David Bowie è riuscito a celebrare la diversità in una società bigotta

La scomparsa di David Bowie ha segnato la fine di un viaggio musicalmente irripetibile. La sua opera ha avuto un impatto enorme non solo nel panorama musicale, ma anche sociale, influenzando usi e costumi di intere generazioni. Con i suoi numerosi alter ego, tra i quali spiccano Ziggy Stardust, Halloween Jack e The Thin White Duke, ha dato sfogo al suo talento sfaccettato, talvolta immedesimandosi a tal punto da non riuscire a dividere la realtà dalla finzione delle sue maschere.

La distanza che Bowie, negli ultimi anni della propria vita, ha posto tra sé e il resto del mondo ha contribuito alla potenza mediatica e artistica della sua uscita di scena. La pubblicazione dell’album Blackstar l’8 gennaio 2016, due giorni prima della sua morte, turba per il tempismo, ma offre una chiave di lettura per spiegare il senso di una carriera in costante mutamento. 

Con le sue opere Bowie, pseudonimo di David Jones, ha condensato un vasto background culturale di grande raffinatezza, per poi metabolizzarlo e renderlo accessibile a una vasta platea, che non solo è riuscita ad accettare ogni sua eccentricità, ma lo ha reso un’icona intramontabile. Più che un innovatore Bowie è stato un “iniziatore” in grado di afferrare lo spirito degli anni che stava vivendo per trasmetterlo al suo pubblico con performance inusuali a metà strada tra teatro e musica, spesso andando oltre le convenzioni. Un continuo osare che lo ha portato ad essere una figura di spicco nell’ambiente queer, sdoganando l’androginia in una società maschilista.

Negli anni Sessanta David Jones, vive il fermento culturale londinese e si affaccia sul panorama musicale con decisione, cercando di definire il proprio stile musicale. A seguito dello scarso successo di alcuni 45 giri pubblicati, adotta il nome d’arte di David Bowie per non rischiare omonimie con Davy Jones, futuro membro dei The Monkees. Nel 1967 pubblica il suo primo album dall’omonimo titolo David Bowie, che non ottiene il successo sperato. Nonostante l’esordio deludente, Bowie non si arrende e decide di iscriversi alla compagnia teatrale di Linsday Kemp, mimo e regista, dal quale l’artista apprende nozioni di teatro Kabuki e , oltre che una gestualità e una presenza scenica che caratterizzeranno ogni rappresentazione artistica del cantante da lì in poi. Alla definizione della sua multiforme identità, contribuisce anche il mese trascorso in un monastero buddista in Scozia, periodo nel quale considera di abbracciare completamente i precetti della dottrina orientale e diventare monaco. Il richiamo del palcoscenico ha però la meglio e Bowie torna ancora più determinato a Londra dove compone la prima hit, Space Oddity, conseguendo il riconoscimento nazionale grazie al decisivo supporto della Bbc, che utilizza il brano come colonna sonora durante la diretta dell’allunaggio.

La vera consacrazione di Bowie arriva negli anni Settanta grazie a dischi dal valore indiscusso come The Man Who Sold The World e Hunky Dory e alla creazione nel 1972 del suo alter ego più famoso, l’alieno androgino Ziggy Stardust, sceso sulla Terra per salvare il pianeta dalla distruzione.  Il 10 Febbraio Ziggy debutta a Londra conquistando tutti grazie al suo stile originale, un accenno di quella che diventerà in poco tempo la sua immagine iconica con il mullet rosso fuoco, il trucco marcato, le sopracciglia rasate, gli abiti futuristici – e femminili – disegnati per lui dallo stilista Kansai Yamamoto. Ziggy è la classica maschera pirandelliana nella quale Bowie si immedesima fino in fondo, consentendogli di sentirsi finalmente a proprio agio sul palco e di liberare la sua personalità. Già i Roxy Music e Marc Bolan avevano sdoganato il gender bending, ma Bowie con Ziggy è riuscito a trasmettere una delicatezza diversa dagli altri, dando vita ad un personaggio dalla fragilità femminea. Questa serie di elementi contribuisce a renderlo non solo un’icona musicale, ma anche un riferimento per gli stilisti dell’epoca.

David Bowie sul palco nei panni di Ziggy Stardust, 1973

Nella storia narrata dall’album The Rise And Fall of Ziggy Stardust and The Spiders From Mars Ziggy ricopre un ruolo messianico, funzione assunta da Bowie anche nella realtà dove si propone come via di fuga al machismo che domina la società anni Settanta e la scena musicale del cock rock. Nonostante le imperfezioni di Ziggy dovute alla sua natura di esperimento, sono stati proprio queste a renderlo una figura mediatica ingombrante e trasversalmente apprezzata, permettendo a molti di vivere la propria sessualità liberamente e senza dogmi, in un Paese all’epoca fortemente conservatore.  

L’avatar è diventato più importante di quanto Bowie potesse immaginare, assorbendolo al punto da desiderarne la morte, che mette in scena il 3 luglio 1973 durante un concerto all’Hammersmith Odeon, eseguendo il brano My Death (versione inglese di La Mort di Jacques Brel) e concludendo lo spettacolo con l’interpretazione dell’iconica Rock’N’Roll Suicide.

Il concerto di David Bowie all’Hammersmith Odeon, 1973

Ma l’alter ego è un’estensione di Bowie, il mezzo per affrontare la pressione del palco, e svestiti i panni di Ziggy si trasforma in Halloween Jack e poi nel Thin White Duke, dimostrando quanto per l’artista il confine tra performance e vita reale fosse ormai molto labile.

L’esplosione della musica funky e soul porta David Bowie negli Stati Uniti, dove vive uno dei suoi periodi più turbolenti. Se dal punto di vista musicale raccoglie grandi successi con Young Americans e Station to Station, quello che avviene durante l’intervallo tra le registrazioni dei due album mina seriamente la sanità mentale e la vita di Bowie. Si appassiona all’occultismo e ai testi di Aleister Crowley, letture che compromettono la sua salute già destabilizzata da una dieta a base di peperoni, latte e cocaina, che lo ha condotto sull’orlo dell’anoressia. Bowie diventa dipendente dalla cocaina per il suo effetto stimolante che gli permette di non chiudere occhio per giorni e continuare le ricerche nel campo dell’occultismo, tema principe dell’album Station to Station, ma gli scatena un senso di persecuzione che lo rende facilmente suscettibile ed influenzabile. Nel brano Cracked Actor è lampante la fragilità mentale di Bowie, un comportamento quasi alieno che convince il regista Nicolas Roeg ad affidargli il ruolo di Newton, il protagonista extraterrestre del film L’uomo che cadde sulla Terra.

L’uomo che cadde sulla Terra, 1976

In questa fase prende vita il suo personaggio più controverso, il Thin White Duke, che si presenta come un ballerino anni Trenta, algido, austero, coi capelli tirati all’indietro, una figura ariana che accosta Bowie, per via di alcuni fraintendimenti, agli ideali nazisti. L’aspetto del Duca Bianco è quello che mostra in L’uomo che cadde sulla Terra e sulle copertine degli album Station to Station e Low. Il suo look meno appariscente rispetto a Ziggy e Halloween Jack rispecchia il processo epurativo che lo porta a svestire i panni di un altro per esporsi in prima persona. L’evoluzione della sua maschera è parallela al percorso di disintossicazione di Bowie, che abbandona la California e decide di tornare in Europa, per ritrovare l’equilibrio perduto. Dopo un breve periodo in Svizzera e Francia, sarà l’esuberanza di Berlino ad accoglierlo. Nella città ancora spezzata in due dal Muro i semi della modernità di Station to Station maturano e sbocciano, grazie al supporto dei produttori Tony Visconti e Brian Eno, in un espressionismo musicale che sfocia negli album Low ed Heroes.

Brian Eno si rivela una figura fondamentale nella carriera di Bowie, offrendogli un supporto creativo mai avuto prima. Oltre a soluzioni non convenzionali in ambito musicale, introduce Bowie all’utilizzo delle strategie oblique, un mazzo di carte, creato dallo stesso Eno, per risolvere problemi grazie al pensiero laterale. Questo approccio dà nuovo vigore e vitalità al sound di Bowie, segnando una rinascita intellettuale del cantante che dopo anni di tossicodipendenza e paranoia riesce a reinventarsi artisticamente, esibendosi sul palco solo come Bowie, senza indossare maschere. Non è un caso che il periodo berlinese, simbolo di risurrezione, sia il trait d’union che nel 2013 segna il ritorno musicale di Bowie sulla scena. 

The Next Day esce dopo 10 anni di silenzio del cantante, diventando il suo tributo a uno dei periodi creativamente più esaltanti della sua carriera, sia per la scelta della copertina che per il brano Where Are We Now? dedicato alla sua liaison con Berlino. In controtendenza con l’energia trasmessa nel resto dell’album, Where Are We Now? è cantato con un filo di voce volutamente nostalgica, come a rappresentare l’inizio del suo commiato dal pubblico.

L’addio annunciato in The Next Day arriva tre anni dopo con Blackstar, l’ultimo disco registrato da Bowie. Per i fan è un regalo inaspettato, anticipato dall’omonimo singolo e da un videoclip criptico, con numerose allusioni al periodo esoterico di Station to Station. A differenza del precedente album, i brani presenti in Blackstar sono permeati da un’atmosfera cupa, che l’ascoltatore riesce a spiegarsi solo dopo la morte di Bowie, leggendolo come un epitaffio musicale. Ad esempio il brano Lazarus è accompagnato da un videoclip emotivamente molto intenso e costellato di significati nascosti, dove si muovono due Bowie: uno si agita su quello che presumibilmente è il suo letto di morte, mentre il suo alter ego (vestito con lo stesso abito delle sessioni fotografiche di Station to Station) scrive forsennatamente su una pila di fogli. È il secondo a chiudere il videoclip sigillandosi dentro un armadio di legno, che si può interpretare come la bara appropriata per chi è stato un’icona di stile.

Con Bowie la morte è anche celebrazione di un nuovo inizio: come Ziggy Stardust si è accomiatato dal pubblico con My Death e Rock’N’Roll Suicide, il saluto definitivo di Bowie alle scene arriva con la pubblicazione degli ultimi singoli Lazarus e I Can’t Give Everything Away. Quest’ultima canzone, che chiude la raccolta di Blackstar, include l’armonica campionata di un brano simbolo della rinascita di Bowie, A New Career In A New Town che apre il lato B strumentale di Low. Nel suo ultimo saluto l’artista ha ancora dimostrato il suo tipico acume, sfruttando il poco tempo rimasto a disposizione per mostrare i punti di connessione di una carriera dalle mille sfaccettature. I richiami ai dischi del passato, la gestualità parodistica e la mimica alla Kemp degli ultimi videoclip suggeriscono un’attenzione maniacale ai dettagli, a dimostrazione di come Bowie non lasciasse nulla al caso, sfruttando la propria condizione per esaltare al massimo la potenza artistica del suo ultimo lavoro e rafforzando il ricordo della produzione passata.

L’influenza di David Bowie ha avuto cinque decenni per propagarsi, con un impatto sociale che è ancora difficile da misurare. La sessualità, la teatralità, l’occultismo, la morte, sono solo alcuni dei temi ricorrenti nella carriera di Bowie, maneggiati in modo sofisticato e quasi mai banale. Con una produzione artistica sempre attenta alla qualità e credibilità del suo messaggio, è stato capace di conquistare, a prescindere, l’interesse di un pubblico eterogeneo che si è riconosciuto nei suoi personaggi. Bowie, con la sua musica e i suoi alter ego, ha cantato al mondo il valore dell’essere diversi. 

Segui Nicola su The Vision
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: