Perché il Decreto Dignità non risolverà nulla

Uno specchietto per le allodole che di fatto lascerà tutto come prima. Un sostanziale aiuto alle imprese, soprattutto per quelle che vogliono continuare a fare le furbe. Anzi, no: una fuga all’indietro verso le ideologie del passato, quelle che abbiamo tanto faticato a metterci alle spalle. Oppure: un provvedimento di estrema sinistra.

Stiamo parlando del cosiddetto “Decreto Dignità”, portato in Consiglio dei Ministri dal vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio, che l’ha definito nientemeno che la “Waterloo della precarietà”: un’azione legislativa che imporrebbe, se approvata, una significativa limitazione ai contratti a tempo determinato. Per ora, il decreto sembra essere riuscito a confondere un po’ tutti, costringendo allo stesso tempo a prendere posizione su un tema cruciale. In realtà, è una grandiosa operazione nel più classico stile grillino, pasticciata e di pochissima sostanza, quasi tutta cosmetica. Eppure, il decreto comincia a farci capire finalmente come la pensa il leader politico del Movimento 5 Stelle su un tema che finora non ha osservato troppo da vicino: il mondo del lavoro. Che è un disastro.

Va detto, fino a pochi giorni fa tra governo ed elettorato c’era ancora la luna di miele e poco altro. La chiusura dei porti era semplice propaganda, anche se bieca: perché – nonostante i nuovi ostacoli posti alle Ong – i migranti continuano, fortunatamente, a essere soccorsi e trasportati in Italia, almeno in buona parte. Nelle parole – perché solo di questo si tratta – degli esponenti del governo, il reddito di cittadinanza era stato ridotto, poi limitato a chi lavora 8 ore a settimana. La flat tax era stata spezzettata in modo tale da risultare incomprensibile. L’alleanza giallo-verde non aveva ancora preso una decisione di politica vera. Stessa cosa per l’Ilva, per il Quantitative Easing, per il rapporto deficit Pil al 3%.

Il Decreto Dignità, invece, ha avuto il merito di mettere in discussione una coalizione senza spina dorsale, la sua pavidità e la voglia di ammansire un elettorato impaurito e sconfitto dalla globalizzazione con il sogno di un ritorno a una società ormai scomparsa. È un trucco, ma ci dice molte cose della psicologia di questo governo.

Con questo decreto, il governo mette in difficoltà sia chi assume a breve, sia chi assume a tempo indeterminato. Primo, reintroducendo l’obbligo di indicare la ragione – ne sono previste tre – per il ricorso ai contratti a termine, ma solo nel caso in cui durino più di 12 mesi. Finora erano 36. Secondo, riducendo il numero massimo di rinnovi da cinque a quattro, in un arco temporale che scende da 36 a 24 mesi. Ogni rinnovo costerà lo 0,5% in più del periodo precedente e dovrà essere motivato. Infine, non è previsto il ripristino dell’articolo 18 – battaglia simbolica cara alla sinistra – ma viene aumentata, del 50% rispetto al Jobs Act, l’indennità massima percepibile in caso di licenziamento ingiustificato. La libertà di mandare a casa il lavoratore non cambia, ma costa di più, solo però per chi ha già lavorato quattro anni.

La lotta al precariato sembra seguire le linee di un modello rigidissimo, in cui basta rendere più complicato rinnovare a tempo determinato per trasformare il precario in lavoratore a “tutele crescenti.” Ma la riduzione del numero massimo dei rinnovi, l’aumento del costo, il ritorno alle indicazioni di causale rischiano di avere un’altra conseguenza: trasformare il precario in disoccupato, perché di lavoratori sul mercato purtroppo ce ne sono tanti, e a meno che l’azienda non investa su formazione del personale, potrebbero preferire la discontinuità. Molte imprese, specialmente quelle più piccole e disgraziate del sud, ma anche molte al Nord, potrebbero invece tornare a ciò che avevano sempre desiderato: pagare in nero. Alcune invece potrebbero intensificare gli straordinari degli assunti. Ma è necessario sottolineare che questa misura riguarda meno di un quarto dei contratti a tempo determinato in Italia: il 78% ha infatti una durata pari o inferiore a 12 mesi. Il precariato, probabilmente, altro che Waterloo: resterà al freddo, in viaggio metaforico verso la Russia – il governo l’ha presa a modello per la flax tax. Ma c’è chi si accontenterà della cosmesi.

È vero che, in un’ottica di giustizia sociale prima che di leggi economiche, è giusto che spariscano le aziende che riescono a stare sul mercato solo sfruttando i propri dipendenti. È la polemica che  in questi giorni ha visto protagonisti Di Maio e i rider di Foodora: i motivi per cui sono pagati così poco rispetto ai colleghi di Francia e Germania sono tanti e complicati, ma le cifre sono davvero disumane. In questo caso possiamo dare la colpa a una certa logica perversa del capitalismo 2.0 che prevede la conquista di tutto il mercato conquistabile tramite l’abbattimento dei costi e della concorrenza, ma non è che la struttura del capitalismo italiano tradizionale sia poi molto più giusta.

Ci troviamo in un contesto in cui le nostre imprese non riescono a rinnovarsi e a rinnovare, si tira avanti solo grazie alle esportazioni del nord-est, le tasse sulle imprese sono già alte, e lasciar morire quelle che sfruttano o lavorano in nero non garantisce che altre, più sane, le rimpiazzino in tempi brevi. Bisognerebbe piuttosto agire con un’azione combinata di lotta all’evasione, abbassamento mirato delle tasse e una serie di integrazioni all’indennità di disoccupazione, per far sì che alla flessibilità lavorativa non seguano angoscia e disperazione. È vero che il Pd sembra perso nel suo autolesionismo, nell’ortodossia liberale con cui critica il decreto: è anche vero, però, che finché il partito non sceglie di rinnovarsi sul serio il suo gruppo dirigente sa bene che sarebbe una menzogna spudorata dipingere scenari diversi da questi.

Sbaglia chi si affida solo ai numeri sperando di usarli come armi contro la fortezza populista. A cominciare dai dati sull’occupazione diffusi in questi giorni, che sembrano riconoscere all’odiatissimo Jobs Act qualche ricaduta positiva in cui, sinceramente, nessuno più sperava. Qualche numero però, serve: i contratti a tempo determinato, nel 2017, hanno raggiunto il loro massimo storico. Su 100 nuovi occupati negli ultimi 12 mesi, 1 è permanente, 4 sono autonomi e 95 sono a termine. E allora chiediamocelo a bassa voce, specialmente se ci consideriamo di sinistra: crediamo davvero sia solo un problema normativo, risultato del pur mediocre decreto Poletti, che ha reso il lavoro a tempo determinato troppo facile per le imprese? Pensiamo davvero che sia solo una conseguenza dell’egoismo dei padroni?

Giuliano Poletti

Ma i dati, da soli, non servono a nulla. Come dimostrano gli ultimi due anni di vittorie di sconfitte del mondo liberale, servono piuttosto “catene di senso”, che ricostruiscano discorsi a partire da immagini e significati forti. Da questo punto di vista, Matteo Salvini è in largo vantaggio su un burocrate come Tito Boeri o il tecnocrate Luigi Marattin che tenta di demolire il Decreto Dignità con un lungo monologo.

Qualcosa nell’economia occidentale in 25 anni è cambiato davvero, e non dipende solo dalla scalogna di Fassino, dall’insipienza di Bersani o dall’antipatia di Renzi, ma da qualcosa di ben più grande. Le aziende italiane hanno dovuto abituarsi a cicli della domanda sempre più brevi e di intensità limitata, oltre che soggetti alle frequenti crisi del mercato interno, mentre quello estero è soggetto a una globalizzazione sempre più fragile con il ritorno dei dazi, possibili guerre di cambi valutari e valori burrascosi delle materie prime, a partire dal petrolio. E questo ci obbliga a ripensare completamente le tutele per lavoratori e imprese in un mondo del lavoro dove si richiedono sempre più competenze specifiche, una varietà di competenze da polimati rinascimentali, la necessità e l’opportunità di viaggiare per lavoro e l’esigenza di disporre dei propri beni, per quanto scarsi, in modo drasticamente diverso rispetto a quello dei nostri genitori baby-boomer. Nessuno si illuda che punendo queste nuove scelte occupazionali, aumentandone il costo e le rigidità contrattuali senza rinnovare lo stato sociale e introdurre reddito minimo, si potranno magicamente creare dei posti a tempo indeterminato nuovi di zecca, stile Megaditta di fantozziana memoria.

È quasi impossibile non provare almeno un po’ di nostalgia per il Ragionier Ugo e il suo Ufficio Sinistri, un universo aristotelico fatto di unico posto di lavoro, una sola casa di proprietà e degli stessi 20 colleghi per tutta la vita. Il mondo iper-competitivo in cui ci ritroviamo oggi ha delle ricadute psico-sociali non indifferenti in termini di percezione di instabilità esistenziale, deficit di capacità di progettare un futuro e un’angoscia mai provata prima. E sono proprio queste ricadute a creare rimescolamenti elettorali sconcertanti, dagli esiti a dir poco contraddittori. La partita con la Morte per auto-asfissiamento, nella classe media occidentale, si gioca tutta qui, tra cuore e cervello. Va bene tutto, va bene riconoscere che questa globalizzazione è andata male per l’Italia, ma è impressionante oggi sentire dei ventenni che addirittura rimpiangono il caporione della Dc Amintore Fanfani – uno che si metteva di traverso contro l’aborto e ricorreva a iniziative autoritarie per sedare le rivolte sindacali in piazza, solo perché incarnava l’utopia perduta di uno stato spendaccione e bonario.

Amintore Fanfani, 1998

Ma per vincere il nichilismo e la demagogia bisognerà se non altro dissodare alcune convinzioni diffuse, e sbagliate, nel dibattito pubblico. Pensate che tra i Paesi occidentali, quello dove i lavoretti precari sono rimasti più o meno stabili, o forse addirittura diminuiti, negli ultimi 25 anni, sono i super-liberisti Stati Uniti. Anche la retorica sull’Europa della “disoccupazione strutturale e crescente” non trova conferma nei numeri, dato che altrove ci sono sempre più occupati, tranne che nei Paesi mediterranei, che si avviano al ricatto crudele di dover scegliere tra il diventare la riserva di lavoro a basso costo della Germania del futuro o a dover riprogettare in modo radicale il proprio assetto produttivo e statale.

Di fronte a questi dati, per quanto inutili, l’elemento di maggiore originalità del decreto grillino sembra essere invece la demagogica multa alle aziende che delocalizzeranno in Paesi extra-europei, dopo aver ottenuto aiuti dallo Stato. Al di là delle molteplici forme di aggiramento della norma, la presa in giro è che la maggior parte delle delocalizzazioni al momento avviene in paesi dell’Ue, e soprattutto non si vuole capire che con questo sistema le grandi aziende preferiranno non chiedere affatto aiuti – pur di essere libere di espatriare un giorno, almeno in parte – e dunque anche di investire meno in Italia; mentre  continueranno a ricevere agevolazioni le aziende più piccole e meno ambiziose. Per non parlare dell’annunciata, tutta da verificare, agevolazione fiscale speciale per le aziende esportatrici, che sarebbe vietata dal Wto e dai trattati europei.

Chiariamo: nel dibattito pubblico non ci devono essere tabù economici, o risposte puntute da primi della classe verso chi vuol tentare strade nuove. Abbiamo tante opzioni per scegliere che tipo di società vogliamo diventare, e quali rivoluzioni vogliamo fare. Basta essere onesti sulle motivazioni culturali, e sul prezzo da pagare. Ed è chiaro che il Decreto Dignità sceglie un ritorno al passato piuttosto meschino, con un occhio alla piazza e un colpo all’impresa più stracciona; un ammiccamento ai militanti delusi che volevano sentir parlare di contrasto alla ludopatia, e zero garanzie reali per i lavoratori precari. Agevolando, più che combattendo, il modello di un’Europa a due velocità, due modelli di sviluppo e di gestione del futuro: uno dove le piccole imprese sono via via sostituite da quelle più innovative, che pagano un salario minimo anche con l’odiosa gig economy;  l’altro dove si privilegiano i mezzucci per imbonire l’elettorato e addirittura si rimettono al centro le vecchie, inefficienti agenzie di collocamento statali.

In altre parole – e su questo bisogna mettere da parte l’ironia – il Decreto grillino sarebbe coerente se ci trovassimo nell’Italia del Secondo dopoguerra, con zero ammortizzatori sociali, poche, grandi imprese innovative sostenute dallo Stato e tante piccole imprese avvantaggiate dalla svalutazione e dal costo infimo del lavoro. Oppure – e ripeto, lo dico senza ironia – sarebbe coerente che i giallo-verdi puntassero davvero a ricostruire un socialismo da piccolo mondo antico, stile Lettonia o Armenia pre-1989, con tante piccole imprese inefficienti sostenute dallo Stato e quelle grandi che scelgono la via dell’estero piuttosto che rischiare la multa per delocalizzazione. E tutto questo (ovviamente) con il welfare state di uno stato post-socialista di oggi, e cioè disciplinante su base esistenziale ed etnica, miserrimo, e inadeguato alla società che cambia. È questa la direzione in cui l’imprenditoria leghista vuole andare?

Se diciamo, in questo senso, che Di Maio ha approvato un decreto molto più “a sinistra” della produzione legislativa di cinque anni di Pd, non diciamo una bugia: ma è la sinistra di un mondo che non esiste più, e di cui francamente non sentivamo la mancanza. O che perlomeno bisognerebbe ricostruire, in una specie di Goodbye Lenin! da 60 e passa milioni di abitanti. Con quali rapporti di forza interni e continentali? Da soli – a meno di non voler chiedere davvero aiuto ai consiglieri economici dell’Urss di Gorbaciov – non ce la si fa.

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