This Is Us è la celebrazione della normalità

Non è stato facile fingere che tutto fosse normale. Andare a lavoro tutti i giorni, uscire con gli amici come se niente fosse, provare a fare sport con pessimi risultati, tutto mentre un tremendo segreto mi divorava dentro. Anche ora, a più di un mese di distanza, mi vergogno a confessarlo: per due intere settimane ho dedicato ogni singolo momento del mio tempo libero alla visione di This Is Us. Ecco, l’ho detto.

Le 36 puntate, divise in due stagioni, che compongono This Is Us mi hanno fatto piangere e singhiozzare ininterrottamente, le lacrime fuoriuscivano senza che io riuscissi a controllarmi. La mia compagna, seduta accanto a me, mi guardava indignata, chiedendosi se fossi veramente l’uomo giusto per lei: come avrei reagito ai drammi della vita reale se davanti alla saga famigliare scritta da Dan Fogelman mi scioglievo in lacrime come un bambino a cui è appena caduto il gelato a terra?

Dan Fogelman

Esplorando Amazon Prime Video, avevo constatato che finalmente stavano arricchendo la loro library. Al netto di un’interfaccia ridicola e per niente user friendly, noto la locandina di This Is Us. Ricordo di aver letto qualcosa sul dramma ABC ma, non essendo il mio genere, non ho mai approfondito. Eppure decido lo stesso di avventurarmi.

Nella prima puntata di This Is Us assistiamo alle storie sentimentali e famigliari di quattro trentenni americani accomunati dalla stessa data di compleanno. C’è Katie, obesa che cerca disperatamente di dimagrire e che incontra, a un meeting per persone sovrappeso, Toby, anche lui grasso, alla ricerca di un nuovo inizio. Katie è la sorella gemella di Kevin, belloccio apparentemente non molto acuto, star di una sit com di successo in cui deve mettere perennemente in mostra i propri addominali. Ma Kevin pensa di valere di più e lo vuole dimostrare a tutti. C’è Randall, afro americano, businessman di successo con una splendida famiglia che decide, il giorno del suo compleanno, di presentarsi alla porta del suo padre biologico che, trent’anni fa, lo ha abbandonato sulla soglia di una stazione dei pompieri. E, infine, ci sono Jack e Rebecca, lui Milo Ventimiglia, lei Mandy Moore, lei molto incinta cerca di fare un ballo sexy al marito per il suo compleanno. Aspetta dei triplets, tre gemelli e, proprio sul più bello, le si rompono le acque. Da quel momento in poi si rompono anche le mie di acque e inizia il trip sentimentale della famiglia Pearson.

Rebecca e Jack

È praticamente impossibile recensire le due stagioni di This Is Us senza spoilerarvi il finale della prima puntata. Mi spiace, quindi, chiedo scusa, ma negli ultimi minuti della prima puntata si scopre che Jack e Rebecca non sono due hipster di Brooklyn con look seventies, ma sono i genitori di Kevin, Katie e Randall e che tutta la loro story line era ambientata negli anni settanta. È un bel colpo di scena con cui chiudere il primo episodio. Ecco, sono hooked, come si dice in America, agganciato, preso, ne voglio sapere di più. E da lì iniziano le mie due settimane lacrimevoli.

Perché quello a cui ci costringe This Is Us è un viaggio nel lato migliore di noi stessi, una spedizione in quella parte della nostra emotività che abbiamo dimenticato o con cui non vogliamo più tanto interagire. Quelli raccontati sono sentimenti di facile condivisione – persone grasse che non si riconoscono più nel loro corpo, uomini persi, alla ricerca della figura paterna, e figure paterne alla ricerca di una propria identità. È impossibile non trovare almeno un personaggio in This Is Us con cui identificarsi, e se avete avuto un rapporto con vostro padre non propriamente idilliaco, beh, preparate i fazzoletti.

La struttura narrativa con due linee temporali distinte permette a Dan Fogelman e ai suoi scrittori di muoversi agilmente nelle vite dei suoi personaggi creando connessioni apparentemente scontate tra passato e presente ma, in realtà, estremamente funzionali nel costruire significati ed emozioni. Un gesto che oggi ci può sembrare inutile, trascurabile, nel nostro futuro potrebbe rivelarsi l’inizio di un trauma o l’ultimo ricordo felice a cui aggrapparsi in un momento di sofferenza. In questo modo nulla è trascurabile nella visione di This Is Us e qualsiasi sguardo, carezza, rincorsa potrebbe rivelarsi, con una serie di colpi di scena sempre ottimamente costruiti, quello che fa cedere le nostre difese al sentimento.

Le prime cinque puntate della prima stagione impostano la grande domanda che tiene lo spettatore incollato al divano per le successive tredici ore. La domanda, questa sì non spoilerabile, è non solo il macguffin della serie, ma è anche il motivo per cui i personaggi si comportano nel modo in cui si comportano, il motivo per cui valeva la pena districarsi tra due linee temporali. La risposta a questa domanda è quello che ha tenuto 27 milioni di spettatori incollati allo schermo nell’episodio post Super Bowl lo scorso anno, con tanto di commercial nell’halftime show che strizza l’occhio a chi, poche ore dopo, vedrà la puntata.

In Italia abbiamo parlato poco e niente di This Is Us ma, in America, è stato abbastanza un caso. Partito come una serie su cui la generalista ABC riponeva poca fiducia, ha conquistato serata dopo serata il cuore degli americani arrivando a essere una delle best performer della scorsa stagione televisiva e convincendo la maggior parte dei critici – non proprio tutti, soprattutto la seconda parte della seconda stagione ha ottenuto consensi sensibilmente più tiepidi. A contribuire al successo della serie è sicuramente il cast. Ogni singolo attore è perfetto nel ruolo interpretato. Sopra tutti Sterling K. Brown nel ruolo di Randall. La tensione che gli corre costantemente sotto pelle è palpabile, e lo spettatore la vede, la riconosce. La storyline di Randall, oltre a essere quella meglio interpretata, è anche quella meglio scritta. Il suo muoversi tra passato e presente ha una coerenza degna della migliore letteratura e ogni sua azione è perfettamente motivata. La sua ricerca di un’identità – non solo in quanto uomo di colore in una famiglia bianca, ma come uomo – è commovente e terribilmente contemporanea.

La contemporaneità dei drammi di This Is Us è qualcosa che mi ha colpito profondamente. La serialità americana è ingorda di storie che ricercano l’eccesso come punto di partenza imprescindibile della narrazione. È un eccesso che può essere derivato dal contesto, dall’estrazione sociale dei protagonisti o, semplicemente, da un presupposto. Vampiri, spie, alieni, mutanti, robot cowboy in mondi giocattolo e chi più ne ha più ne metta.

This Is Us, invece, riporta il livello della narrazione alla nostra vita di tutti i giorni, alle nostre case o, meglio, alle case della middle class americana. I problemi che vivono i membri della famiglia Pearson sono quelli tipicamente americani, di un’America che, poco alla volta, ci stiamo abituando a dimenticare. Il padre di famiglia ha un problema con l’alcol che può essere risolto solo grazie agli alcolisti anonimi. L’obesità come costante metafora del disagio sociale. C’è il problema della razza e dell’appartenenza razziale a cui gli sceneggiatori non mancano di aggiungere una leggera linea sull’omosessualità. E poi c’è la famiglia. La famiglia come unità minima narrativa in cui tutti i drammi psicologici ed emotivi hanno inizio e fine. Le colpe dei padri e delle madri non vengono dimenticate dai figli, ma assorbite, metabolizzate e riproposte come una maledizione alla generazione successiva, eterno ritorno del dolore a cui solo l’accettazione dei propri limiti, della nostra natura umana, sembra poter porre rimedio.

E dall’altra parte dello schermo di questa America ci siamo noi, gli spettatori. Anche noi ormai disabituati a racconti che puntano il dito così spudoratamente in direzione della nostra sfera emotiva. Siamo tutti padri, madri o figli e This Is Us parla a quella parte di noi. Quella che si diverte con i vampiri, con i super eroi e con i cowboy, certo, ma che vedendo Jack Pearson ritorna volentieri al ricordo del padre che avremmo voluto e non abbiamo avuto per versare una lacrima consolatoria e, perché no, leggermente catartica. Ci si sente meglio dopo aver visto This Is Us, perché si sente di aver passato le ultime due, tre ore con delle persone che potremmo conoscere veramente a cui succedono drammi e sciagure che, per fortuna, non stanno succedendo a noi. Oppure, se ci sono successe, rivederle interpretate ci aiuta a comprenderle, ad affrontarle, a superarle, o almeno è quel che speriamo.

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