Come “OVERTURE of Something That Never Ended” di Gucci ha innovato radicalmente il concetto di sfilata - The Vision

Da mesi, ormai, ci si chiede in che modo il sistema della moda riuscirà ad affrontare le nuove sfide imposte dalla pandemia di Covid-19. Di alcuni cambiamenti necessari, però, si discuteva già da anni e l’emergenza sanitaria non ha fatto altro che accelerare l’urgenza di trasformare questo dibattito in proposte concrete. È il caso delle sfilate, di cui è stato ed è necessario rinnovare modalità e periodicità, non solo perché riproporle così come avveniva fino all’anno scorso significherebbe costituire assembramenti, ma anche perché, una volta tornati a una nuova e presunta normalità, non è più pensabile tralasciarne l’impatto ambientale. 

Ripensare uno dei miti più saldi del fashion system non è cosa da poco. La sfilata, infatti, contribuisce alla visualizzazione e al racconto del mondo creativo, delinea un immaginario ben preciso e ne amplifica il messaggio. Già a luglio, con i primi eventi digitali, alcuni brand hanno proposto nuovi linguaggi capaci di superare il classico streaming, presente ormai da anni e aperto a tutti, sui propri siti. The Show That Never Happened era il titolo dell’installazione di Prada, composta da cinque microfilm diretti da altrettanti talenti, con cui è stata mostrata la collezione prima della sfilata (a porte chiuse) vera e propria, mentre Gucci aveva optato per una diretta continua di dodici ore.

Epilogue, così era intitolato, costituiva il capitolo finale di un progetto in tre atti con cui il direttore creativo Alessandro Michele ha scelto di valorizzare anche l’enorme lavoro svolto dietro le quinte di un fashion show, dall’allestimento degli spazi al trucco delle modelle. Con il GucciFest, il festival digitale che unisce moda e cinema, trasmesso dal 16 al 22 novembre, la maison fiorentina ha scelto di percorrere una strada innovativa, non solo per la propria storia, ma per quella dell’intero sistema della moda. La nuova collezione viene infatti presentata attraverso una miniserie intitolata OVERTURE of Something That Never Endend – un nuovo inizio, appunto – diretta da Michele e dal pluripremiato regista Gus Van Sant, i cui film, diventati veri e propri cult, sono stati capaci di indagare in maniera iconica le inquietudini dell’essere umano e l’adolescenza. “Verso quali nuovi orizzonti può spingersi la moda quando decide di lasciare la sua comfort zone? Che vita hanno i vestiti quando smettono di sfilare? Quali storie sono capaci di disegnare nello spazio dell’esistenza?”, si è chiesto il creativo nell’introduzione al festival.

Certo, la cross-pollination della moda con le altre arti non è una storia recente. Basti pensare al lavoro dei grandi fotografi del Novecento che, fotografando gli abiti, hanno raccontato i cambiamenti sociali e politici dell’epoca, o ai cortometraggi e alle campagne pubblicitarie d’autore, come quelle realizzate negli anni da Luca Guadagnino, Roman Polanski e Glen Luchford. Secondo Caroline Evans, ricercatrice e professoressa della Central Saint Martins di Londra, già nel 1913 la casa di moda britannica Lucile presentò la propria collezione inserendola nel cortometraggio The American Princess. Se fino a trent’anni fa, però, film, fotografie e altri supporti artistici avevano una funzione secondaria, solo di ausilio alla comunicazione di una collezione di abiti, con OVERTURE of Something That Never Endend Michele eleva le due arti allo stesso livello e concretizza quanto scritto in Appunti dal silenzio, un manifesto pubblicato sul profilo Instagram di Gucci in cui il direttore creativo annunciava che il brand non sfilerà più seguendo il calendario ufficiale della moda, ma secondo un ritmo che prevede due sole presentazioni all’anno, seguendo “l’esigenza di un tempo mio, svincolato da scadenze etero-­imposte che rischiano di mortificare la creatività” e svincolando “la possibilità di raccontare dalla tirannia della velocità”.

Gli abiti della nuova collezione, indossati dai protagonisti delle scene, vengono presentati allora secondo la precisa vocazione espressiva di Michele, e raccontati in maniera innovativa, fondendo regole e generi, nutrendosi di nuovi spazi, codici linguistici e piattaforme di comunicazione. Ambientata a Roma, OVERTURE of Something That Never Endend segue l’eccentrica routine dell’attrice e performer Silvia Calderoni, caratterizzata da incontri inusuali con personaggi di rilievo internazionale. Nel primo episodio At Home l’allenamento mattutino di Calderoni viene interrotto da un intervento alla televisione del filosofo e attivista trans/femminista Paul B. Preciado. Il suo discorso, al centro della raccolta Un appartamento su Urano, si focalizza sulla costruzione biopolitica dei concetti di sesso e sessualità, proponendo una possibile ribellione che, partendo dal corpo del singolo, sia capace di modificare gli stilemi di una società che non riconosce liberamente le identità, ma le costruisce secondo regole prestabilite e binarie: maschio e femmina, eterosessuale e omosessuale. Il suo contributo rivendica il diritto all’autodeterminazione sul proprio corpo: nel farlo per sé, essendo una persona trans non binaria, lo rivendica per tutti. “Tu sai a cosa mi riferisco, vero Silvia?”, dice Preciado. L’intervento del filosofo si allinea chiaramente alla volontà di Alessandro Michele di scardinare, con la creatività di Gucci, gli stereotipi imposti dall’eteronormatività.

In questo senso, la scelta di Silvia Calderoni come protagonista non poteva essere migliore, grazie alla sua capacità di incarnare una contemporanea Orlando, il/la protagonista del romanzo di Virginia Woolf che attraversa i secoli e scardina ogni preconcetto di genere. L’attrice ha infatti utilizzato da sempre il proprio corpo come manifesto politico. Non solo portando in scena, insieme al collettivo Motus, lo spettacolo teatrale MDLSX – che, partendo dal romanzo di Jeffrey Eugenides Middlesex, intreccia frammenti di manifesti queer e teorie sul genere e utilizza il corpo androgino di Calderoni per costruire un inno alla libertà del divenire – ma anche perché la performer si è trovata proprio al centro di una campagna d’odio partita da Mario Adinolfi e Lucia Borgonzoni in seguito all’affissione per le strade di Bologna di un poster, realizzato per il CHEAP Festival, che la ritraeva con un corpo “mutante”, capace di “aprire un immaginario imprevedibile su ciò che i corpi possono essere e cosa possono fare”.

Il secondo episodio, invece, rilasciato ieri e intitolato At The Café la vede dialogare con Arlo Parks, la cantautrice inglese che sta per rilasciare, dopo un EP di successo, il suo primo album in studio, Collapsed In Sunbeams. L’incontro al bar viene scandito da frasi liriche e surreali. “Stamattina ho mangiato un fiore con le spine. Era dolce, con una punta finale amaragnola”, dice Parks. E Calderoni: “Vorrei fare il bagno al mare vestita di un costume di caramelle che mi si sciolgono addosso”. Un micro-mondo magico, la cui estetica riprende quella degli anni Settanta, a cui Michele ci ha da subito abituati e che si costruisce man mano con spontaneità, come se l’urgenza dell’interazione fosse dettata semplicemente dal gioco, riprendendo la tecnica surrealista del cadavre exquis.

Nella sua spontaneità e nell’impronta queer, la storia somiglia ad alcuni film di Gus Van Sant, come Gerry e Last Days. D’altronde, proprio di recente, il regista ha trascorso un anno e mezzo a scrivere l’adattamento cinematografico di un articolo di GQ che racconta la storia di un padre e un figlio che vanno insieme alla settimana della moda di Parigi, intitolato My Son, Prince of Fashion. La sua filmografia, composta da opere ormai diventate veri e propri cult, come Genio ribelle, vincitore agli Oscar nel 1998, e la Trilogia della morte, ben evidenzia la capacità di Van Sant di esplorare linguaggi e modalità diverse. Pur nella sua varietà, però, mantiene un’impronta autoriale immediatamente riconoscibile. Capace di portare sullo schermo una gioventù smarrita e profonda, come non si era mai vista, con OVERTURE of Something That Never Ended e la sua sgargiante collezione disegnata da Michele si distacca dall’estetica di lavori precedenti, dove l’abbigliamento restava sempre sobrio e minimale, per mantenere una certa fedeltà alla realtà. Pensiamo a Belli e dannati, che trent’anni fa, proprio a novembre, veniva girato nella capitale italiana, in cui River Phoenix e Keanu Reeves indossano semplici felpe e l’iconica giacca di pelle nera, o a Elephant, per cui Van Sant chiese agli attori di indossare i loro vestiti quotidiani. 

Nelle prossime puntate, rilasciate quotidianamente fino a domenica, saranno diversi i talenti internazionali che compariranno nella serie, come Achille Bonito Oliva, Billie Eilish, Darius Khonsary, Lu Han, Jeremy O. Harris, Ariana Papademetropoulos, Harry Styles, Sasha Waltz e Florence Welch. Anche se il direttore creativo ha specificato che la “serie non propone un significato definitivo, perché significherebbe ridurre il razionale al comprensibile” e “tradire[bbe] questa meravigliosa e infinita abbondanza di significato che ognuno porta con sé”, è innegabile l’intento di continuare a imprimere alla propria comunicazione un’essenza politica. La moda, d’altronde, ha storicamente contribuito a costruire le differenze sociali e politiche tra mascolinità e femminilità, con i pantaloni e con gli abiti, per esempio. Allo stesso modo, però, come sottolinea Preciado, “la moda ha partecipato, almeno dopo gli anni Sessanta, a mettere in discussione queste differenze”. OVERTURE of Something That Never Endend, seguendo anche l’impronta queer della filmografia di Gus Van Sant, non solo raccoglie questo proposito, ma ci ricorda che il nostro corpo e il modo in cui ci presentiamo al mondo – quindi e soprattutto attraverso gli abiti che indossiamo – sono un terreno florido per rilanciare le infinite varietà del possibile.

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