Le artiste italiane pop e rap stanno riscrivendo l’immaginario della sessualità femminile - THE VISION

Nelle ultime settimane, proprio in coincidenza con la ricorrenza del 25 novembre, mi ha sorpresa la quantità di dibattiti pubblici – incentrati sulle donne e in particolare sulla nostra sessualità – che si sono accavallati, anche a causa di due fatti di cronaca. Non che solitamente il tema non venga considerato con tanti pareri non richiesti provenienti da uomini che pontificano su temi che spesso ignorano e calpestano più o meno volontariamente, ma una concomitanza di vicende simili, anche molto gravi, così fitta non è usuale. Prima c’è stata, infatti, la questione della maestra d’asilo e del video intimo che è stato diffuso senza il suo consenso, con annesso licenziamento; e poi la vicenda di Alberto Genovese, della sua “Terrazza Sentimento” e della ragazza appena maggiorenne che è stata violentata per più di venti ore di seguito.

Il punto che unisce questi due eventi, sebbene in modo molto diverso, è il sesso, nel primo caso consensuale ma con enormi ripercussioni sul piano personale e della privacy nel momento in cui il video è stato diffuso senza che l’interessata lo sapesse, nel secondo non consensuale e con danni incalcolabili per la vittima di questo episodio orrendo. Entrambe le vicende, però, hanno portato alla luce un problema che ci portiamo dietro da secoli di sottomissione, quello della sessualità femminile intesa come peccato originario, indicibile e scabroso. La ragazza che si è trovata drogata e violentata da un criminale in fondo se l’è cercata, perché se sei una donna e vai a una festa del genere, cosa ti aspettavi? La maestra che ha fatto un video per un suo partner è colpevole di essersi messa in quella situazione in primo luogo, perché una brava maestra, una donna a modo, non fa queste cose.

Nel 2020 – anno in cui in molti ci troviamo a rivalutare non solo le nostre priorità ma soprattutto molte delle cose che davamo per scontate – emerge di nuovo un chiaro segno di arretratezza che danneggia le donne e la loro emancipazione. La sessualità femminile è problematica, anzi, sarebbe meglio dire problematizzata, stigmatizzata al punto da far ricadere le colpe di un aggressore sulla vittima. Invece di pensare a cambiare l’educazione della società, in modo da prevenire questi fatti, è più comodo scaricare la colpa sul corpo femminile, reo di provare qualsiasi forma di desiderio che si allontani dalla procreazione.

Questi temi toccano tutte noi, a prescindere dal lavoro che facciamo o dall’età che abbiamo, e si manifestano su più livelli, dai casi limite come quelli citati fino alla quotidianità. Motivo per cui l’attitudine del mondo che ci circonda, e in particolare di ciò di cui fruiamo ogni giorno attraverso i media, è fondamentale, perché fa parte di un puzzle molto complesso in cui ogni pezzo può davvero fare la differenza. La musica, per esempio, è uno di questi ingranaggi sociali e culturali che, seppur in modo graduale e progressivo, riesce spesso molto più di altri mezzi a generare dei cambiamenti o quanto meno a dare imput, dato che si tratta di un linguaggio piacevole e di facile comprensione. E la sessualità femminile, da quando esiste la musica leggera, è proprio un tema che più volte è diventato centrale nei testi di artiste sia italiane che straniere. Forse proprio perché il palcoscenico, le luci, i costumi, gli artifici, generano un’atmosfera di sicurezza e neutralità a chi ne sta usufruendo, un momento di sospensione dalla realtà che consente di dire cose che in altri contesti non è semplice dire, soprattutto se abbiamo prova costante delle reazioni in cui possiamo imbatterci.

Un ulteriore problema, però, sorge nel momento in cui un genere musicale dominante – in questo caso, per quanto riguarda il presente, il rap – ha una tradizione storica di misoginia e rappresentazione femminile non proprio positiva. Non è un caso, dunque, che anche in questo settore, proprio in tempi recenti, le donne abbiano cominciato ad appropriarsi di spazi che in origine non era loro consentito di invadere, come appunto quello del rap. Cardi B, il nome più mainstream del genere, per esempio, ne ha fatto un vero e proprio cavallo di battaglia, con la sua ormai celebre “WAP”, inno di una sessualità esagerata, quasi una parodia della femminilità stessa, che torna a forme e dimensioni simili alle antiche statuette della fertilità, con un linguaggio esplicito che segna un “cultural reset”.

Cardi B e Megan Thee Stallion

Non che lei sia stata la prima donna a parlare in modo sfrontato e audace di sesso nella musica, ma il fatto che un’artista così grande decida di utilizzare in modo manifesto la questione del desiderio sessuale femminile – in un genere in cui le donne sono perlopiù presentate e usate come oggetti – è sintomatico di un’esigenza artistica diffusa, o comunque di un bisogno del pubblico che l’apparato dell’industria musicale vuole assecondare. In entrambi i casi il punto centrale non cambia: il ruolo della donna è in continuo cambiamento e la ricerca delle coordinate per orientarsi in questo mondo nuovo, anche a livello culturale, è materia di indagine per tutte.

In Italia, da questo punto di vista, un caso recente piuttosto emblematico è quello di Madame, artista molto giovane che bazzica nel mondo del rap con uno stile ricercato e personale, anche da un punto di vista estetico, visto che ha creato un’immagine di sé che va volontariamente oltre stereotipi di genere classici. La sua ultima canzone, “Clito”, è un chiaro segno dei tempi che cambiano, persino nel rap che di linguaggio esplicito e didascalico su “troie”, “tipe” e “bitch” varie basa la sua poetica. Madame usa infatti delle immagini sessuali femminili molto chiare, chiamando in causa non solo il sesso femminile e il desiderio, ma anche parti del corpo estranee alla narrazione musicale. Di certo anche lei, da rapper, ha intuito il potenziale di un racconto del femminile che esplicita la sessualità, normalizzando anche modi di dire e di esprimersi a suo riguardo che spesso sono ancora tabù.

Madame

Anche altre donne all’interno del rap si muovono nella stessa direzione, da Chadia Rodriguez ad Anna – fino, ovviamente, a Myss Keta, non proprio appartenente alla scena rap ma comunque paladina di questa formula ironica di racconto del desiderio femminile in chiave pop: ciascuna con i suoi modi e il suo stile. Sta di fatto che in questo momento storico la compresenza di vecchio e nuovo, di un’idea della donna – specialmente quella più giovane, come nel caso di queste artiste – confinato alla purezza e all’ascetismo e di un impulso liberatorio che alleggerisca il femminile da questi stereotipi obsoleti, si traduce anche nei consumi culturali delle varie generazioni.

Ma se oggi è il rap a dominare le classifiche e la narrazione mainstream, specialmente quella dei più giovani, non dobbiamo dimenticarci che proprio in Italia, negli anni della prima vera rivoluzione sessuale, quella che seguì al ‘68, ci fu un idolo pop tanto influente da essere conosciuta anche ben oltre al nostro Paese. Proprio di recente il Guardian ha dedicato un lungo articolo a Raffaella Carrà, la donna che ha portato la minigonna, i testi espliciti e ironici sulla sessualità femminile e la voglia di togliersi di dosso anni di grigiore cattolico in prima serata nelle televisioni degli italiani. Basta chiedere a uno dei nostri genitori, cresciuti con la tv degli anni Settanta e Ottanta, che cosa significasse la presenza della Carrà: libertà, colori, testi che ancora rimangono perfettamente attuali, che raccontano il sesso come poche altre donne dello spettacolo hanno saputo fare. Ed è proprio la sua storia da paladina pop di una rivoluzione di costume che ci conferma quanto i media possono sì fare dei danni, fornendo immagini femminili intrappolate in una sessualizzazione volgare e umiliante, ma offrire anche, al contrario, una rappresentazione che va ben oltre i confini della volgarità, consapevole della propria forza e della bellezza della femminilità libera, eccentrica, creativa.

Raffaella Carrà

Il percorso che ci porta alla creazione di un’identità femminile condivisa ma libera nelle sue particolarità di esprimersi senza incorrere in giudizi e presunti limiti morali vecchi e incompatibili col presente non è facile, dal momento che cadere nella trappola di una falsa coscienza non è raro. Bisogna infatti aver chiaro quali immagini e quali simboli scegliamo per raccontare la femminilità attraverso il sesso e in modo facile e pop senza farci sommergere da un’ideale femminile costruito dalla visione maschile, in cui l’essere esplicite e disinibite passi attraverso una conferma dell’uomo. Di certo, però, la cultura pop e il suo linguaggio immediato e universale possono fornirci le basi per una consapevolezza di genere che, proprio perché veicolata dai mass media, può arrivare anche a donne e ragazze che necessitano di una conferma per sentirsi autorizzate a vivere la propria sessualità in modo più libero e cosciente. Se parte del mondo attorno a noi, nel frattempo, continua a ragionare come se dai tempi del delitto d’onore a oggi non sia cambiato nulla, ciò che possiamo fare noi, da donne, è non farci trovare impreparate a rispondere per le rime, anche letteralmente.

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