Perché “Maid” è la serie più potente dell’anno e devi vederla - THE VISION

Quando una storia è in grado di suscitare reazioni e interpretazioni anche molto diverse tra loro di solito è una storia che funziona. La realtà, come tanti stentano a riconoscere, non è fatta di “Sì” e di “No”, ma è infinitamente composta di dettagli, cangiante, sfaccettata. È il caso di Maid, la serie Netflix ispirata dal memoir di Stephanie Land (Domestica. Lavoro duro, paga bassa, e la voglia di sopravvivere di una madre), che vede al centro il tema della violenza di genere e della povertà, ma anche il ruolo di una giovane donna madre, i disturbi psichiatrici e l’abuso di potere nelle sue varie forme.

Se state cercando di evadere, almeno la sera, dopo aver sbrigato tutto quello che avevate da fare, non vi consiglierò di vederla. Maid è una serie che può turbare profondamente, soprattutto se si è donne, e magari madri, ma anche se si è uomini, e magari benestanti, con un saldo ruolo nella società, perché ci mette davanti a una realtà che collettivamente ci sforziamo di non riconoscere. Maid parla di vicoli ciechi in cui le madri in difficoltà – in particolare se giovani, ma potenzialmente qualsiasi individuo – finiscono per ritrovarsi in trappola, invece che essere aiutate, come se la ruota delle possibilità che le circonda si stringesse sempre di più, fino a sembrare un cappio intorno al loro collo. Negli Stati democratici questa è la grande contraddizione portata dal liberismo e dal Capitalismo, per cui se hai successo è merito tuo, se fallisci devi per forza aver sbagliato qualcosa, e quindi perché qualcuno ti dovrebbe sostenere? Non sei forse inaffidabile? Questa però è una posizione fortemente individualista che si scontra invece con una visione assistenziale dello Stato (cosa che d’altronde negli Stati Uniti manca quasi del tutto).

Il dramma si snoda tra gli alti alberi di una foresta che pare impenetrabile e irraggiungibile, come i gradini burocratici necessari per ottenere aiuti dal sistema. La protagonista Alex (interpretata da Margaret Qualley) ha 25 anni ed è mamma di una bambina di due, ha una famiglia inaffidabile e profondamente disfunzionale: la madre (Andie MacDowell) è gravemente bipolare e il padre, cercando di superare la sua dipendenza dall’alcool, si è rifatto una vita, di cui lei, memore dei suoi comportamenti violenti, non vuole tornare a far parte. Sean, il compagno di Alex e il padre di sua figlia, è un ragazzo di provincia come tanti, solo che non appena scopre della gravidanza di Alex inizia ad avere comportamenti violenti nei suoi confronti e a bere. Dopo l’ennesima sfuriata improvvisa, Alex decide allora di scappare, ma com’è prevedibile non può andare molto lontano, anche perché in tasca ha meno di cinquanta dollari, non ha un conto in banca e non lavora. La sua vita da quel momento sembra sempre più simile a una guerra. Madre di una bimba piccola, sola, completamente senza soldi e un supporto familiare in grado di sostenerla, Alex è costretta a scontrarsi ogni giorno con umiliazioni, pericoli e indigenza; le tregue sono sempre fragili e momentanee, se non proprio false, eppure, nonostante le esitazioni, non demorde. Ha delle allucinazioni e sembra soffrire di disturbo post traumatico da stress, sebbene non sia chiaro da quando ed esattamente da cosa siano originate: se dall’abuso psicologico subito dal compagno o se da origini ben più remote, legate alla sua infanzia e al rapporto con una madre già a sua volta vittima di violenze domestiche. Fin dall’inizio, poi, Alex teme che la sua fuga necessaria venga screditata. Non è in grado di chiamare ciò che ha subito col proprio nome: violenza. Lo stesso Sean l’accusa subito di essere pazza ad andarsene così, mentre a quanto pare tirare addosso a lei e alla figlia una ciotola di vetro secondo lui è un comportamento accettabile.

Uno dei punti fondamentali che la serie riesce a far emergere è quanto la società radichi nelle vittime il dubbio sulla propria percezione degli abusi e delle violenze subite, fino a rivederle, negarle e ridimensionarne i confini, rimuovendole così senza mai riuscire a denunciarle e ad affrontarle. Questo, nella vita delle donne accade quotidianamente, anche per quanto riguarda i piccoli e grandi abusi di potere o le ingiustizie subite. In particolare, in Italia, sembra esserci una sorta di accettazione passiva e “democristiana” dei comportamenti abusanti, in nome della ragionevolezza, che neanche a dirlo è il mantenimento di un ordine costituito, in cui chi ha più potere è intoccabile e il conflitto va sempre evitato. Se una donna denuncia incontra enormi ostacoli per essere creduta, si pensa subito che esageri o abbia frainteso la situazione. Nonostante tutto, Alex, probabilmente proprio perché ha già vissuto una storia di violenze, appena ne vede i prodromi scappa, andando incontro al futuro e all’indipendenza con ostinazione, mossa da una volontà più grande di qualsiasi sicurezza o presunta tranquillità. E anche se subito non vuole definirsi come una vittima, ben presto capisce che nell’esserlo non c’è nulla di invalidante, niente di cui vergognarsi.

Questo stesso tema è stato trattato magistralmente dal premio Nobel canadese per la Letteratura Alice Munro, nel racconto “In fuga”, che dà il titolo all’omonima raccolta. Solo che lì, la protagonista, pur essendo aiutata e sostenuta da un’altra donna, alla fine non riesce ad andarsene e torna indietro verso casa, prima che il marito rientri. Anche in Maid viene raccontato come spesso alle donne servano molti tentativi prima di riuscire davvero a scappare dalle violenze e separarsi dai loro abusatori – almeno sette dice l’assistente che gestisce il rifugio in cui finisce Alex. Anche Munro racconta di ragazze come lei, fragili e molto intelligenti (nel senso etimologico del termine), che hanno visto svanire i propri sogni, uno dopo l’altro, ma vogliono continuare a vivere, perché sanno di avere il diritto di farlo e quel diritto, in un modo o nell’altro, vanno a prenderselo. Allo stesso modo, il tema della maternità nelle fasce più povere della popolazione statunitense, che dagli anni Settanta a oggi non sembra essere cambiato, è stato toccato da un’altra grande scrittrice di racconti, Lucia Berlin, in particolare nella sua prima raccolta che si intitola proprio A Manual for Cleaning Women (tradotto in Italia con La donna che scriveva racconti), e che presenta una folla di donne – spesso madri – sole, che sembrano dover subire perennemente lo sguardo, la punizione e il giudizio della società, oltre alle umiliazioni e ai maltrattamenti che già hanno ricevuto, come se fosse colpa loro.

La maggior parte delle persone, infatti, tratta Alex con disprezzo, solo perché non ha soldi, ha una bambina piccola ed è sola. Sembra che tutti le dicano: hai sbagliato, ma com’è possibile che ti sia ridotta così? Potevi essere una brava scrittrice! Ma non è vero, perché il talento, in un ambiente senza opportunità, non può svilupparsi, né tantomeno continuare a esistere e farsi notare. Alex infatti ha cambiato molte scuole e si è diplomata in ritardo e pur avendo vinto una borsa di studio all’Università poi non è riuscita a frequentarla, probabilmente per via della decisione di intraprendere la gravidanza. Nonostante tutto, però, Alex dopo la sua fuga inizia a costruire la sua vita, senza far affidamento su nessuno, ma di tanto in tanto, per quanto raramente, ricevendo aiuti disinteressati.

Maid mi ha ricordato l’incredibile pièce del drammaturgo di origini ungheresi Ödön von Horváth: Fede, Speranza, Carità. Piccola danza macabra in cinque quadri. Il testo di von Horváth racconta proprio questa progressiva caduta dell’individuo, ancor peggio se donna, nelle spire della burocrazia e della legge dello Stato, che invece di aiutare sembra, un passo alla volta, far cadere più in basso chi non si è strettamente attenuto alle regole, per quanto minime (e spesso ottuse). Questa pièce fu scritta non a caso nel 1937, eppure, guardando Maid, ambientato negli Stati Uniti di oggi, anche in questo caso non sembra essere mutato nulla. Quello che Maid, così come von Horváth, mette in scena, è l’inesauribile tensione del singolo dentro la società, in entrambe le storie lo sguardo è limpido, oggettivo nel registrare il frantumarsi del reale. La colpa, così come la virtù, è di tutti, chiunque può sbagliare e fare bene, dipende in gran parte dal contesto in cui si trova, ma è bene ricordare che in entrambi i casi le azioni sono mosse in primis dall’istinto animale a sopravvivere. Non c’è bene e non c’è male, buoni e cattivi, ci sono solo vittime e tregue. A volte, infatti, seguire le regole crea più male che bene, proprio perché la loro applicazione e osservanza in certi contesti appare semplicemente inumana, corretta ma ingiusta.

Il mondo fa schifo, ma può anche essere meraviglioso, il problema è che la meraviglia, nella società ipercompetitiva di oggi, sembra destinata sempre di più esclusivamente a chi se la può permettere, proprio come accadeva secoli fà, prima delle false promesse del capitalismo. Per vivere in maniera soddisfacente, però, è necessario capire quando adattarsi e quando imporsi, riuscire a essere padroni di se stessi, non solo economicamente, ma anche emotivamente e mentalmente, ed è questo il doloroso passo necessario per crescere, reggersi sulle proprie gambe e non aspettarsi nulla dagli altri, diventando a quel punto responsabili anche per gli altri. Alex, è una ragazza terrorizzata, ma nonostante tutto resiste e trova il modo di guadagnare una sua dignità, in un sistema in cui chi non eccelle viene considerato un fallito, oppure un invisibile, ma non è così. Il valore degli esseri umani non è nei risultati che raggiungono, o nei ruoli che ricoprono, così come non è nella loro busta paga, dovrebbe sembrare ovvio da dire, ma di questi tempi non lo è affatto. Pare infatti che nessuno sia pronto ad accettare che mediocri lo siamo tutti, pure i geni, che magari escluso il versante in cui hanno raggiunto l’eccellenza hanno enormi carenze. Dovremmo tenere ben in mente che la sorte è mutevole, e quello che oggi è il paradiso, potrebbe diventare un inferno e farci ritrovare nella stesse tremende condizioni che una parte di noi per paura esorcizza in termini di merito, anche se – in fondo lo sappiamo – dall’impegno e dalle capacità non derivano affatto.

In un mondo che negli Stati Uniti, così come in Europa e altrove, si muove a tutta velocità lasciando indietro chi non è in grado di restare al passo, c’è un enorme bisogno di narrazioni come quella di Maid. Si spera però che il disvelamento di questa realtà che in molti non sono in grado o non vogliono riconoscere, porti a cambiamenti effettivi, anche perché, è triste dirlo, ma il personaggio di Alex, capace di affrancarsi da una dimensione drammatica, purtroppo rappresenta un’eccezione.

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