Dieci anni dopo la sua fine Boris rimane la migliore serie italiana di sempre

Il 16 aprile del 2007 in Italia non succede praticamente nulla: Papa Ratzinger compie ottant’anni e il premier Prodi chiede una nuova legge elettorale e parla del progetto di “una grande avventura che si misurerà con il Paese non contro i partiti, ma oltre i partiti”. Si riferisce al Pd, nato qualche mese dopo. In Virginia, invece, uno studente sudcoreano compie l’ennesima strage in un campus universitario statunitense: 32 morti. Eppure quella giornata non verrà ricordata per nessuno di questi eventi. Fox trasmette infatti la prima puntata di una serie tv italiana che cambierà il nostro linguaggio e il nostro modo di vedere la televisione. Doveva chiamarsi Sampras, ma per evitare grane legali con la Nike si è scelto un altro nome: Boris. Sono passati poco più di dieci anni, Ratzinger è ancora vivo ma c’è un altro papa, i politici continuano a chiedere nuove leggi elettorali, il Pd nel frattempo è nato ma forse sarebbe stato meglio di no, e in USA continuano ad avere la pistola facile, ma noi ci ricordiamo ogni singola battuta di Boris.

Boris nasce da un soggetto di Luca Manzi e Carlo Mazzotta e trova la sua dimensione tra le mani dei tre sceneggiatori Mattia Torre, Giacomo Ciarrapico e Luca Vendruscolo. Si tratta di una metaserie che ridicolizza il mondo della televisione italiana e, di conseguenza, l’Italia stessa. Lo spettatore assiste alla realizzazione di una sitcom di basso livello, Gli occhi del cuore, attraverso gli usi e le manie di una troupe smandrappata, nevrotica e assolutamente irresistibile. All’interno c’è di tutto: lo stagista schiavizzato, l’attrice “cagna”, il narcisista patologico, il regista in continuo conflitto tra qualità e merda. Sì, perché Boris fondamentalmente parla di questo: ti sbatte in faccia la realtà dicendoti che la televisione italiana è merda purissima, senza alcun rispetto per lo spettatore.

Il paradosso di Boris è che alla messa in onda è stato un mezzo flop. Lo spiega bene Marta Bertolini di Fox: “Diciamocelo, Boris su Fox lo guardava pochissima gente ed è diventato un culto grazie al passaparola e alla pirateria”. La sua fruizione ha anticipato i tempi: in un’epoca in cui non esisteva Netflix e il concetto di tv on demand era ancora nebuloso, gli spettatori hanno deciso di seguire la serie quando e come volevavo. Principalmente raccattando illegalmente le puntate su Internet. Boris è arrivata in chiaro, su Cielo e in seguito su Rai 3, soltanto due anni e mezzo dopo la messa in onda del primo episodio. Nel mentre sono state realizzate tre stagioni che hanno avvalorato le tesi sulla filter bubble: nella tua cerchia lo seguivano tutti, mentre al di fuori era praticamente un prodotto sconosciuto.

L’arma vincente di Boris è stata fin dall’esordio l’intenzione di destrutturare l’universo della televisione italiana, per mostrare lo sporco nascosto sotto il tappeto. Per farlo era necessario evitare di usare i mezzi “un po’ troppo italiani”, e dunque retorica e moralismo spicciolo, aggrappandosi invece a un realismo irriverente figlio della genialità del trio di sceneggiatori. Tutto questo facendo ridere parecchio. E qui entra in gioco un cast perfetto, messo nelle condizioni migliori per regalare a quasi tutti gli attori che lo componevano il ruolo della vita. Francesco Pannofino ha dimostrato che oltre alla voce c’è molto di più, Pietro Sermonti si è liberato del marchio di Un medico in famiglia sprigionando un istrionismo insuperabile, Caterina Guzzanti ha superato il complesso del facce ride con un’interpretazione diametralmente opposta ai suoi canoni abituali, Alessandro Tiberi si è palesato al grande pubblico e Carolina Crescentini ha superato una delle prove più difficili per un attore – recitare la parte di chi recita male – portandosi a casa anche un Nastro d’argento per la trasposizione cinematografica. Ma è anche il sottobosco di personaggi secondari a rendere Boris un’opera iconica.

A livello di qualità certamente non è l’unica serie nostrana a rappresentare un’eccezione. Abbiamo Romanzo Criminale e Gomorra, per non parlare del visionario The Young Pope. Ma se i primi due rappresentano una novità soprattutto per le innovazioni narrative – il tocco di Sollima e l’avvicinamento alla serialità americana – che per i temi trattati, e l’opera di Sorrentino è una produzione HBO e Canal+, con l’unico sprazzo di italianità rappresentato da Sky, Boris è invece originale sotto tutti i punti di vista. Si pensava – o si sperava – che il suo avvento potesse lasciare in eredità un nuovo tipo di prodotto televisivo, che avrebbe permesso all’Italia di avere i suoi The Office o The Newsroom, ma così non è stato. Boris è rimasto un unicum, e il motivo è il seguente: per fare satira sulla società non basta far ridere, bisogna in qualche modo prevederne il futuro. Ed evidentemente non è così facile. 

A livello televisivo l’autoprofezia di Boris è arrivata direttamente in una delle sue puntate: “In Italia una fiction diversa, oggi, non solo non è possibile, ma non è neanche augurabile. Non la vuole nessuno una fiction diversa. Ma tu ti rendi conto di cosa succederebbe se veramente qualcuno facesse una fiction più moderna? Ben scritta, ben recitata, ben girata. Tutto un intero sistema industriale, fondamentale per il nostro Paese, dovrebbe chiudere. Caput! Ma la domanda è un’altra: perché rivoluzionare un sistema che funziona già?”.

La riflessione si articola su un pensiero inquietante: il sistema funziona proprio perché la “monnezza” televisiva che ci invade genera introiti e nessuno vuole prendersi rischi, pena l’espulsione.

Il sottotesto di Boris non può che toccare anche la sfera politica, seppur con diversi livelli di interpretazione. Il primo riguarda l’usanza delle raccomandazioni, ed è esilarante la scena in cui la troupe si sganascia dalle risate di fronte all’irrilevanza del figlio di un deputato dei Verdi. E se i toscani non hanno “devastato il nostro Paese”, forse hanno almeno fatto a pezzi il centrosinistra. Il secondo, più profondo e radicato nella nostra contemporaneità, è il modo in cui la politica plasma i cittadini attraverso mezzi di propaganda di costume, mutando le proprie vesti per avvicinarsi al pubblico e trasformarlo. Nella terza stagione viene mostrato il tentativo di transizione del regista Renè Ferretti verso una tv di qualità. L’inevitabile epilogo, in seguito agli scleri di Ferretti sulla “qualità che ha rotto il cazzo”, è il monologo di uno degli sceneggiatori fittizi, che traccia la sua idea per conquistare l’italiano medio: “Renè, la locura. La pazzia, che cazzo Renè, la cerveza, la tradizione, o merda, come la chiami tu, ma con una bella spruzzata di pazzia: il peggior conservatorismo che però si tinge di simpatia, di colore, di paillettes. In una parola: Platinette. Perché Platinette, hai capito, ci assolve da tutti i nostri mali. Sono cattolico, ma sono giovane e vitale perché mi divertono le minchiate del sabato sera. Ci fa sentire la coscienza a posto Platinette, questa è l’Italia del futuro: un Paese di musichette, mentre fuori c’è la morte”. È questo il riassunto di quel periodo in cui il berlusconismo batteva i suoi ultimi colpi di coda, lasciando il posto a quel che abbiamo ora, con quel conservatorismo ancor più nascosto negli anfratti della simpatia del finto uomo semplice, della malizia di chi pretende di avvicinarsi al popolo con una “locura” virtuale, un nonsense che a forza di essere sfruttato lobotomizza le menti. D’altronde oggi Platinette è tra i sovranisti che difendono Libero e tuonano su La Verità che “la normalizzazione gay è un orrore”. Tutto torna.

È però riduttivo associare Boris alla preveggenza dei suoi messaggi, soprattutto perché ha voluto fare una caricatura di diversi compartimenti della società, anche fini a se stessi. Quindi l’antitormentonismo diventa involontariamente fucina di tormentoni: se oggi facciamo le cose “a cazzo di cane” o ridiamo urlando “bucio de culo” come Martellone, è perché il lessico di Boris si è insinuato in noi: “Così, de botto, senza senso”. La vittoria degli sceneggiatori è quella di aver infranto il muro della finzione, distrutto la quarta parete che separa gli spettatori dagli attori. Così anche i camei di Paolo Sorrentino, Corrado Guzzanti o Giorgio Tirabassi non sono state delle apparizioni pleonastiche, ma un’incursione nell’universo borisiano prendendo spunto dalla realtà che ci circonda. Sorrentino, nella serie, viene scambiato per Matteo Garrone, e gli vengono poste domande su Gomorra. Poco dopo l’uscita di quella puntata, l’allora ministro dei Beni culturali, il “poeta” Sandro Bondi, è incappato nella stessa gaffe, a dimostrare che talvolta la realtà e la finzione hanno dei confini così risicati da scomparire. 

Boris ha poi tentato il grande salto al cinema. Il risultato è stato piacevole, ottima l’idea di giocare su La casta e la visione che ne hanno gli italiani, ma forse ci si è concentrati troppo sulle esigenze degli spettatori che non avevano mai visto la serie. Inoltre sono stati messi in secondo piano alcuni personaggi fondamentali, come Stanis La Rochelle. Probabilmente il formato ideale di Boris resta quello della serie, con brevi episodi da buttar giù tutti d’un fiato. Si parla da anni di una possibile quarta stagione, ma gli interrogativi sono molti. La prematura scomparsa dello sceneggiatore Mattia Torre è un macigno, e il ritorno di Boris senza di lui sarebbe una creatura zoppa. Inoltre sono cambiati i codici della televisione, non tanto per quel che riguarda la qualità – la merda continua a regnare sovrana con qualche piccola interruzione – bensì i metodi di accesso ai contenuti, la comicità, la società civile (che si è avvicinata sempre più alla locura anticipata da Boris). Di materiale ce ne sarebbe: i mostri si rigenerano e la satira per questo riesce a sopravvivere, ma le tre stagioni sono perfette così, e forse non vale la pena rischiare un epilogo più debole.

Quello che resta oggi di Boris è la memoria del più riuscito esperimento tra tutte le serie tv italiane, l’unico capace di deviare dai binari degli stereotipi sulla “commedia all’italiana”, del continuo riciclare idee trite e ritrite che non appagano il pubblico ma lo fanno sentire a casa, al sicuro. Boris è l’uscita dalla comfort zone e  nessun prodotto che lo ha seguito è ancora riuscito a fare altrettanto.

Tutte le foto per gentile concessione di Fox Channels Italy

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