Negli anni Trenta Hollywood celebrava le donne e il sesso, poi è arrivata la Chiesa

Una delle frasi più famose della storia del cinema la pronuncia Rhett in Via col vento, mentre saluta Scarlett O’Hara che gli chiede cosa farà quando lui se ne sarà andato per sempre: “Frankly, my dear, I don’t give a damn” (“Francamente, me ne infischio”). Per quanto oggi ci suoni innocua, se non addirittura edulcorata in confronto a quanto siamo abituati a sentire al cinema, nel 1939 scatenò un piccolo scandalo. Cinque anni prima, infatti, era entrato in vigore il Motion Picture Production Code poi noto con il nome di Codice Hays, un codice di condotta per le produzioni di Hollywood che vietava molte cose, tra cui il ricorso a parole come “damn”, “hell” o qualsiasi altro riferimento alla religione. La battuta, però, era presente anche nell’omonimo romanzo da cui il film era tratto ed era fondamentale per la sua intensità. Così, i produttori se ne infischiarono e decisero di sfidare la Motion Picture Association of America, che per l’immediata e riconosciuta popolarità di questa frase decise di concedere l’uso di questa e di altre parole vietate nel caso in cui fossero già presenti nelle opere letterarie di origine.

A parte questo elemento “sovversivo” e qualche altro sprazzo di modernità – è impossibile non citare Hattie McDaniel, prima afroamericana a vincere un OscarVia col vento è un perfetto film “Post-Code”, cioè girato dopo l’approvazione del Codice Hays: è moralmente ineccepibile, tanto che la protagonista Scarlett, innamorata di un altro uomo, non solo viene punita dal marito con il divorzio, ma nella sua ultima battuta pronuncia la volontà di trovare un modo per riconquistarlo perché “Dopotutto, domani è un altro giorno”.

Via col vento, 1939

Solo cinque anni prima, l’America guardava senza problemi film che di moralismo e buoni sentimenti non avevano nulla. Nel 1929 Norma Shearer nel film La divorziata portò sullo schermo tutt’altro genere di donna separata: Jerry, dopo la fine del matrimonio con Ted, si dà alle feste, alle danze, all’alcool e a una vita felice e spensierata. La sua nuova esistenza è raccontata senza giudizi, senza punizioni, ma anzi esaltando la sensualità della protagonista. Nel 1933 due produzioni si spinsero ancora oltre: Partita a quattro racconta le avventure di una giovane americana residente in Francia che ha relazioni con tre uomini diversi contemporaneamente; Baby Face, considerato il film che causò l’entrata in vigore del codice, segue la giovane squattrinata Lily che prova ad arrivare ai vertici di una banca intrattenendo rapporti sessuali con un impiegato per ciascun piano. In Marocco, film del 1930, Marlene Dietrich travestita da uomo bacia sulla bocca un’altra donna. La regina Cristina, basato sulla storia della regina Cristina di Svezia, mostra diverse scene in cui Greta Garbo, che interpreta la nobildonna, bacia le sue serve. In Sangue ribelle c’è una lunga scena ambientata in un locale gay, la prima rappresentazione di omosessuali sullo schermo.

Tra la fine degli anni Venti e l’inizio dei Trenta il cinema di Hollywood celebrava con gioia la sessualità liberata, l’emancipazione delle donne, l’essere queer. Era il cosiddetto cinema “Pre-Code”, che raccoglieva l’eredità dei Roaring Twenties, quel periodo che in America coincise con la prima rivoluzione sessuale, la conquista del suffragio delle donne e il proibizionismo, che anziché disincentivare l’uso dell’alcool finì con l’alimentare il mito del divertimento e della festa, reso ancor più interessante proprio perché proibito. Nel 1933, Roosevelt abrogò il Volstead Act  – anche grazie all’attivismo di una donna, Pauline Sabin – ma nel frattempo il temperance movement, cioè il movimento delle associazioni cattoliche che promuovevano l’astinenza e la morigeratezza dei costumi, aveva guadagnato un potere molto vasto, soprattutto sull’opinione pubblica. I film di Hollywood, in cui l’alcool scorreva a fiumi e le donne facevano sesso al di fuori del matrimonio erano un pessimo esempio, e andavano eliminati.

Baby Face, 1933

Così, alla fine degli anni Trenta, la Motion Picture Association of America – costituita nel 1922 per restituire un’immagine positiva all’industria, travolta da scandali come le morti legate alla droga di Virginia Rappe (di cui fu accusato il popolare comico Fatty Arbuckle), Wallace Reid e l’omicidio mai risolto di William Desmond Taylor – decise che era giunta l’ora che il cinema si desse una ripulita, anche perché l’avvento del sonoro aumentava il rischio di cadere nell’immoralità. Il codice venne formulato quindi come una serie di “Do & Don’t” che vietavano, ad esempio, “scene di passione”, “adulterio”, “schiavitù bianca” (quella nera a quanto pare era accettata), “uso di alcool”, “danze che enfatizz[avano] movimenti indecenti”. La serie di norme prese il nome da Will Hays, presidente dell’associazione, anche se l’uomo che fece poi la vera differenza fu Joseph Breen, messo a capo della Production Code Administration. Sebbene il codice fu scritto nel 1930, infatti, entrò effettivamente in vigore solo nel 1934 dopo la creazione di questo organo che avrebbe dovuto applicare una censura preventiva e non più repressiva.

Hollywood raggiunse livelli di moralismo e rigidezza quasi parossistici. Breen arrivò persino a disporre che le coppie sposate venissero mostrate mentre dormivano in camere o letti separati e che non si vedessero mai sanitari nei bagni. Fervente cattolico, membro della Catholic Legion of Decency, il “censore di Hollywood” incrociò il suo destino con quello del nazismo. Georg Gyssling, il console tedesco negli Stati Uniti, cominciò a valutare ciascun film in uscita in America decidendo se minasse o meno il prestigio della Germania. Ogni suo giudizio passava attraverso l’ufficio di Breen, che condivideva con i tedeschi le simpatie antisemite, nonostante all’epoca sei delle otto case di produzione americane fossero gestite da personale ebraico. “Le persone la cui morale non sarebbe tollerata nemmeno nel bagno di un lazzaretto qui hanno i lavori migliori e ci ingrassano,” scriveva il moralizzatore. “Il 95% di questa gente è ebrea e di lignaggio est-europeo. Sono, probabilmente, la feccia della feccia della terra”. E così, oltre a cancellare baci e bottiglie di vino, Breen censurò gli ebrei e qualsiasi contenuto che fosse considerato offensivo nei confronti di Hitler. Qualche film riuscì a scappare dalla censura, come il corto You Nazty Spy! dei Three Stooges o Il grande dittatore di Charlie Chaplin, che uscirono però entrambi a guerra già iniziata.

Il grande dittatore, 1940

La moralizzazione di Hollywood proseguì ufficialmente fino al 1967, anche se nei due decenni precedenti i registi cominciavano a prendersi qualche libertà. Ad esempio, uno dei film americani di maggiore successo degli anni Cinquanta, A qualcuno piace caldo, vede Marilyn Monroe (che di certo non nascondeva braccia e gambe) accompagnata da due uomini travestiti da donne; nello stesso decennio comparvero sullo schermo molte altre attrici “scandalose” come Jayne Mansfield o Elizabeth Taylor, che spesso interpretavano il ruolo di amanti o di libertine senza che la censura intervenisse. Questo anche perché nel 1952 la Corte Suprema aveva finalmente concesso l’applicazione del primo emendamento alle opere cinematografiche, e in particolare al cortometraggio Il miracolo di Roberto Rossellini, che era stato considerato blasfemo perché raccontava l’infatuazione di una ragazza convinta di essere Maria per un uomo che aveva scambiato per San Giuseppe. Due anni dopo Breen lasciò definitivamente la Production Code Administration, ma il suo dominio ventennale ebbe ripercussioni molto vaste.

A qualcuno piace caldo, 1959

La censura del codice Hays si scagliava in modo molto più punitivo sulla rappresentazione delle donne.Un celebre esempio è quello di Betty Boop, il cartone animato creato negli anni Trenta che raccontava le avventure di una affascinante flapper girl. Il suo look con tubino e autoreggenti, ma soprattutto la sua personalità maliziosa e seducente furono giudicati immorali e diseducativi secondo i nuovi parametri del codice, e Betty Boop da spregiudicata cantante diventò una casalinga devota ed esemplare. Il già citato Baby Face fu costretto a cambiare finale per mostrare come la protagonista fosse caduta in disgrazia a causa del suo comportamento scandaloso. Marlene Dietrich e Norma Shearer vennero ostacolate nelle loro carriere perché considerate troppo trasgressive e sensuali. Ma al di là delle singole attrici e produzioni, dietro questo provvedimento c’era la volontà di regolare la vita delle persone che vedevano quei film, in modo che assorbissero quei “Do & Don’t” anche nelle proprie vite.

“Le pellicole cinematografiche devono primariamente essere considerate come intrattenimento”, si legge nei principi del codice. “L’umanità ha sempre prestato attenzione all’importanza dell’intrattenimento e dei suoi valori nel ricostruire i corpi e le anime degli esseri umani. […] I film sono un’importante forma di espressione artistica. L’arte entra nell’intimo delle vite degli uomini”. Sono chiaramente principi positivisti, quasi eugenetici (viene detto che l’arte migliora la razza): l’arte non deve imitare la vita, ma migliorarla, deve essere d’esempio. E l’esempio deve essere la virtù cristiana, la morigeratezza, la temperanza. È interessante notare che i valori del cinema dovrebbero arrivare a ricostruire anche i corpi e non soltanto le anime, e infatti vi fu più attenzione a censurare gambe, braccia e seni.

Marlene Dietrich in Morocco, 1930

Il codice Hays ebbe però anche dei risvolti positivi: innanzitutto spinse i registi a inventarsi gli escamotage più fantasiosi per raggirarlo, come Alfred Hitchcock che per sottostare alle regole sulla lunghezza dei baci, in Notorious fece baciare i due attori per un minuto e mezzo con pause ogni tre secondi. Questo contribuì ad aumentare la complessità e le sfumature di ciascuna opera. In un certo senso contribuì anche all’ingresso e alla notorietà negli Stati Uniti dei film stranieri, specialmente italiani, che offrivano un’alternativa alle rigide regole imposte dalla Motion Picture Association.

La moralizzazione ha plasmato la cultura popolare e influenzato Hollywood fino a oggi. Un esempio è la rappresentazione della comunità Lgbtq nel cinema: il film Ali del 1927 racconta la storia di due aviatori durante la Prima Guerra Mondiale che si innamorano e, in punto di morte, si baciano. Con il codice Hays per molti anni non fu possibile raccontare l’amore tra persone dello stesso sesso: i personaggi omosessuali, se presenti, venivano dipinti come cattivi, sadici o pervertiti. Nei decenni successivi i gay diventarono la classica “macchietta” altamente stereotipata, l’amico eccentrico della protagonista, spesso con funzioni comiche, se non ridicole. Bisognerà aspettare Brokeback Mountain per avere nuovamente sullo schermo una storia d’amore gay senza pregiudizi o censure, settant’anni dopo il codice Hays.

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