo. È altrettanto semplice ghettizzare, scorporare le minoranze come sta facendo Bolsonaro in Brasile, che dell’Ordem e Progresso è affascinato soprattutto dalla prima parola, intesa come comando simil-militare e autoritarismo destrorso. Un ordine che però genera il caos, in un Paese falcidiato dalle disuguaglianze sociali e adesso anche dall’epidemia. Il fascista Bolsonaro gioca a fare il generale e muove i suoi soldati nella direzione della dittatura mascherata da volontà popolare. Perché il fascismo è anche questo: far credere al popolo di avere potere, quando invece è ammanettato.

Dopo oltre settant’anni il fascismo è ancora qui, non se n’è andato ma ha mutato forma, come un virus che per adattarsi all’ospite e sopravvivere ha bisogno di modificarsi diventando endemico. La marcia su Roma è semplicemente stata sostituita da adunate in piazza in nome di una sovranità da modellare sulla vacuità di chi cerca soltanto un padrone e una protezione. E così abbiamo i neofascisti  che manifestano aggredendo poliziotti e giornalisti, CasaPound che forse viene sgomberata, forse no, ma intanto Salvini fa spallucce e dice che ci sono “cose più importanti da sgomberare”, rimarcando la sua amicizia storica con i tartarugati. Nel mentre si riaccende la querelle per la rimozione della statua di Indro Montanelli, con la destra che insorge chiudendo gli occhi sulla “sposa” dodicenne e schiava sessuale, in nome di un rigurgito reazionario che ormai è tristemente destinato alla normalizzazione e che viene sottovalutato solo perché i suoi alfieri non hanno il busto del Duce sul comodino.

Nonostante il fatto che in Italia, per ovvie ragioni, ci siano più richiami al fascismo “originale” rispetto alle altre nazioni, sono più i metodi a determinare quello che è a tutti gli effetti un fascismo inconsapevole in chi lo subisce e viscerale in chi lo esercita. La lingua si è adeguata al nuovo significato, ma i protagonisti stessi schivano le accuse confondendo i termini, sentendosi al riparo soltanto per una questione di forma: nessuna apologia, dunque siamo salvi. Non è così. Hannah Arendt è stata chiara quando ha detto: “Certamente il fascismo è stato sconfitto una volta, ma siamo ben lungi dall’aver sradicato definitivamente questo male supremo del nostro tempo: le sue radici sono infatti profonde e si chiamano antisemitismo, razzismo, imperialismo”. E questi, infatti, non sono altro che i punti cardinali della politica di Trump, di Salvini, di Bolsonaro.

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