Il bianco e nero di Massimo Leardini racconta la luce mistica, quasi drammatica, della Scandinavia - THE VISION

Mentre io e Massimo Leardini parliamo su Skype, io a Milano e lui a Oslo, le giornate hanno ricominciato ad allungarsi. In Norvegia, in inverno ci sono appena sei ore di luce, ma da dicembre in poi continuano a crescere, fino a raggiungere le venti di giugno e poi tornare a calare. Il fotografo, nato a Cattolica nel 1959, si è trasferito in Norvegia nel 1987 per amore e da lì il suo modo di vivere la luce è cambiato profondamente. Dalle spiagge dell’Emilia-Romagna – che con la sua luce e i suoi paesaggi ha creato miti noti a tutto il mondo come Luigi Ghirri – si è trovato in un posto buio, che aveva sì sempre il mare, ma un mare che non aveva nulla in comune con quello con cui è cresciuto. 

“Per molti anni non ho più fotografato in Italia,” mi spiega, raccontandomi di come i ritorni poco frequenti e le occasioni per ritrovare gli affetti abbiano preso il sopravvento nella sua vita, riducendo sempre di più le incursioni nella terra natale. E poi, Cattolica gli sembrava un posto che non aveva così tanti stimoli quanto i nuovi lidi verso cui si era diretto. Nel 2015 ha pubblicato Catarsi, una raccolta di memorie dei suoi viaggi estivi in Romagna, dove la luce è completamente diversa da quella delle fotografie che ha scattato per oltre metà della sua vita in Norvegia e che sono racchiuse in libri che portano nomi – e volti – di donne.

In quel volume le immagini sono quasi bruciate dalla luce, mentre nel resto della sua produzione ci sono contrasti netti, ma sempre accompagnati da morbidi grigi, che seguono le linee dei corpi femminili e vegetali che ritrae. “In Norvegia c’è una luce mistica, quasi drammatica: mi piace pensare di essere nato nella terra di Fellini e di vivere in quella di Ingmar Bergman, anche se cerco di usarla in modo meno cupo di quanto solitamente si fa in Scandinavia”.

Se in campo editoriale e pubblicitario Leardini si trova di solito a dover lavorare con il colore, nella sua produzione artistica esistono esclusivamente il bianco e il nero. “Proprio pochi anni fa,” mi dice, “andando alla ricerca di pezzi d’arredamento nei  magazzini di un famoso rivenditore di mobili in serie scandinavo, ho scoperto di essere daltonico”. Nella sua forma più comune questo disturbo della vista impedisce di riconoscere il grigio dal verde: ecco che le distese di alberi e di erba – scenografie o protagoniste delle sue immagini in bianco e nero – acquistano un’altra sfumatura di senso. Per lui i colori sono quasi un impedimento, perché quello di cui è in cerca sono forme e luci, e il colore non sarebbe altro che una distrazione. “È quasi come se avessi bisogno di toglierli,” mi dice.

Le sue foto sono senza tempo, anche se il loro linguaggio è contemporaneo e affiorano alla memoria le immagini di studio del maestro statunitense Edward Weston, che si concentrava sulle forme sinuose della verdura e degli oggetti naturali. Immersi, appoggiati, aggrappati: i corpi che fotografa Massimo Leardini sembrano fatti di marmo bianco su cui cade la luce e attorno ai quali crescono alberi, foglie, fili d’erba. I corpi delle persone immortalate nei suoi scatti, inarcati e piegati come il Peperone numero trenta fotografato da Weston, si stagliano sull’oscurità di un tappeto erboso, sulla forma nera di un lago. L’immersione nella natura è panica, i corpi risultano ben distinti e insieme inscindibili. L’acqua stessa, con le sue increspature, sembra diventare una pelle sottile e trasparente sotto la quale si intravede la sabbia o si riflettono il cielo e gli alberi sfocati – negli scatti di Leardini non è mai un puro specchio, anzi, acquistando la matericità di ciò che l’avvolge e le sta intorno si fa soggetto vivo. Quando nel frame non ci sono dettagli geometrici, appaiono visi femminili dai tratti nordici, coi capelli chiari, nasi piccoli e arrotondati, occhi dall’espressione languida e pelle sempre al naturale, levigata solo dalla pellicola.

Gli chiedo se sia mai stato accusato di quel male gaze che raffigura l’universo femminile con una prospettiva maschile ed eterosessuale, oggettificando la donna e relegandola a una posizione passiva. Mi dice che gliene hanno dette di tutti i colori, anche per la sua scelta di ritrarre ragazze bionde, dai tratti che rispondono a una bellezza canonica, con la pelle chiara e i capelli lisci. In realtà, quando ha cominciato la sua ricerca, Leardini ha provato a fotografare in mezzo ai boschi oltre un centinaio di persone, in una ricerca fisionomica volta a raccogliere le differenze, ma poi si è reso conto che ad attrarlo erano sempre gli stessi tratti.

Le donne che fotografa, infatti, sono sempre le stesse – una in particolare da vent’anni – e la confidenza che si è instaurata, un vero e proprio legame d’amicizia, traspare dagli sguardi e dalla libertà con cui le modelle interpretano l’intento formale ed estetico, mai erotico, del fotografo. Ci sono dettagli, pieghe del corpo e della pelle che perdono ogni riferimento all’intero e vivono in quanto frammenti. La stessa sensazione si ha con la natura ritratta nei suoi scatti: con alcuni tronchi d’albero o con le rocce che affiorano dalle acque dei laghi, con le ombre che il sole crea sulle pietre, o con la terra che il calore ha reso arsa e disegnata di zolle. 

La prima parola che suscita la visione della fotografia di Leardini, che si tratti di volti, corpi o elementi naturali, è “eleganza”. Verrebbe voglia di definire certe immagini, soprattutto quelle commissionate per i lavori di moda, quasi sofisticate, nel senso più positivo del termine, ma si evocherebbe forse il senso di qualcosa di costruito e per questo lontano, mai immediato. I suoi scatti ci ricordano invece quanto l’eleganza sia qualcosa di innato, naturale e spontaneo, e per questo ancora più difficile da cogliere, come la delicatezza. Eppure con il suo sguardo Leardini riesce a sintetizzarle entrambe, raccontando il lato più materno, rassicurante e avvolgente di una natura che non ha niente di brutale o di lascivo, ma è in perfetta armonia con chi la abita.

Leardini ha pubblicato diversi libri, le mostre arrivano sempre in un momento successivo e solo come presentazione di quanto raccolto che si sviluppa tra le pagine. La forma del libro è più intima, soggettiva, dà modo di tornare e ritornare sulle immagini, di creare e scoprire connessioni. L’intensità delle sequenze è data dai pieni e dai vuoti delle composizioni che si susseguono e che ci accompagnano all’interno di un mondo vegetale in cui sembra di sentire soltanto il rumore degli alberi mossi dal vento.

In una precedente intervista per il magazine norvegese Collective Oslo, Leardini aveva detto: “Non credo nello spiegare la fotografia, perché penso che se ne perda la magia. Voglio che lo spettatore possa immaginare le sue personali storie e, spero, essere mosso da ciò che vede. Per citare Diane Arbus ‘la fotografia è un segreto su un segreto, più ne sai, meno ne capisci’”. Nell’atmosfera sospesa e vibrante che emerge dalle sue immagini allora non resta altro che imparare a perdersi, senza per forza chiedersi dove ci troviamo.


Questo articolo fa parte di PARALLAX, il nuovo Vertical di THE VISION dedicato alla fotografia e al fotogiornalismo, e realizzato in collaborazione con Fujifilm Italia. L’intervista a Massimo Leardini è stata curata da Alessandra Lanza.

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