La pandemia ha stravolto il mondo della moda. Vincerà la sfida definitiva chi saprà innovarsi. - The Vision

Il 20 febbraio di quest’anno, giorno in cui l’Italia ricoverava il primo paziente affetto da Covid-19 a Codogno, a Milano si era nel pieno della fashion week. All’epoca fece scalpore la decisione di Giorgio Armani di annullare la sua sfilata, che tradizionalmente chiude la settimana della moda meneghina e sembrava altrettanto assurdo il selfie di Bella Hadid sul volo Alitalia con la mascherina, di ritorno a casa dopo gli impegni da modella. Non sembrava possibile che il sistema moda potesse fermarsi, un sistema sempre più pantagruelico, espansionistico, inarrestabile, tanto che nemmeno il termine “fast fashion” da tempo rende più l’idea delle sue dimensioni e delle sue dinamiche. Invece, il virus ha interrotto le sfilate e soprattutto la produzione, mostrando con una forza plateale che un sistema che crea in un anno 100 miliardi di vestiti per 7 miliardi di persone, in cui un’azienda di retail realizza 52 mini-collezioni l’anno e una high-brand almeno 6 (Chanel ad esempio fa due sfilate “primavera-estate” e due “autunno-inverno”, di cui una per il ready-to-wear e una per l’haute couture, più le collezioni prefall e resort e la sfilata speciale Métiers d’Art), non può più essere sostenibile.

La pandemia ha colpito il sistema della moda su due livelli. Il primo è quello materiale: la Cina, primo Paese per esportazione del tessile, nel mese di febbraio 2020 ha subìto un blocco quasi totale della produttività. Lo stesso è accaduto in India, secondo al mondo per esportazione, dove il lockdown è stato dichiarato il 24 marzo. Come denuncia l’organizzazione indiana dei diritti dei lavoratori Society for Labour and Development, la chiusura delle attività ha segnato un peggioramento delle condizioni contrattuali per migliaia di operaie e operai, aggravando la povertà e la fame. La situazione peggiore è quella però dei migranti interni, che costituiscono la maggior parte degli impiegati nel settore tessile indiano. Con il blocco dei trasporti ferroviari, 139 milioni di lavoratori sono rimasti bloccati nelle grandi città, senza soldi, cibo o un tetto sulla testa. Molti di loro sono tornati a casa a piedi, percorrendo centinaia se non migliaia di chilometri. Essendosi fermate due delle più importanti manifatture tessili al mondo, il settore si è visto costretto a rivolgersi ad altri mercati, come ad esempio la Turchia.

Ma il cambiamento più significativo è arrivato a livello simbolico e immateriale, al punto da rendere quasi superfluo (dal punto di vista dei produttori) il problema della chiusura delle fabbriche. Durante il lockdown, le nostre abitudini vestiarie sono cambiate profondamente: l’abbigliamento da casa (il cosiddetto loungewear) e l’abbigliamento sportivo hanno visto un vero e proprio boom, mettendo in crisi altre categorie. Per esempio, la holding Tapestry, proprietaria di marchi come Coach, Kate Spade e Stuart Weitzman, risulterebbe aver perso 500 milioni di dollari in ordini cancellati per borse, giacche e abiti, capi e accessori tipici di contesti formali e lavorativi. Se per diverse aziende di abbigliamento la chiusura dei negozi fisici e il blocco della produzione è stato un disastro che ha segnato anche il fallimento delle stesse, non è andata così per i negozi online, che hanno invece beneficiato delle restrizioni. Nel settore del lusso – messo a dura prova a causa del blocco del turismo, in particolare quello proveniente dalla Cina – un negozio multibrand e-commerce come Farfetch ha visto aumentare le vendite del 90% nell’ultimo trimestre rispetto a quello precedente.

Questi dati dimostrano un cambiamento della nostra percezione del valore simbolico dell’abbigliamento, che da sempre viene usato per posizionarsi socialmente secondo il proprio habitus, direbbe Pierre Bourdieu, anche se è presto per poter dire se si tratti di un cambiamento a lungo termine. L’abbigliamento può servire a riconoscere a prima vista un manager di una grande azienda da un tecnico informatico, ma nel comfort delle proprie abitazioni la distinzione estetica conterà poco, anche se magari il manager continuerà a indossare giacca e cravatta per le riunioni su Zoom, con sotto i pantaloni del pigiama. Ovviamente ciò non significa che eliminata la distinzione nel vestiario cambierà anche quella sociale, visto che già ora i buyer di moda si sono inventati la categoria dell’elevated loungewear (l’abbigliamento da casa di lusso) per distinguerlo dalle tutone che tutti abbiamo ripescato dalle profondità del nostro armadio durante la quarantena. Se, come prevede l’osservatorio “The world after lockdown” della società di consulenza Nomisma, lo smart working diventerà un fenomeno strutturale, c’è la possibilità che le persone si orientino sempre più verso un abbigliamento comodo e funzionale, nonché meno vario, non essendoci la necessità di dimostrare niente a nessuno. E potrebbe non essere un male, visto che si calcola che l’80% dei vestiti del nostro guardaroba rimane inutilizzato.

I professionisti della moda hanno già fatto proprie queste tendenze, spesso portando sulle ultime passerelle (in molti casi virtuali) l’esperienza del lockdown. Così ha fatto Demna Gvasalia, direttore artistico di Balenciaga, la cui collezione Resort 2021 è nata dall’esigenza di trovare le forze di vestirsi ogni mattina durante la quarantena, o Giuliano Calza di GCDS, che ha creato uno show completamente digitale ispirato ai videogiochi che gli hanno tenuto compagnia. Ma al di là di questo e di una settimana della moda difficile e diversa dal solito, tanto che Le Figaro ha definito quella di Milano “un fiasco”, la vera domanda alla quale sembrano tutti riluttanti nel rispondere è: quanto ancora possiamo andare avanti così? Con una sovrapproduzione nevrotica che non coincide più con le stagioni – e secondo gli esperti andrà sempre peggio a causa dei cambiamenti climatici – dove le collezioni sono presentate con un anno di anticipo ma dove a “vincere” è chi bypassa le regole con la formula del see now buy now, rendendo disponibili i capi il giorno successivo o addirittura lo stesso della sfilata; dove è ormai l’alta moda a rincorrere la fast fashion per poter stare al passo, e non viceversa, affidandosi a fornitori che pur di consegnare in tempo gli ordini violano i diritti dei lavoratori. Per non parlare dei danni ambientali, con l’utilizzo di 98 milioni di tonnellate di risorse non rinnovabili ogni anno per la produzione delle fibre artificiali e lo spreco: i materiali tessili sono infatti il 20% dei rifiuti globali.

Il 3 aprile, nel pieno dell’epidemia in Italia, Giorgio Armani ha scritto una lettera a Wwd per chiarire il suo punto di vista: “La riflessione su quanto sia assurdo l’attuale stato delle cose, con la sovrapproduzione dei capi e un disallineamento criminale tra la stagione atmosferica e quella commerciale, è coraggiosa e necessaria. […] Io non lavoro così, e lo trovo immorale”. Lo stilista ha quindi spiegato la sua intenzione di proseguire dopo il lockdown le vendite della collezione estiva già nei negozi, anziché preparane una nuova. La “dimensione umana” a cui si richiama Armani è l’unica soluzione per arginare un sistema che si è inceppato da tempo, con i brand di lusso e non che bruciano o distruggono ogni anno tonnellate di invenduto.

Alcune storiche case di moda sono sopravvissute a due guerre mondiali, alle crisi economiche, alla grande recessione, alla minaccia terroristica, ma questa volta l’impatto potrebbe essere più forte e decisivo per il loro futuro: è impensabile continuare ad avvalersi di manodopera a basso prezzo per produrre a questo ritmo, con un costo umano e ambientale troppo alto, soprattutto ora che molte persone si sono rese conto di avere gli armadi pieni di vestiti inutili. Se è vero che i consumatori hanno le loro responsabilità, le aziende hanno il compito di guidare questo cambiamento, facendo innanzitutto scelte etiche, a partire da una calendarizzazione delle sfilate che non incentivi acquisti compulsivi e non necessari. Se i tanti cambiamenti annunciati nei primi giorni della pandemia non si sono avverati, un sistema che si muove con un anno e mezzo di anticipo rispetto alle normali stagioni è forse ancora in tempo a cambiare le cose per sé, per chi lavora e anche per chi acquista.

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