Perché “Buffalo ’66”, è ammaliante, geniale e rivoluzionario in tutto: cinismo, poesia e bellezza - THE VISION

Gli standard di bellezza femminile sono un grande tema di discussione, specialmente visto che dai poster di Marilyn Monroe e dei suoi fianchi abbondanti diverse decadi di nuovi modelli si sono succedute fino ad arrivare a oggi, periodo in cui il focus si è spostato sull’idea di auto-accettazione e di diversità, anche e soprattutto nel linguaggio mediatico mainstream. Non so dire se tutto ciò abbia davvero un impatto sulla coscienza di tante donne e ragazze che non si sentono conformi a un numero di girovita – a giudicare dalla moltitudine di modelle e influencer perfette presenti sui social, senza contare il trend della chirurgia plastica in continuo aumento, direi non molto – ma so dire invece cosa nella mia adolescenza ha segnato un piccolo punto di svolta per quanto riguarda il tema di bellezze femminili standardizzate: Christina Ricci nel film cult di Vincent Gallo Buffalo ‘66. In modo del tutto spontaneo e non assoggettato a nessuna campagna di marketing sulla self acceptance, ho pensato che fosse non solo molto bella ma anche sorprendentemente diversa dai personaggi femminili a cui ero abituata.

La cosa interessante di questo film, tuttavia, è che a distanza di più di vent’anni – è uscito nel 1998, ma è diventato popolare tra i film d’autore successivamente – il dibattito su ciò che ormai definiamo un classico del cinema indipendente americano si è spostato su ben altri elementi, portando a galla aspetti controversi e spinosi della pellicola. Un personaggio come Layla, la protagonista interpretata da Christina Ricci, che mi ha sempre e solo trasmesso un grande senso di forza e una magnifica presenza, soprattutto da un punto di vista fisico, così dirompente e, appunto, fuori dal comune rispetto alle bellezze giovanili dei primi anni del Duemila, oggi potrebbe essere visto con un altro punto di vista. C’è chi sostiene infatti che Buffalo ‘66 sia colpevole di “romanticizzare” un rapporto tossico come quello tra i due protagonisti del film e soprattutto di rendere piacevole una cosa grave come la sindrome di Stoccolma.

Non dico che queste critiche non abbiano senso – qualsiasi cosa rivista con la lente del presente assume una luce nuova ed è giusto accettare anche sguardi innovativi – ma questo tipo di analisi a volte mi fa pensare al meccanismo un po’ pretestuoso e superficiale che si innesca in certe situazioni paradossali. In tutta onestà, non penso che sia la realtà ad imitare l’arte ma viceversa, e così come una canzone non spingerà i nostri bambini ad assumere droghe sintetiche, per quanto l’influenza della musica e del cinema fruiti nell’adolescenza sia un tema complesso, non credo nemmeno che Buffalo ‘66 sia un film che, una volta finito, ti lasci col pensiero “Come vorrei essere rapita da un ex galeotto e diventare la sua finta sposa”. Al contrario, Buffalo ‘66, a mio avviso, è un film che nella sua bellezza stratificata, composta sia da immagini artisticamente elaborate (al punto da fare sembrare ogni inquadratura un dipinto), sia da una colonna sonora centellinata ma dirompente, racconta un pezzo di Stati Uniti che non ha proprio nulla di romantico né di invidiabile. Vincent Gallo, un artista che potremmo definire senza troppi giri di parole uno svitato, è infatti un concentrato della peggiore americanità, tanto da essere lui stesso una sorta di opera d’arte vivente, una gigantesca parodia della  piccola borghesia statunitense.

Repubblicano convinto, trumpiano della primissima ora, amico di George W. Bush, Gallo ha trascorso gli ultimi anni a dichiarare cose come “Le donne non dovrebbero avere diritto di voto”. In questa sua folle caricatura di un Paese che si regge anche su questo tipo di realtà – non dimentichiamo che se metà degli Stati Uniti vota Biden, l’altra metà vota ancora Trump – Gallo è ciò che potremmo i definire il Clint Eastwood della sua generazione. Grande amico di Basquiat, con cui ha collaborato per anni, icona di stile – il suo look è considerato un caposaldo della cultura dei primi anni Zero – e musicista talentuoso, tanto da scrivere lui stesso la colonna sonora di questo film (che appare infatti come una sorta di musical onirico) e pubblicare musica per la prestigiosa etichetta indipendente Warp Records, Vincent Gallo rappresenta la quintessenza della follia eccentrica di un artista geniale e scostante, controverso e incline a eccessi di ogni tipo.

Dopo la sua apparizione in Arizona Dream di Kusturica al fianco di Johnny Depp, Gallo è stato lanciato nel mondo del cinema internazionale da Buffalo ‘66, poi la sua carriera si è interrotta in maniera imprevedibile. Oggi Gallo è uno speculatore edilizio che sul suo sito ufficiale si propone come gigolò alla modica cifra di cinquantamila dollari a notte, emerge nei tratti più crudi e macchiettistici, riproducendo le follie violente del protagonista di Buffalo ‘66, Billy Brown, che Gallo ha scritto ispirandosi a suo padre, giocatore d’azzardo. Figlio di immigrati siciliani che facevano i parrucchieri, Gallo è cresciuto nell’ambiente piccolo borghese dell’enorme metropoli di Buffalo, in un contesto culturale e sociale che nulla ha a che vedere con le sue esperienze successive, nel fermento degli ambienti artistici newyorkesi degli anni Ottanta. Buffalo ‘66 racchiude in modo perfetto e sintetico questa commistione di esperienze, dato che pur non essendo un film autobiografico attinge in modo piuttosto chiaro dalle esperienze di vita di Gallo, trasformando alcuni temi della sua famiglia e della sua crescita nei fili della trama. Billy Brown è infatti appena uscito di galera, dove è stato negli ultimi anni per via di una scommessa persa sui Buffalo Bills; il ritorno al nucleo familiare, con cui c’è un legame di totale incomunicabilità travestita da gesti formali sgraziati e ossessivi, necessita di un elemento di finzione: Billy non dice ai suoi genitori di essere stato in prigione, ma di aver trascorso anni lontano da Buffalo, trovando persino una moglie, ed è qui che entra in gioco Christina Ricci, vittima sacrificale di questo piano pensato dal protagonista per dare una giustificazione ai suoi genitori – con cui peraltro non ha alcun tipo di rapporto – della sua assenza. Da ciò deriva anche l’interpretazione postuma sulla Sindrome di Stoccolma e dell’affezione che lega Layla a Billy, che, sebbene uniti da una bugia e da un ricatto, parte comunque da una spinta attrattiva che provano entrambi, in modo diverso ma in qualche modo parallelo.

La scena più famosa e iconica del film è infatti quella di Layla che balla il tip tap sulle note di Moonchild dei King Crimson in una sala da bowling, un momento di sospensione della realtà in cui la bellezza della protagonista femminile diventa il centro di tutto. Christina Ricci sembra una fata disegnata da Walt Disney, un misto tra Trilli e una sirena, contemporaneamente sensuale e innocente; ed è proprio questa sua presenza che ti rimane impressa per tutta la durata del film, negli sguardi silenziosi e nelle sue frasi fuori contesto, come quando a tavola parla con la madre di Billy, Angelica Huston, altro personaggio femminile centrale del film.

Le due attrici, che già si erano incontrate anni prima sui set della Famiglia Addams, hanno qualcosa nel viso e nel corpo che le rende entrambe ipnotiche e ammalianti, due calamite al centro di una scenografia scarna ma molto intensa, sia per i colori sia per gli oggetti modesti con cui è arredata la casa, tutto merito anche della pellicola particolare con cui Gallo ha deciso di girare il film. Ed è in questo flusso di parole sconnesse e di confusione, nelle menzogna che Billy porta avanti a tavola, con il padre molesto, la madre ossessionata dalla partita dei Buffalo Bills – la ragione per cui Billy è finito in galera, non solo la squadra ma anche la famiglia che lo ha cresciuto senza alcun tipo di affetto e cura – che si frappongono scene dal passato del protagonista che ricostruiscono questo puzzle famigliare angosciante e alienante, nel quale lo spettatore non solo non vorrebbe mai identificarsi ma che più di un effetto empatico stimola una sensazione di rigetto e repulsione. 

Il senso ultimo di Buffalo ‘66, dunque, non sembra essere in alcun modo quello di creare una favola a lieto fine in cui i due protagonisti, Layla e Billy, si ritrovano nella solitudine dello squallore esistenziale in cui sono immersi. Se è vero che c’è della tenerezza, quello che salta agli occhi è l’angoscia e incapacità di amare, persino all’interno delle mura familiari, quelle dentro cui ci si dovrebbe capire, parlando la stessa lingua, e che invece nel caso di Billy – così come di tanti di noi – sembrano essere pareti della torre di Babele. Layla non è una principessa salvifica che libera il suo amore dalla morsa dell’odio, ma una squilibrata tanto quanto lo è Billy, probabilmente anche lei abbandonata e alla ricerca disperata di calore e affetto, tanto da trovarlo tra le braccia del suo rapitore; basti pensare al momento di intimità imbarazzante e grottesca con il finto-suocero – interpretato un altro straordinario attore di origini siciliane come Gallo, Ben Gazzara – che le canta una vecchia canzone in playback ricordando i suoi anni gloriosi da cantante e seduttore.

Buffalo ‘66 rimane un capolavoro del cinema indipendente, nonostante i giudizi piuttosto severi che ha ricevuto da parte della critica fin dalla sua uscita, perché è un film che nel suo fascino estetico – quello della fotografia, delle sequenze infinite e stirate come il tempo che ha trascorso Billy in prigione e della musica – riesce a raccontare la bruttezza vera, disagiata, fuori posto, insanabile. E in questo mare di orrore che racconta un artista fuori dal comune e decisamente problematico come Vincent Gallo, Christina Ricci rimane un abbaglio di luce, un’immagine così ammaliante e seducente che con la sua bellezza fuori da ogni schema standardizzato vale mille spot sull’inclusività, che spesso non riescono a rendere così bene il messaggio come può veicolarlo un’opera d’arte come Buffalo ‘66.

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