“Io sono Giorgia”: sono una donna, sono una madre, fingo di non essere fascista - THE VISION

C’è un brano degli Articolo 31 del 1996 che si chiama “2030” e immagina un futuro che allora sembrava lontanissimo. Per noi ormai il 2030 è invece dietro l’angolo e potrebbe essere interessante tra qualche anno fare il fact checking del brano. Alcune delle profezie di quella canzone si sono già avverate: ormai ci si parla solo tramite internet, il sesso virtuale è più sicuro, ci si può prendere un virus molto grave anche solo prendendo il bus. Ma una delle profezie più curiose è proprio tra quelle che aprono la canzone: “Corre l’anno 2030,” canta J-Ax, “e mi ritrovo che di anni ne ho sessanta. Il mio pizzetto è grigio e di capelli sono senza. E Ambra è il primo presidente donna”. Il problema è che se entro nove anni eleggeremo davvero la prima presidente del Consiglio non sarà Ambra Angiolini, che nel frattempo si è dedicata con successo alla carriera di attrice. La prima presidente donna, con ogni probabilità, sarebbe Giorgia Meloni.

Per ora i presupposti ci sono tutti. Fratelli d’Italia, il partito che Meloni ha contribuito a fondare dalle ceneri di Alleanza Nazionale, è secondo nei sondaggi dopo la Lega di Matteo Salvini, ma mentre la Lega da qualche anno continua a perdere punti, Fratelli d’Italia è invece in ascesa, tanto che il suo peso nella coalizione di centro-destra è sempre più importante, come dimostra la scelta del candidato sindaco di Roma, Enrico Michetti, fortemente voluto da Giorgia Meloni. Stando ai sondaggi attuali, invece, il consenso intorno a Meloni sarebbe cresciuto tanto da consentirle di ambire a Palazzo Chigi senza temere rivali. Al tempo stesso, mentre la destra sta trovando i suoi nuovi equilibri, la sinistra sembra incapace di trovare una leadership forte, che resista alla prova del tempo. Il Movimento Cinque Stelle sta poi attraversando una profondissima crisi politica e alle prossime elezioni rischia di essere molto ridimensionato. Insomma, a meno di sconvolgenti clamorosi nello scenario politico attuale, Giorgia Meloni potrebbe realmente raggiungere la nomina di prima presidente del Consiglio.

Enrico Michetti

Non esiste una sola ragione che ha portato all’ascesa di Meloni, purtroppo ce ne sono molte. Una di queste è la favorevole congiuntura politica abbinata a un’offerta carente di leader carismatici: a quanto pare non sembra esserci nessuna forza politica capace di sovvertire il sistema e Fratelli d’Italia potrebbe essere scambiato per un partito fautore di un qualche cambiamento soltanto perché finora non ha partecipato a nessuno dei governi di coalizione. Quello del centro-sinistra, poi, ha smesso da un pezzo di essere un partito innovatore e paradossalmente è diventato gradualmente il partito della conservazione. I progressisti, con un agile ribaltamento retorico, sono così diventati il partito dello status quo e ormai è la destra reazionaria a incarnare il cambiamento. 

Forte di una congiuntura particolarmente favorevole, alla vigilia dell’elezione del Capo dello Stato e con la campagna per le elezioni politiche alle porte, Giorgia Meloni ha fatto quello che la maggior parte dei leader fa in questi casi: scrivere un libro e andare in giro a promuoverlo. Per ovvie ragioni, a differenza di tanti altri titoli questo non è stato in alcun modo penalizzato dalle misure restrittive imposte dalla pandemia, il tour di Io sono Giorgia, infatti, va in scena in televisione, dove la leader di Fratelli d’Italia è ospite fissa, dai talk politici passando per quelli del pomeriggio generalista. In queste interviste mostra un volto rassicurante, racconta la sua storia personale, cerca di scrollarsi di dosso qualsiasi etichetta politica per cucirsi addosso il ruolo di donna e madre modello.

Non basta certo essere donna, però, per portare avanti i diritti delle donne e delle madri, e infatti Giorgia Meloni è anche una convinta anti-abortista. Nella sua autobiografia, Io sono Giorgia, in testa alle classifiche di vendita, la leader di Fratelli d’Italia racconta che sua madre era stata indecisa fino all’ultimo se interrompere la sua gravidanza, ma che all’ultimo si è decisa a portarla avanti, consentendole così di venire al mondo.  Insomma, se sua madre avesse abortito lei non sarebbe nata, per questo è contraria all’aborto. Nel frattempo, in Piemonte, dove Fratelli d’Italia è il partito di maggioranza, i movimenti per la vita sono entrati nei consultori pubblici: l’ennesimo attacco alla 194, una legge che rimane difficilmente applicabile a causa dell’altissimo numero di medici obiettori. Nel libro e durante le numerose ospitate televisive, Giorgia Meloni afferma di credere nella famiglia tradizionale perché suo padre ha abbandonato lei, la madre e la sorella. Il fascismo, i rapporti con regimi autoritari che sopprimono qualsiasi forma di libertà e di autodeterminazione, la lotta senza quartiere alle minoranze e alla comunità LGBTQIA+ spariscono dietro una nuvola rosa di aneddoti, quasi che sulla storia politica di Meloni fosse stato calato un filtro Instagram di quelli che cambiano i connotati. Io sono Giorgia è il Face App della politica, un’operazione volta a farci indorare una pillola amara chiamata post-fascismo.

Ma l’intera operazione che gira attorno all’uscita del libro è solo la punta dell’iceberg di un’operazione di normalizzazione del post-fascismo portata avanti da tempo.  Meloni sta usando da anni i suoi social per cercare di ingentilire la sua figura pubblica e renderla rassicurante. Un’operazione che è risultata vincente anche perché, accanto alla strategia social, Meloni e il suo team hanno scelto di presidiare anche la televisione. E non sembra un caso che per il lancio del libro che rappresenta l’inizio della sua corsa a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni abbia scelto proprio le tre parole di un suo discorso, che sono poi diventate il titolo di una canzone-parodia apparsa sui social e lanciata dai due influencer Tommaso Zorzi e MYSS KETA, “Io sono Giorgia”. Il remix nacque con l’opposta intenzione di parodiare il famoso discorso anti-LGBT pronunciato da Giorgia Meloni durante durante la manifestazione del centro-destra a piazza San Giovanni a Roma, luogo storico della sinistra: lì furono celebrati i funerali di Enrico Berlinguer e lì ogni anno, prima della pandemia, aveva luogo il concerto del Primo Maggio organizzato dai sindacati. In maniera strategica, Meloni non solo mostrò di non essersela presa, ma usò quel ritornello a suo vantaggio pubblicandolo sui suoi profili e scherzandoci su, arginando i suoi detrattori.

Tommaso Zorzi
Myss Keta

Ripensandoci, non esiste nulla di più emblematico dell’ascesa di Giorgia Meloni, una politica che sa sfruttare i fenomeni e che si è circondata di un team che ha saputo gestire in maniera efficace la sua immagine. Eppure la comunicazione, da sola, non basta a spiegarne l’ascesa. Da anni è in corso una normalizzazione di ragionamenti xenofobi, misogini e razzisti. Complici dei social network, che hanno polarizzato sempre di più il discorso pubblico, anche i media mainstream hanno dato spazio a figure sempre più estremiste e borderline rispetto a certe tematiche, dando risonanza a personaggi che fino a pochi anni fa non sarebbe stato nemmeno immaginabile vedere in un talk show. Agitando lo spauracchio della dittatura del politicamente corretto, dietro la crociata per il pensiero libero si nascondono idee  e posizioni pericolose perché gravemente lesive della libertà e della democrazia. In questo quadro tanto fosco, Giorgia Meloni ha saputo imporsi come un volto rassicurante anche mediante la narrazione della sua storia di madre. D’altronde anche l’annuncio della sua gravidanza avvenne neanche a dirlo durante un Family Day.

Il lancio del suo libro è solo una tappa di un percorso che con ogni probabilità porterà Giorgia Meloni a Palazzo Chigi e l’estrema destra post fascista alla guida del Paese. Chiunque creda che questo scenario rappresenti una sciagura, farebbe bene a prepararsi a contrastarla non solo con i libri e i social, ma lavorando a politiche progressiste davvero alternative prima che sia troppo tardi.

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