Noto antidivo, Carlo Delle Piane è stato in realtà uno degli attori italiani più rappresentativi - THE VISION

Anche chi non ha mai sentito parlare di Carlo Delle Piane, o non ha presente a che figura questo nome si riferisca, molto probabilmente riconoscerà invece l’immagine del suo volto, uno dei più caratteristici e indimenticabili del cinema italiano. Il mento aguzzo e sfuggente, gli occhi tondi e buoni, il naso vistosamente storto a causa di un colpo preso durante una partita di calcio quando era bambino, nel quartiere dov’è nato nel 1936 e cresciuto, intorno a Campo de’ Fiori e al ghetto di Roma: sono questi i tratti che hanno fatto sì che Delle Piane attirasse senza far nulla di particolare l’attenzione di grandi registi della sua epoca e fu così che iniziò a fare cinema. All’inizio come fosse un gioco, un modo per scoprire il mondo e guadagnare qualche soldo, e poi – film dopo film – sviluppando una vera e propria passione, crescendo stando vicino ai grandi artisti dell’epoca con cui era chiamato a collaborare: Vittorio De Sica, Steno, Mario Monicelli, Totò, Aldo Fabrizi, Alberto Sordi e Nino Manfredi, per citarne solo alcuni, fino ad arrivare a Pupi Avati negli anni Settanta, con già più di un ventennio di gavetta cinematografica alle spalle.

La sua carriera – che ha coperto un arco temporale di quasi settant’anni, con la partecipazione a più di cento film – iniziò nel 1948, quando aveva solo dodici anni e venne scelto per caso dal medico e regista Duilio Coletti, che stava cercando tra le scuole di Roma alunni adatti per realizzare il film tratto dal celebre romanzo di Edmondo De Amicis, Cuore, in cui Vittorio De Sica interpretava il maestro. Uscito nel 1886, il libro è il diario fittizio di un bambino di terza elementare che racconta il suo anno scolastico tra il 1881 e il 1882, nella Torino dell’Unità d’Italia. Delle Piane fu scelto per interpretare il ruolo di Garoffi: con il naso a becco di civetta, “sempre a trafficare”, impegnato in compravendite di ogni tipo.

Delle Piane pensava che questa possibilità fosse un evento più unico che raro, che non si sarebbe mai più ripetuta un’occasione simile per un ragazzino come lui, figlio di una casalinga romana e di un sarto abruzzese, ma due anni dopo fu chiamato per partecipare a un altro film, un melodramma strappalacrime dove recitava sempre De Sica, stavolta insieme ad Anna Maria Pierangeli (che anche grazie a esso approdò poi ad Hollywood): Domani è troppo tardi, del francese Léonide Moguy, a cui seguirà con un altro cast l’altrettanto famoso tra il pubblico Domani è un altro giorno. Se dalla critica il film verrà indicato con sufficienza come “neorealismo d’appendice”, fu il secondo film più visto dagli italiani quell’anno, raggiungendo una cifra enorme al botteghino. L’anno dopo, Delle Piane, fu poi scelto da Monicelli e da Steno per affiancare Totò e Aldo Fabrizi in Guardie e ladri e il resto è storia: la peculiarità del suo volto e il suo talento innato e del tutto spontaneo – non avendo frequentato accademie d’arte drammatica – lo portarono a interpretare alcuni personaggi indimenticabili del cinema di quell’epoca e non solo. 

Carlo Delle Piane insieme a Totò in Guardie e Ladri (Steno e Mario Monicelli 1951)

Nel 1954, ad esempio, Delle Piane interpreta Romolo Pellacchioni, detto Cicalone, l’amico di Nando Mericoni (Alberto Sordi), in Un americano a Roma, e negli anni Sessanta portò poi in tournée internazionale la famosa commedia musicale Rugantin, interpretando Bojetto, il figlio di Mastro Titta, interpretato da Aldo Fabrizi, con cui da quel momento nacque una grande amicizia. Lo spettacolo, dopo alcune serate a Toronto, nel febbraio del 1964 arrivò nientemeno che a Broadway, dove per tre settimane fu sold out. Attraversare all’epoca l’oceano per andare in Canada e negli Stati Uniti, peraltro per fare teatro circondato da nomi tanto importanti, era qualcosa di a dir poco incredibile per tanti ragazzi dell’epoca da cui Delle Piane imparò molto, non solo a livello artistico ma soprattutto umano. Delle Piane disse in un’intervista che all’epoca viveva il cinema “in modo istintivo, animalesco”, passava il tempo sul set giocando a calcio e quando toccava a lui “diceva le sue battute intonate. […] C’era un modo di fare cinema diverso, più genuino. […] I primi anni ero troppo bambino per capire fino in fondo il lavoro e il valore dei grandi cineasti con cui lavoravo. Ci volle del tempo perché iniziassi a vivermi il cinema come una necessità, soprattutto quando iniziai a provare il desiderio di mettermi in gioco”.

Carlo Delle Piane insieme ad Alberto Sordi in Un americano a Roma (Steno, 1954)

Delle Piane, non a caso, lavorò a lungo interpretando parti secondarie nelle commediole di Marino Girolami, con cui entrò in contatto probabilmente grazie ad Aldo Fabrizi, ruoli che oggi tanti schiferebbero, come se potessero in qualche modo infangare il loro curriculum. Ma la carriera di Delle Piane ci ricorda invece come anche l’arte sia prima di tutto lavoro artigianale, e come ogni tipo di esercizio, se preso nel modo giusto, possa rivelarsi importante per affinare la propria tecnica o quantomeno la propria idea di sé e del mondo. Girolami è l’esempio perfetto di come un tempo cultura alta e bassa potessero confluire senza problemi nella stessa figura autoriale, dimostrando come il lavoro artistico fosse appunto prima di tutto lavoro, e andasse preso con umiltà, senza arroganza e presunzione. Girolami fu uno di quei personaggi che oggi sembrerebbero frutto dell’immaginazione di uno sceneggiatore che non è in grado di darsi dei paletti, troppo assurdi per essere reali, e che invece all’epoca sembravano crescere come funghi dall’ambiente culturale che in qualche modo resisteva alla censura fascista e diede poi vita al cinema neorealista. Pure la sua carriera prese una piega squisitamente superficiale e materialista, dando vita a quelle pellicole che per decenni diedero al pubblico italiano l’estrema leggerezza di cui aveva bisogno dopo la guerra. Figlio d’arte, dopo aver abbandonato sia la Facoltà di Medicina che lo sport dopo essere diventato un campione (pur comparendo come modello per il pugilato tra le statue dello Stadio dei Marmi di Roma), iniziò a frequentare il Centro sperimentale e poco dopo ottenne un certo successo grazie alla scrittura del soggetto di Campo de’ Fiori, diretto nel 1943 da Mario Bonnard, con Aldo Fabrizi e Anna Magnani.

Aldo Fabrizi e Anna Magnani in Campo de’ Fiori (Mario Bonnard, 1943)

L’uso di set non costruiti, come gli spazi pubblici, gli appartamenti degli attori, le botteghe della città e l’utilizzo di interpreti spontanei, appartenenti all’avanspettacolo o alla strada, così come l’uso dell’intercalare romano (più vicino all’italiano di altre parlate dialettali regionali) sono tutte caratteristiche che diedero vita al linguaggio neorealista e alla commedia all’italiana e che fecero da terreno fertile a personaggi come Delle Piane. Protagonista del film che permise a Girolami di fare il suo ingresso nel mondo del cinema, peraltro, è proprio quella piazza di Campo de’ Fiori dove era nato neanche dieci anni prima Carlo, al tempo frequentata da una varia umanità e simbolo dello spirito popolare romanesco. Le grida che facevano i venditori per esaltare la loro merce al mercato e i battibecchi con i clienti che ne mettevano in dubbio la freschezza, fanno da sottofondo sonoro alle storie che hanno luogo nella città, la attraversano, ricordandoci che c’è sempre un mondo più ampio, all’interno del quale i soggetti vivono e si muovono.

Delle Piane macina con questa attitudine un film dopo l’altro, nel pieno della crescita dell’industria cinematografica italiana, anno dopo anno per più di vent’anni, conoscendo alcuni tra i più grandi personaggi dell’epoca e facendosi le ossa, ma sempre come caratterista, con ruoli divertenti e superficiali, macchiettistici, che non gli permettono mai di soddisfare il desiderio che negli anni quella professione, iniziata per caso e per divertimento, ha fatto nascere in lui: essere un vero attore ed esplorare a fondo le potenzialità emotive della sua psiche e le capacità espressive del suo corpo. I registi sfruttano la sua faccia strana e lui non ne soffre, ma inizia pian piano a stufarsi di quella che Leo Pestelli nel 1961 definì “mercanzia rivistaiola”, sente di dover superare il “brillio della cornice”, la popolarità, vuole andare oltre.

Il 1973 segna per lui un anno enormi cambiamenti, fu infatti vittima di un incidente stradale e restò in coma per più di un mese. Quando finalmente ne uscì, il momento della svolta per lui era arrivato nella forma dell’incontro con Pupi Avati, che ne intuì immediatamente le potenzialità e riuscì a vedere l’uomo e l’attore oltre al suo aspetto – cosa che, forse, nessun altro era riuscito a fare prima di lui. Da quella conoscenza ebbe vita un grande sodalizio artistico e la carriera di Delle Piane decollò. Avati, che voleva smarcarsi dal soprannome di “Polański della Pianura Padana” che gli aveva affibbiato lo storico del cinema Roberto Curti, lo scelse per Tutti defunti… tranne i morti, film girato sulle colline tra Modena e Bologna nel 1976 che combina gotico, elementi tratti dai romanzi di Agatha Christie e la tipica satira del giallo all’italiana. Come accadde successivamente ad Abatantuono – questo film – che per certi aspetti rasenta l’assurdo ed è stato girato con una troupe e un budget minimali – diede l’occasione a Delle Piane di mostrare le sue grandi qualità di attore drammatico, cosa che poi ribadì ampiamente nei panni dell’avvocato Santelia, ruolo grazie al quale, in Regalo di Natale, si aggiudicò nel 1986 la Coppa Volpi a Venezia, e che poi riprese nel sequel La rivincita di Natale e infine in Chi salverà le rose?, l’ultimo film in cui recitò.

Carlo delle Piane in Tutti defunti tranne i morti (Pupi Avati, 1977)
Regalo di Natale (Pupi Avati, 1986)
La rivincita di Natale (Pupi Avati, 2004)

In realtà, però, sono tanti i personaggi impersonificati dall’attore che andrebbero riscoperti, come ad esempio quello del timido e impacciato professor Balla in Una gita scolastica, film di Avati del 1983 girato tra Bologna e la sua provincia, che gli valse il Nastro d’argento come migliore attore, il Globo d’oro come miglior rivelazione e il Premio Pasinetti, sempre come miglior attore. Balla insegna Italiano in un liceo e l’amore per la collega di disegno lo porterà ad affrontare la sua “paura delle donne”, tema peraltro che tratterà solo l’anno dopo, ma con uno sguardo molto diverso, Nanni Moretti in Bianca, quasi a scimmiottare Avati. 

Carlo delle Piane in Una gita scolastica (Pupi Avati, 1983)

Nel 1997, a sessantuno anni, Delle Piane diresse e interpretò quello che restò il suo unico film da regista, Ti amo Maria, tratto da una pièce teatrale. Il film, però, fu mal distribuito e finì per essere un flop al botteghino. Forse nel frattempo il mondo era cambiato in fretta, o forse per capire Delle Piane bisogna soprattutto capire i registi che lo scelsero come volto dei loro personaggi e gli artisti con cui collaborò. Essendo un talento naturale e un autodidatta era fondamentale per lui avere una guida che lo dirigesse e che fosse in grado di farne emergere le sue qualità e punti di forza all’interno di un mondo narrativo. Quando provò a confrontarsi con la regia, a mettersi quindi nei panni del demiurgo, la sua potenza probabilmente si diluì, o magari, ancora una volta, non trovò nessuno in grado di credere davvero in lui  e riconoscerlo come regista, così come in passato aveva dovuto aspettare tanto tempo prima che qualcuno ne riconoscesse la grandezza come attore.

Carlo delle Piane in Ti amo Maria (delle Piane, 1997)

Purtroppo il tempo non fu dalla sua parte e Delle Piane morì nel 2019 senza aver realizzato il suo ultimo sogno, quello di potersi confrontare per una seconda volta con il cinema dall’altra parte della macchina da presa, avendo la possibilità di plasmare la realtà attraverso il suo sguardo: timido, ironico, a volte spietato, ma comunque toccante. In un’intervista rilasciata nel 2018 ci metteva in guardia dall’avere fretta, dal voler arrivare subito, ricordandoci che ci vuole tempo per imparare e che ogni cosa deve arrivare a suo tempo, altrimenti ci si rischia irrimediabilmente di bruciare. Nelle sue parole, a differenza di quanto si possa pensare, non c’è traccia di paternalismo, emerge anzi in tutta la sua oggettività la sua lunga storia personale e lavorativa e il consiglio sembra proprio arrivarci dal cuore, lo stesso che guidava De Amicis quando scrisse il suo grande romanzo, che tracciò un sentiero importante per maestri e allievi lungo più di un secolo, nel modo più sano possibile, quello di una persona più esperta che guida con amore, tolleranza e compassione una persona più giovane. E quando si ha la fortuna di trovare figure mosse da sentimenti simili, allora, ogni cosa sembra trovare come per una strana sorta di magia il suo posto, e i miracoli si avverano davvero. Delle Piane ci ricorda tutto questo.

In copertina Carlo delle Piane in “Tickets” (di Ermanno Olmi, Abbas Kiarostami e Ken Loach, 2005)

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