Nessun film è ancora riuscito a raccontare il dolore del divorzio come “Kramer contro Kramer” - THE VISION

In uno spot per il referendum sul divorzio degli anni Settanta, Nino Manfredi si fa portavoce di un pensiero molto moderno, razionale e condivisibile: da uomo sposato e padre amorevole, crede che non serva essere un libertino senza senso della famiglia per rendersi conto di quanto un matrimonio fallito possa essere dannoso per chiunque al suo interno. Meglio divorziare piuttosto che farsi le corna, mettere l’arsenico nei pasticcini, riempirsi di botte fino a costringere i vicini a intervenire, meglio sciogliere un legame nocivo piuttosto che perpetrarlo in nome di un’istituzione che, per quanto idilliaca nei suoi principi fondativi, può essere una culla di nevrosi, violenza, malcontento e perché no, anche morte. Per quanto siano passati molti anni da quello spot così azzeccato e persuasivo, e per quanto il divorzio non sia più un tabù come poteva esserlo cinquant’anni fa – sebbene questa affermazione oscilli in base all’estrazione sociale e al contesto culturale a cui facciamo riferimento –  ancora oggi rimangono dei punti irrisolti e molto complessi che riguardano il matrimonio inteso come colonna portante della società. Questo perché il modello familiare classico, quello tipicamente Ottocentesco e borghese, rimane spesso l’unico contemplato in un sistema che nel frattempo è andato avanti, portandosi dietro un’eredità che in molti casi non è ancora stata smaltita.  

La volontà individuale, il senso di realizzazione personale, il lavoro stesso e tutto ciò che comporta guadagnare denaro in cambio di tempo ed energie, sono elementi che per quanto prendano vita fuori dalla propria casa – cosa che in tempi di pandemia per molti non è neanche più così – costituiscono la colonna portante della propria esistenza, al di là del bene, dell’affetto e dell’amore che si può provare verso altri esseri umani e che a volte chiamiamo “famiglia”. Il divorzio, in questo senso, costituisce sì un’enorme conquista per garantire la libertà di potersi affrancare da un vincolo, ma è anche la conferma tautologica della fallibilità del vincolo stesso: ci sposiamo accettando implicitamente l’ambivalenza dell’istituzione, può andare bene, può andare male, e il “Finché morte non ci separi” è solo una formalità. Nel film che viene considerato la prima vera commedia all’italiana – precursore di un genere fortunato e prolifico di cui ci possiamo ancora vantare – Divorzio all’italiana, del 1961, Pietro Germi mette il protagonista, Marcello Mastroianni, davanti a una scelta tragicomica, ossia quella di dover ammazzare la propria moglie pur di recidere il vincolo matrimoniale e potersi risposare con la bella e giovane Stefania Sandrelli. Ironia della sorte, Marcello Mastroianni un anno prima di Divorzio all’italiana è protagonista di un altro film ambientato nella Sicilia degli anni Sessanta, Il bell’Antonio, di Mauro Bolognini, costretto invece a dover annullare il matrimonio alla Sacra Rota per la sua impotenza. Bisognerà aspettare il decennio successivo per poter raccontare un altro tipo di separazione, quella legale, laica, traghetto per la modernità sociale e culturale che ha poi prevalso nella seconda metà del Novecento. E del divorzio contemporaneo, figlio di necessità ben diverse e distanti da quelle che avevano spinto l’idea della separazione di una coppia sposata fino a quegli anni, parla il film per eccellenza sul tema, Kramer contro Kramer, capolavoro del cinema americano e tutt’oggi caposaldo del genere. 

La storia di Kramer contro Kramer è interessante sotto molti punti di vista: non solo quelli che lo hanno reso un film di riferimento per tante altre pellicole che sono venute dopo e si sono ispirate all’opera di Robert Benton, ma anche per il modo in cui è stato girato, quello in cui si sono evolute la sceneggiatura e le vicende che hanno coinvolto i due attori protagonisti, Dustin Hoffman e Meryl Streep. Tutto ciò fa da cornice a un racconto veramente unico. Negli anni successivi alla sua uscita, infatti, il film è stato come circondato da un’aura di mistero e tragedia, se vogliamo, che ha accresciuto il suo valore, arricchendo la sua genesi con dettagli anche drammatici.

A distanza di più di quarant’anni, così come è successo nel momento in cui è uscito, le critiche sono ancora tante e di diverso genere: si contesta infatti il modo in cui è rappresentato il processo, ritenuto vecchio di almeno cinquant’anni rispetto alle pratiche legali dell’epoca in materia di affidamento di minori e divorzio; ma si contesta anche il modo in cui è rappresentata la figura femminile della moglie, ruolo con cui Streep vinse un Oscar e venne ufficialmente accolta nell’olimpo del cinema americano di quegli anni. Non solo, Meryl Streep ha più volte raccontato di quanto il metodo di Dustin Hoffman – il famoso method acting – fosse violento nei suoi confronti, dal momento che l’attore utilizzava i suoi traumi per aizzarla contro di lui, nominando spesso il suo compagno che era di recente morto per un cancro ai polmoni. Fece la stessa cosa anche con il bambino che interpretava Billy, col quale strinse un rapporto molto intimo proprio per rendere tutto spontaneo e veritiero. 

Rivedere Kramer contro Kramer oggi, però, anche grazie ai grossi cambiamenti che ci sono stati negli anni, non dà affatto quella sensazione di imparità che invece le donne dell’epoca – compresa Streep, che intervenne su più punti della sceneggiatura per rendere meglio il suo personaggio – avevano lamentato, probabilmente perché molti concetti e limiti che il genere femminile soffriva all’epoca e stava cominciando a scardinare ora sono molto più individuabili e meno tabù. Ciò non vuol dire che il film sia inattuale, per nulla, ma solo che dal mio punto di vista le ragioni che all’epoca sembravano poco chiare, i motivi che nella trama spingono Joanna a lasciare il marito Ted, non mi risultano per nulla superficiali o poco comprensibili, dal momento che oggi è sempre meno scontato che una donna voglia essere una persona con obiettivi e libertà prima di essere una madre e una moglie. La presenza di Meryl Streep nel film, infatti, è tutto sommato molto relativa e limitata, dal momento che il grosso della trama racconta invece il modo in cui Dustin Hoffman – che interpreta un classico baby boomer in rampa di lancio con la carriera e del tutto distaccato dalla dimensione familiare, un personaggio che per molti versi traccia una linea con il protagonista de Il laureato, altro film cardine di quella generazione – si trova a dover costruire un rapporto con il figlio di sette anni, non solo da un punto di vista emotivo, ma anche pratico

La vita di tutti i giorni, la spesa, i capricci, le cure che Joanna ha dato a Billy fino a quel momento per Ted erano scontate, a sacrificio di qualsiasi desiderio e impulso soggettivo che la moglie ancora molto giovane potesse avere: per il pubblico di quarant’anni fa Joanna poteva sembrare una madre snaturata, un’egoista senza cuore, per una donna di oggi il personaggio di Meryl Streep è solo l’incarnazione di ogni dubbio che assale chiunque si trovi davanti a un bivio in cui deve conciliare maternità con lavoro, carriera, autodeterminazione. E Ted, che lentamente trova una sua dimensione di contatto con il suo ruolo di padre, seppur nelle difficoltà, arriva persino ad accettare un lavoro pagato molto meno pur di poter stare con suo figlio: ciò che la società moderna, capitalista, competitiva e arrivista aveva creato – un padre senza doveri, se non quelli economici – lo distrugge con la cruda realtà, ossia che l’essere umano è prima di tutto un essere sociale, fatto di rapporti, affetto e contatto, più che di soldi, successo e consumi. 

Il divorzio di Kramer contro Kramer arriva dunque come simbolo di un momento storico che continua a essere centrale, un dubbio etico e universale che tocca tutte le sfere del mondo che ci circonda, sia da un punto di vista maschile che femminile. I due protagonisti si trovano a combattere con ogni mezzo una guerra che non ha senso di esserci, ma che nasce contro la loro stessa volontà per il semplice fatto di voler entrambi accedere al diritto di vivere felici ma anche di sentirsi utili e realizzati. Una spinta che, in una realtà incasellata da forme e strutture molto antiche e rigide, si scontra inevitabilmente con una serie di ostacoli che continuano a frapporsi tra volontà e compromesso.

Non è un caso, infatti, che proprio questo tema, così raccontato e composto, sia stato raccontato di recente anche da un altro regista con un film che ha avuto molto successo, Storia di un matrimonio, di Noam Baumbach, con Scarlett Johansson e Adam Driver. Una narrazione, quella del divorzio e della separazione, che è stata al centro anche di capolavori come Scene da un matrimonio, di Ingmar Bergman, del 1973 e di un altro film sempre con Dustin Hoffman e sempre di Pietro Germi, Alfredo Alfredo, del 1972. In Alfredo Alfredo, Germi usa il protagonista interpretato da Dustin Hoffman e affiancato da due attrici come Stefania Sandrelli e Carla Gravina per raccontare un altro aspetto di quel cambiamento epocale, ossia lo stesso citato da Nino Manfredi nello spot anni Settanta, il referendum sul divorzio. Lontani dalla modernità caotica di New York, dove si ambienterà pochi anni dopo Kramer contro Kramer, ad Ascoli Piceno, Hoffman diventa Alfredo Sbisà che per allontanarsi dalla moglie ossessiva diventa un attivista pro-divorzio. Nel film, che ricostruisce con flashback le scene dal tribunale, si racconta anche la doppia anima dell’Italia che si apprestava a una rivoluzione culturale come quella del divorzio, ma che ancora portava l’eredità arcaica di secoli di tradizione, come si vede chiaramente nell’episodio del film in cui per curare l’infertilità di Alfredo gli tocca bere il cappuccino con l’uovo sbattuto. 

Alfredo Alfredo (1972)

Il tema del divorzio e della separazione in una coppia è sfaccettato, complesso, soprattutto quando si mettono a confronto racconti che hanno luogo in città e Paesi completamente diversi e distanti ma che si sono trovati a dover far fronte ai cambiamenti del mondo in modo simile, come poteva succedere in Italia e negli Stati Uniti in periodi vicini ma con strumenti e culture molto diverse. Kramer contro Kramer, nel racconto di questo argomento, rimane forse il film più struggente e allo stesso tempo brillante e sincero sul modo in cui il contesto sociale, il lavoro, le ambizioni e i ritmi del mondo attorno a noi influenzano la nostra vita privata, sentimentale ed emotiva, sia di figli che di genitori, sia di uomini che di donne. E per tutte le critiche che si possono fare al modo in cui ha rappresentato un processo, alle mancanze rispetto al punto di vista della donna e a tutti gli altri elementi poco centrati o ambigui del film, ancora oggi racconta la parte più umana e sincera della separazione, quella legata a dei ruoli che diamo per scontato siano fissi, ma che non sono affatto così immutabili e granitici, quelli di madre e di padre.

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