Attraversando molteplici immaginari, con le sue foto Graziano Panfili indaga i diversi animi umani - THE VISION

La fotografia, almeno prima degli smartphone e dei social, di solito si affacciava nella vita delle persone in due modalità: come un incontro ai tempi dell’infanzia con la macchina di un genitore o di un parente più grande che apriva la possibilità di condividere con gli altri il proprio punto di vista sul mondo; oppure come una passione che si faceva sempre più invadente rispetto al proprio percorso formativo o professionale, tanto da spingere a un vero e proprio cambio di vita.

Il caso di Graziano Panfili, nato a Frosinone nel 1971, si inscrive proprio in questo secondo fenomeno. Graziano si è infatti avvicinato alla fotografia intorno ai trentatré anni, dopo che nel 2004 una crisi artistica lo ha portato ad abbandonare il mondo del fumetto per tornare a studiare, nel suo caso reportage e fotogiornalismo. “La composizione in fotografia è molto simile a quella di un’inquadratura nel cinema o nella tavola di un fumetto: lo sguardo a 35mm o in 50, il focus sul dettaglio attraverso il macro, sono tutte tecniche usate nel fumetto, in cinematografia e in fotografia”, mi racconta. Si tratta sempre di pesi da distribuire, che si tratti di un foglio o di un’inquadratura, e in entrambi i casi è importantissima una certa “previsualizzazione” della scena.

Gli domando che cosa sia per lui la fotografia. Mi dice che è la sua vita, una sorta di chiamata, di droga di cui non può fare a meno, che dà tantissimo, ma toglie altrettanto, per esempio l’equilibrio in una famiglia quando ci sono di mezzo lunghi viaggi e spostamenti continui. Chiedo se il progetto “Padre in figlio” sia nato da queste motivazioni. I soggetti delle immagini sono infatti lui e suo figlio a partire dal momento in cui è iniziata la separazione da sua moglie e hanno iniziato a vivere lontani. Ecco allora le immagini del bambino che dorme nel suo letto o illuminato in modo casuale e perfetto dalla luce che entra da una tapparella, le fototessere di padre e figlio per ricordare un momento felice, i giochi e i piccoli segreti che si perdono con il passare dell’infanzia e del tempo a disposizione insieme.

“Si parla sempre del punto di vista delle donne all’interno delle separazioni e dei divorzi, e raramente ci si concentra sul dolore e sulla sofferenza dei padri, che per me è stata difficilissima da sopportare ed elaborare”. In questo senso la fotografia è stata per Graziano ed è tuttora una terapia. “Realizzare questi scatti ha messo in atto un processo di conoscenza su ciò che sono stato in passato e su ciò che sono oggi, il padre che sono diventato e i miei vissuti emozionali. Lavorare sul rapporto con mio figlio mi ha fatto vedere cose che al di fuori di una fotografia non ero riuscito a vedere, non avevo sentito. È stato un processo emozionale, maturato nel corso del tempo, che si è evoluto con la crescita di mio figlio e del nostro rapporto. La relazione stessa può quindi diventare veicolo del cambiamento: quando un contenuto arriva alla coscienza, poi, non puoi più far finta di niente”.

Molti sostengono che per essere autori si debba trovare un proprio stile, immediatamente riconoscibile, replicabile su progetti differenti, ma spesso, in fotografia, si confonde con uno standard che prevede inquadrature, colori, tematiche e usi della luce ripetuti, coerenti e sempre uguali. Nel caso di Graziano, invece, ciò che lo contraddistingue è l’opposto, ovvero la versatilità, la cura specifica e l’estro che impiega per ogni progetto, personale o commissionato che sia, sempre a suo modo unico e irripetibile: la sua capacità di rinnovarsi continuamente, come solo i migliori artisti riescono a fare. “Le mie fotografie passano da un linguaggio a un altro, apparentemente slegate tra loro, forse me lo riporto dagli studi artistici, dalla voglia di cambiare ogni volta e non adagiarmi su uno stile”.

La cosa che subito balza agli occhi scorrendo le sue immagini è infatti la loro varietà e differenza: se la fotografia è un linguaggio, esistono infiniti modi per utilizzarlo con la propria voce, che può cambiare a seconda dell’argomento di cui stiamo raccontando. “Il senso per la composizione che avevo già affinato nel tempo mi ha aiutato molto, insieme al lavoro di Luigi Ghirri, per me importantissimo con il suo sguardo eterno, in grado di creare una visione nuova e di dare una direzione a tutti i fotografi arrivati dopo di lui”. Ecco che le influenze di Luigi Ghirri si fanno sentire nel progetto che Graziano ha dedicato nel 2012 al paesaggio italiano, in cui è andato in cerca del sogno americano e delle influenze del mondo reso celebre e romanticizzato dal cinema statunitense, con inquadrature orizzontali e frontali in cui i punti di fuga si perdono nell’orizzonte – che si tratti di strade asfaltate, rotaie, campagne – e che sfruttano angolazioni di 45 gradi per tutti quegli elementi come cartelli, distributori di benzina e automobili uscite dagli anni Sessanta.

Nel suo lavoro commissionato dedicato a Villa Adriana a Roma i colori si scaldano e i bianchi vengono bruciati dal sole della capitale, in un’estate in cui i pochi turisti stranieri, incorniciati dai muri e dalle colonne sopravvissuti alla storia, portano i classici cappellini dai colori chiari per ripararsi e si siedono sull’erba all’ombra degli alberi di un parco verde, in contrasto coi colori aranciati dei resti architettonici. “Il luogo dove fotografo diventa per me una maglia da respirare, una situazione che mi porta a immergermi completamente nelle fotografia”.

Nella sezione Cover Books del suo sito si trovano tutte quelle immagini scattate per una sua personale ricerca e diventate poi copertine di libri per Mondadori – per caso,   quando su Instagram viene contattato per una copertina in particolare, che porta a un’altra dozzina di collaborazioni, dove un photoeditor sceglie tra le immagini da lui già scattate e proposte: dai ritratti dentro un set cinematografico realizzati durante i workshop che tiene sull’utilizzo delle luci (è anche fotografo di set e di scena) a immagini dalle atmosfere soffuse, in cui la nebbia e i neon, la neve e i riflessi nel ghiaccio o in una pozzanghera creano un senso di sospensione e di irrealtà estremamente suggestivi. “Sono foto mie fatte da solo in giro con la macchina, atmosfere che prendo per me, perché amo uscire in macchina con la nebbia e la musica, in montagna o sotto casa, nascono spontanee in modo molto naturale, è la mia visione,” mi spiega.

Il linguaggio cambia completamente per il progetto che Graziano ha dedicato nel 2015 a Pier Paolo Pasolini in occasione del quarantesimo della sua morte, alla ricerca dei luoghi che sono stati determinanti nella vita e nella carriera del grande intellettuale, da Casarza della Delizia, dov’è cresciuto, a Bologna, luogo della sua nascita e formazione; dalla Roma del suo cinema al lido di Ostia, dove è stato ucciso. Nel centenario della sua nascita il progetto è quanto mai attuale, anche per le modalità con cui è stato realizzato: attraverso la fotografia istantanea con le pellicole originali dell’epoca. Una scommessa, vista la data di scadenza ormai superata da tempo e il rischio di restare senza pellicole per terminare tutte le tappe del viaggio. “È uno dei progetti più difficili della mia carriera, difficile come era lui, una persona complicata, estrosa, profondissima e visionaria: le stesse caratteristiche che ho ritrovato nei luoghi che hanno fatto parte della sua storia”. 

In quel periodo Panfili stava lavorando su storie tutte italiane e altrettanto complesse: dalla storia della banda della magliana a quella della strage di Ustica. “Ho scelto di concentrarmi su Pasolini perché anche nel suo caso si trattava di una storia conclusa in maniera tragica e ancora irrisolta”. Il frutto di questo progetto – che ha ricevuto anche il patrocinio dei Beni Culturali – è stata una copia unica di un libro fatto dall’artista completamente a mano e gelosamente conservato in originale nel suo archivio, nel cui esergo è riportata una frase di Pasolini: Ogni volta che parto ho sempre quindici anni. Un’espressione che Graziano sente appieno risuonare in sé e che gli sembra racchiudere la sua filosofia e il suo modo di affrontare la vita. 

Dalle immagini di Panfili, così come dal suo racconto, appare chiaro che la fotografia, attraverso il suo filtro, manifesti un’evidenza – la stessa che permette nel fotogiornalismo di dimostrare, denunciare, testimoniare qualcosa, sperando che questo porti a un cambiamento. Mettendo il fotografo davanti a una realtà meno evanescente, lo aiuta a sviluppare una consapevolezza di sé. L’avvicinare i propri pensieri ai sentimenti, grazie a un’immagine, risulta così, anche a livello intimo e personale, uno strumento di potere a tutti gli effetti.


Questo articolo fa parte di PARALLAX, il nuovo Vertical di THE VISION dedicato alla fotografia e al fotogiornalismo, e realizzato in collaborazione con Fujifilm Italia. L’intervista a Graziano Panfili è stata curata da Alessandra Lanza.

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