Le pandemie sono una delle conseguenze della perdita di biodiversità

Nel 2018 la commissione dell’Oms R&D Blueprint ha pubblicato un rapporto con una lista di malattie sulle quali bisognava focalizzare la ricerca farmaceutica e lo studio delle strategie preventive: Ebola, Nipah, Lassa, la febbre della Rift Valley, Zika, Sars e Mers. Nel documento si parla anche di nuove possibili infezioni da coronavirus altamente patogeni e di una ipotetica malattia X, che avrebbe potuto diffondersi a partire da qualche mercato asiatico. Anche secondo Kate Jones, docente di ecologia e biodiversità dell’University College di Londra, le infezioni di origine animale (zoonosi) – all’origine di circa un miliardo di casi di malattia e di milioni di morti ogni anno – che minacciano salute globale, sicurezza ed economia, sono sempre più diffuse. Non si tratta di piaghe inevitabili: il report del Wwf Pandemie, l’effetto boomerang della distruzione degli ecosistemi – Tutelare la salute umana conservando la biodiversità mette in luce la correlazione tra l’impatto umano su ambiente ed ecosistemi e alcune malattie. In particolare le zoonosi, di cui ne conosciamo oltre 200, da rabbia e leptospirosi ad Hiv, Ebola e Coronavirus, passando per antrace, Sars, Mers e febbre gialla.

Fino a pochi anni fa si riteneva che le foreste tropicali e gli ambienti naturali intatti fossero pericolosi trasmettitori di virus e patogeni portatori di nuove malattie come Ebola, Hiv e dengue. Ricerche più recenti hanno smentito questa convinzione sottolineando che è la distruzione della biodiversità da parte dell’uomo a creare le condizioni per nuovi virus e patologie come la COVID-19. David Quammen, autore di Spillover. L’evoluzione delle pandemie, sintetizza così: “Sconvolgiamo ecosistemi e liberiamo virus dai loro ospiti naturali: quando succede, hanno bisogno di nuovi ospiti, e spesso siamo noi”.

Nelle zoonosi, infatti, il contagio avviene per contatto diretto o tramite organismi vettori, come zanzare, zecche o altri veicoli ambientali e alimentari. Per Kate Jones, queste patologie sono sempre più connesse ai danni ambientali e ai comportamenti umani, perché la distruzione delle foreste – attraverso il taglio di legname, la costruzione di strade e miniere, l’urbanizzazione e la crescita demografica – avvicina le persone alle specie animali con cui non sono mai state così a contatto, e questo aumenta la possibilità per i virus di passare da una specie all’altra. Nel complesso, l’impatto dell’uomo sugli ecosistemi naturali a oggi ha modificato in modo significativo il 75% dell’ambiente terrestre e circa il 66% di quello marino e messo a rischio di estinzione circa un milione di specie tra animali e vegetali. Anche Thomas Gillespie, professore associato al dipartimento di Scienze Ambientali della Emory University di Atlanta, sottolinea che con la riduzione delle barriere tra i naturali ospiti del virus e noi stessi stiamo creando le condizioni per la circolazione delle patologie.

Ne è un esempio la diffusione della malattia di Lyme (che può causare anche cefalite e mielite) negli Stati Uniti: chi abita nelle aree suburbane, vicine a quel che resta delle foreste che ospitano le zecche portatrici del patogeno, rischia sempre di più di esserne infettato. Oltre alla distruzione degli habitat – che porta un aumento degli ecosistemi naturali alterati dove prosperano i roditori e alcune specie di pipistrelli, trasmettitori di molti patogeni – l’attività umana danneggia anche la biodiversità animale, provocando una perdita di specie predatrici degli animali vettori. Inoltre, sono stati documentati alcuni cambiamenti genetici indotti dall’uomo ai vettori di malattie o agenti patogeni (come la resistenza delle zanzare ai pesticidi). In pratica, più disturbiamo habitat e foreste e più siamo in pericolo.

I problemi maggiori sono causati dalle zoonosi che fanno lo spillover (il salto di specie) e sono poi in grado di trasmettersi da uomo a uomo. Una condizione dello spillover è il contatto con gli animali selvatici – reso sempre più frequente, come visto, dal restringimento dei loro habitat causato dell’antropizzazione – a sua volta facilitato dallo sviluppo di centri abitati in territori prima selvaggi, che portano la popolazione umana a un contatto sempre più stretto con i virus. Facilitati dalla distruzione degli ecosistemi e dal riscaldamento globale, dall’inquinamento e dall’aumento della popolazione – che li porta a uscire dalle foreste, habitat di milioni di specie sconosciute, anche di agenti patogeni – i virus hanno la possibilità di conquistare nuovi spazi, raggiungendo le periferie degradate e prive di verde di tante metropoli tropicali. Questi agglomerati urbani, dove la popolazione si affolla a milioni, costituiscono l’habitat ideale per la diffusione di malattie pericolose come la dengue, il tifo, il colera, la chikungunya. I cosiddetti wet market di queste città offrono la condizione perfetta per lo spillover: qui gli animali anche selvatici – dei quali moltissimi ospitano virus, spesso senza alcun segno di malattia – sono macellati, fatti a pezzi e venduti sul posto, a stretto contatto con le persone che in questo modo amplificano il rischio di essere contagiate. Grazie alla loro adattabilità, i virus possono poi replicarsi e diffondersi con estrema rapidità grazie al sovraffollamento dei grandi centri.

I wet market sono però fonti essenziali di cibo per milioni di persone, in luoghi in cui non sempre sono disponibili frigoriferi e condizioni igieniche adeguate, per cui eliminarli è impossibile e demonizzarli inopportuno. Bisogna piuttosto occuparsi del mercato di animali selvatici, più che dei wet market in sé: un business fiorente, che rende vittime di bracconaggio 7mila specie animali in tutto il mondo per nutrire una popolazione mondiale in crescita costante. Un’attività  rischiosa non solo per la biodiversità animale, ma anche per l’uomo: il 75% delle patologie umane conosciute arriva infatti dagli animali e, in particolare, il 60% delle malattie oggi emergenti è trasmesso da animali selvatici. Per questo la Cina ha vietato il commercio di animali selvatici a scopo alimentare nel febbraio 2020, pur trascurando una grossa parte del traffico legato alla medicina tradizionale.

 

Anche l’allevamento industriale può facilitare la diffusione dei virus, come dimostrò nel 1998 la circolazione del virus Nipah, che si diffuse in Malesia. Qui gli allevamenti di suini in condizioni igieniche carenti erano ombreggiati da alberi da frutto che ospitavano i pipistrelli, i cui escrementi cadevano sui maiali sottostanti. Trovare un modo più equilibrato perché tutto il mondo possa nutrirsi riducendo questi rischi e i problemi ambientali connessi è la sfida che aspetta l’umanità nei prossimi anni per evitare che la pandemia da COVID-19 sia solo la prima di una serie.

Anche il riscaldamento globale fa la sua parte in questa minaccia: già in Clima. Rapporto Greenpeace sul riscaldamento della Terra del 1990, l’epidemiologo Andrew Haines avvertiva che tra gli effetti secondari dei cambiamenti climatici la diffusione dei vettori di malattie dovrebbe essere causa di preoccupazione. Secondo uno studio del 2019, un clima più caldo indebolisce la risposta immunitaria. A ciò si aggiunge il riemergere dai ghiacci dei Poli o dai ghiacciai dell’Himalaya di virus che hanno fatto lo spillover centinaia di anni fa, prima di essere debellati, e di patologie sconosciute. Anche il report Lancet Countdown del 2019 associa l’aumentata diffusione delle patologie infettive alla crisi climatica: in un Pianeta più caldo, virus, batteri, funghi e parassiti trovano le condizioni ideali per esplodere e diffondersi, con un aumento tanto della stagionalità quanto dell’estensione geografica della diffusione; a questo si somma il fatto che, davanti a inverni più miti, le persone saranno meno inclini a vaccinarsi. Anche l’inquinamento gioca la sua parte: uno studio del marzo 2019 ha dimostrato che questo favorisce le malattie respiratorie, tanto che durante l’epidemia di Sars del 2003 i pazienti provenienti dalle aree più inquinate avevano una probabilità doppia di morire rispetto a quelli di regioni con l’aria più pulita.

Per Moreno Di Marco, ricercatore della Sapienza di Roma e coordinatore di uno studio sulla prevenzione delle emergenze legate ai virus, si presta troppo poca attenzione ai legami tra il cambiamento dell’ambiente e il diffondersi delle malattie infettive, due elementi così correlati che quasi tutte le recenti pandemie sono state influenzate da alta densità di popolazione, aumento di commercio e caccia di animali selvatici, cambiamenti ambientali e allevamenti intensivi. Per Di Marco bisogna monitorare e ridurre le attività antropiche a ridosso di ecosistemi naturali e aree ad alta biodiversità, perché queste comportano da un lato l’aumento del rischio di contagio per il contatto tra uomo, bestiame e animali selvatici e dall’altro l’alterazione della naturale composizione delle comunità di specie selvatiche, che a sua volta impatta le dinamiche che regolano i patogeni naturalmente associati a queste specie.

Dobbiamo metterci in testa l’idea che non si può salvaguardare la salute umana senza rispettare la biodiversità. È il momento di ripensare completamente la nostra relazione con la natura: fermare la crisi climatica, frenare la distruzione delle foreste e ridurre il consumo di risorse sono misure da avviare immediatamente. Anche le pandemie sono una delle le conseguenze della perdita di biodiversità. Quando quella da coronavirus sarà cessata, bisognerà intervenire sui fattori che l’hanno scatenata e renderci conto che la diffusione di questi nuovi virus è anche la risposta della natura all’assalto dell’uomo. Come spiega la virologa Ilaria Capua, “Se intervieni su un ecosistema e, nel caso, lo danneggi, questo troverà un nuovo equilibrio. Che spesso può avere conseguenze patologiche sugli esseri umani”.

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