La nuova serie da vedere si chiama Sharp Objects

È magnifico scoprire la possibilità di rimanere ancora onestamente stupiti di fronte a una serie tv. Esistono racconti per episodi capaci non solo di emozionarci ma di lasciare anche i vecchi amanti del cinema meravigliati di fronte alle potenzialità del mezzo televisivo.

Si dice in continuazione che le serie sono il nuovo romanzo popolare, il racconto per immagini adatto a tutti, derivabile in infinite declinazioni, che coprono gli interessi e le passioni di ciascun membro della famiglia. In questo senso, dopo un un vero e proprio colpo di fulmine, mi sembra che per alcuni amanti del genere sia iniziata la tipica crisi del settimo anno (anche se, in realtà, siamo al quattordicesimo in termini di “relazione”, se consideriamo come primo appuntamento l’uscita di Lost nel 2004). Una crisi che ha portato tanta gente a dire che le serie hanno un po’ rotto il cazzo. Si è così formato un movimento che ha riportato interesse verso il cinema e verso un racconto unico, e ammetto di appartenervi. Ma quando mi capita di vedere una serie come Sharp Objects, la mia fede vacilla, perché è la testimonianza, viva e pulsante, che la serialità è un territorio i cui confini rimangono ancora inesplorati, la possibilità di un racconto ancora diverso, originale, sempre emozionante, mai scontato.

Sharp Objects è una mini serie HBO di 8 puntate diretta da Jean Marc Vallée e tratta dall’opera d’esordio di Gillian Flynn del 2006. Un altro romanzo dell’autrice, Gone Girl, era già stato adattato, ma in forma cinematografica. Più che essere un film preso da un libro della Flynn, però, Gone Girl era a tutti gli effetti un film di David Fincher. L’ego e le capacità del regista avevano offuscato le doti della scrittrice. In Sharp Objects, invece, il gusto e la penna della Flynn sono più presenti e il suo amore per i colpi di scena e per personaggi femminili complessi trova adeguato spazio nei lunghi tempi seriali. A capo della scrittura della serie Marty Noxon, veterana che tutti noi ricordiamo per il suo lavoro su Buffy l’ammazzavampiri.

Sharp Objects, che in Italia andrà in onda il prossimo 17 settembre su Sky Atlantic, racconta la storia di Camille Preaker, una giornalista di St Louis con gravi problemi di alcolismo che viene mandata dal suo capo – l’unica persona verso cui Camille sembri provare un onesto affetto – a Wind Gap, Paese immaginario ma realistico, nel middle-south degli Stati Uniti. Una ragazzina è stata trovata morta e senza i denti, e Camille è apparentemente la scelta migliore per scrivere questa storia, considerato che lei, a Wind Gap, ci è nata e cresciuta. Questo è il punto di partenza della narrazione e di un percorso di redenzione che, per Camille, dovrà necessariamente passare attraverso lo scontro con il suo passato e, in particolare, con sua madre Adora.

Camille è un personaggio meraviglioso, dolorante, una donna ferita irrimediabilmente da una storia di abusi e dalla morte della sorella più piccola. Il corpo di Camille è il testimone di tutta la sua sofferenza: gli sharp objects, gli oggetti appuntiti a cui fa riferimento il titolo, sono quelli che Camille usa per tagliarsi, per incidere sulla sua pelle frasi e parole che hanno segnato la sua storia e la sua anima. Ma non è solo Camille a essere “danneggiata”. Tutta l’umanità raccontata in Sharp Objects è rimasta intrappolata in un circolo di dolore e sofferenza per così tanto tempo da non sapere più come altro vivere, se non continuando a soffrire. Adora, la madre di Camille, è la tipica donna del sud, ricca e viziata, che mette se stessa al centro di tutto l’universo, una madre degenere, pronta a usare la morte di una figlia come scusante per le sue terribili azioni. Camille ha un’altra sorella minore, Amma, anche lei, come tutte le donne Preaker, rotta, guasta: mentre in casa si veste come una verginella innocente, di notte esce in strada con i suoi roller, si ubriaca e bullizza le sue compagne. Amma racchiude in sé il terrore di Wind Gap e la schizofrenia delle Preaker: è sia vittima che carnefice, sia abusata che abusatrice. Wind Gap, infine è a tutti gli effetti un altro personaggio: una location quasi da film dell’orrore, maledetta, dove giovani ragazzine pattinano agitando le braccia e le trecce bionde in mezzo a insegne con teste di maiali mozzati.

Sharp Objects è l’ultimo capitolo di una tradizione HBO che esprime nel formato miniserie i suoi standard qualitativi più alti. Guardando solo agli ultimi tre o quattro anni: Olive Kitteridge, The Night Of e Big Little Lies, che doveva essere una miniserie ma, dato il successo, hanno deciso di fare anche una seconda stagione. Poi ci sono le maxi serie costose: Games of Thrones in primis. Con l’arrivo di Netflix, Hulu e la crescita di AMC, sembrava che HBO stesse vivendo un periodo difficile, ma prodotti come Sharp Objects ci ricordano che HBO è ancora il punto di arrivo più alto se si parla di storytelling e di innovazione.

E proprio Big Little Lies, è stato l’esordio televisivo americano di Jean Marc Vallée, il regista e montatore di Sharp Objects. Big Little Lies è stato il caso televisivo dell’anno scorso, con tanto di incetta di premi Emmy e il plauso unanime di critica e pubblico. Plauso assolutamente meritato, vuoi per le interpretazioni delle attrici protagoniste – Nicole Kidman, Reese Witherspoon, Laura Dern e Shailene Woodley – vuoi per la storia quanto mai attuale, in pieno periodo #Metoo, con donne vittime di abusi e girl power. Ma il vero plauso va a Jean Marc Vallée che è riuscito, dopo un lungo periodo in cui non si vedeva nulla di veramente nuovo, a regalare un linguaggio registico innovativo a una storia che, in fondo non era niente di che. Nel doppio ruolo di regista e montatore Vallée riesce a controllare pienamente il ritmo della narrazione e lo stile visivo, creando in Big Little Lies un incedere capace di regalare otto ore di respiro a una serie che, volendo essere gentili, doveva durarne sei.

Big Little Lies

Devo dire di non essere mai stato un grande fan di Vallée. Non conosco i suoi film del periodo canadese e non ho visto il suo esordio americano. Mi ricordo di C.R.A.Z.Y., Dallas Buyers Club, Wild e Demolition, anche se essuno di questi film mi è rimasto particolarmente impresso. E anche Dallas Buyers Club, che all’epoca suscitò un gran scalpore e che valse due Oscar agli interpreti principali, mi lasciò abbastanza indifferente, anche se molti lo trovarono invece un buon lavoro. Per me Vallée ha trovato il suo pieno potenziale solo con il mezzo televisivo.

In Big Little Lies prima, e in Sharp Objects poi, quello che Vallée usa è uno stile unicamente suo, sfruttando tre qualità innate che lo elevano sopra molti altri registi contemporanei televisivi.  Innanzitutto il favorire l’uso di un montaggio “emotivo” più che narrativo. Le scene e le immagini in Sharp Objects sono avvicinate per costruire emozioni, sensazioni, significati che narrativamente possono sembrare azzardati ma che, sul piano della percezione dello spettatore, funzionano molto meglio di un montaggio classico, diretto. I piani temporali si intersecano senza soluzione di continuità e immagini del passato invadono il campo visivo di Camille. Può essere forse un effetto tangibile della costante assunzione di vodka, ma lo stesso avveniva pure nella storyline di Shailene Woodley in Big Little Lies. Vallée se ne frega della continuità, o di un certo tipo di coerenza: se vuole comunicarci i pensieri e le sensazioni di un personaggio, semplicemente ce le mostra, montandoli anche con la velocità di un flash. È un montaggio allo stesso tempo dolce e aggressivo, che porta lo spettatore esattamente dove vuole lui, dove gli attori possono esprimersi al loro meglio.

Vallée, questa un’altra sua grande qualità, è un regista di attori incredibile. Tutte le performance nelle sue due serie per HBO sono qualitativamente ineccepibili. Tralasciando per un attimo Amy Adams, su cui tornerò dopo, tutti gli altri attori di Sharp Objects sono in uno stato di grazia. Partendo dalla sempre sottovalutata Patricia Clarkson che qui, nel ruolo di Adora, rende umano un personaggio che di umano ha ben poco. La tremenda madre di Camille riesce ad avere dignità e solennità anche mentre compie le peggiori azioni e questo grazie alla delicatezza della Clarkson e alla sua recitazione tutta a togliere. In Sharp Objects si è sempre sull’orlo del barocco, dell’esagerazione, ma è solo grazie ai suoi interpreti – e al modo in cui Vallée li dirige – che è stato possibile mantenere lo stupendo equilibrio di questa serie. Anche Matt Craven e Chris Messina, i due protagonisti maschili, sono un perfetto esempio della bravura di Vallée nel vestire i personaggi sugli attori. Il capo della polizia stanco e il giovane ed esuberante agente dell’FBI sono archetipi già visti in centinaia di altri film, eppure in Sharp Objects vivono sotto una luce nuova, preziosa, che li fa splendere come se fosse la prima volta che li vediamo.

Terzo e ultimo fattore di qualità è la scelta della colonna sonora. Dalle prime note degli Acid, fino alla playlist dei Led Zeppelin ascoltata da Camille, la musica non potrebbe avere un ruolo più importante. Ogni singolo movimento emotivo è accompagnato dalla perfetta melodia che ne sottolinea i passaggi o ne evidenzia i ritmi. E in questo senso anche il silenzio gioca un ruolo importantissimo nel costruire un impianto sonoro assolutamente fondamentale alla riuscita della serie.

E chiudiamo con Amy Adams. In una recente intervista Paul Thomas Anderson ha dichiarato che Amy Adams può interpretare quello che vuole – e lo fa meglio di tutte le altre. “Nella vita normale è una ragazza come tutte. Ma basta accendere la camera e si appiccia come un fuoco d’artificio. Una gigantesca esplosione di talento, creatività e carisma.” Non so se Anderson avesse già visto Sharp Objects al momento del rilascio dell’intervista, ma di sicuro quest’ultima miniserie non fa che confermare quanto appena scritto. Amy Adams è enorme in Sharp Objects.

Non è per niente facile – soprattutto per un attrice americana, dove la tradizione è spesso quella di stare sopra le righe – interpretare un’alcolista che si taglia, tormentata da demoni del passato. Eppure la Adams ci regala un’interpretazione pacata, sussurrata. La sua voce spesso si fa flebile per lasciare spazio al vasto range di sentimenti che il suo volto riesce a esprimere. Sappiamo che le cicatrici con quelle parole orribili sono solo make up, ma Amy le porta come se fossero realmente le sue. Ogni volta che si spoglia riusciamo a sentire la sua vergogna, il suo imbarazzo, il suo dolore.

Vallée ha promesso che non ci sarà un seguito di Sharp Objects, che non succederà come con Big Little Lies. Per quanto vorrei vedere altre 20 ore di questa serie, sono felice che rimanga così. Il finale shock, così tremendo da sconfinare nei titoli di coda (mi raccomando, non schiacciate stop quando vedete comparire i titoli) chiamerebbe un seguito, ma certe storie sono fatte per essere brevi e concluse. Non vogliamo sapere cosa succede a Camille dopo quei titoli. Il racconto che Vallée e la Gyllian ci hanno regalato è giusto che finisca esattamente così.

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