I boschi ci proteggono da 30 mln di tonnellate di CO2 all’anno. Per questo dobbiamo tutelarli.

Tutto il Pianeta deve prepararsi ad affrontare nuove ondate di eventi meteo estremi, secondo il report pubblicato a metà gennaio dall’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm). Eventi come gli incendi che infuriano da settembre in Australia, così come le piogge torrenziali che provocano inondazioni e allagamenti con sempre maggiore frequenza. Con l’emergenza climatica sta crescendo a livello globale, Italia compresa, anche la consapevolezza che siano necessarie misure concrete per affrontarlo.

Tra queste si trova anche la tutela del patrimonio boschivo del Pianeta, punto in cui l’Italia ha già fatto un buon lavoro: nel nostro Paese boschi e foreste sono raddoppiati rispetto a mezzo secolo fa. Per fortuna. Gli alberi, infatti, giocano un ruolo importante nel contrastare l’emergenza climatica, prima di tutto assorbendo anidride carbonica dall’atmosfera con il processo di fotosintesi. In realtà, fanno molto di più, rinfrescando l’aria e purificandola dall’inquinamento. Inoltre mitigano gli effetti delle piogge troppo abbondanti prevenendo il rischio di frane e, una volta cresciuti, diventano oasi di biodiversità, anche all’interno delle città.

Oggi oltre un terzo del territorio italiano è coperto da boschi, dato superiore alla media europea. “Il nostro Paese si trova verso la fine della sua transizione forestale”, spiega Giorgio Vacchiano, ricercatore e docente in gestione e pianificazione forestale all’Università Statale di Milano e autore del saggio La resilienza del bosco. “Ciò significa che da risorsa fin troppo sfruttata le terre rurali e montane si sono trasformate in aree marginali, progressivamente abbandonate dagli esseri umani”. In altre parole, gli alberi si stanno riprendendo quello che è sempre stato loro habitat naturale.

Bisogna però tenere conto che le nuove aree boschive non sono sempre della qualità ottimale, ma “boscacci”, come li chiamano gli addetti ai lavori. “I boschi più evoluti e in equilibrio con l’ambiente circostante sono composti da alberi di tutte le classi di età, incluse piante molto antiche di dimensioni ragguardevoli, e caratterizzati da maggiore biodiversità», sottolinea Paola Favero, già comandante del corpo forestale e co-autrice del saggio C’era una volta il bosco. Gli alberi raccontano il cambiamento climatico. Invece, i rimboschimenti, i boschi monospecifici, le piantagioni create in passato e i boschi che sono stati tagliati troppo, non sono veramente equilibrati. Secondo l’esperta “un bosco naturale, o comunque gestito in modo ecologico, dovrebbe avere una massa di almeno 300 metri cubi di legname a ettaro”, ma la media italiana è inferiore.

In molti luoghi poi, i boschi italiani mostrano i segni dell’emergenza climatica in corso, che vanno oltre le devastazioni provocate da eventi estremi come l’uragano Vaia del 2018 o i frequenti incendi nel periodo estivo. Cresce anche la minaccia legata a siccità, sostituzioni di specie e patogeni provenienti da altre parti del mondo, portando a un aumento costante nel corso degli ultimi 20 anni della mortalità degli alberi. Il dato riguarda “soprattutto le latifoglie, come risultato degli eventi estremi (per esempio le gelate tardive e le siccità estive che hanno messo in crisi faggi e querce) e dei nuovi patogeni, che spesso attaccano gli alberi già indeboliti dalle condizioni climatiche”, nota Vacchiano.

Nonostante siano sotto minaccia, nel complesso lo stato di salute dei boschi italiani è ancora sufficiente, ma serve una migliore opera di tutela, per esempio puntando su quella che gli esperti definiscono “gestione climaticamente intelligente”. Si tratta di una strategia “che riesca a salvaguardare il patrimonio forestale, anche in termini di biomassa e quindi di capacità di assorbire il carbonio, ma allo stesso tempo aiuti i boschi ad adattarsi a un clima che sta cambiando”, spiega Marina Vitullo, tecnologa presso l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra). Parlando di boschi non dobbiamo limitarci a pensare gli alberi, ma anche a tutto il resto di organismi viventi come piante, funghi, licheni, insetti e animali. “Queste forme di vita si sono evolute in milioni di anni e non sono in grado di adattarsi a cambiamenti veloci come quelli che stiamo vedendo oggi, hanno bisogno di tempo. Un tempo che però noi non gli stiamo lasciando”, mette in guardia Favero.

Durante la tempesta Vaia, che nell’ottobre 2018 ha provocato otto morti e raso al suolo intere foreste sulle montagne di Trentino-Alto Adige, Veneto e Friuli Venezia Giulia, il vento ha soffiato a velocità del tutto anomale in quelle zone (con raffiche che hanno toccato i 200 chilometri orari). In quell’occasione, alla sua forza si è aggiunta anche la direzione del vento, che trattandosi di scirocco soffiava da sud-est. “Quando il vento non supera i 150 chilometri orari gli effetti sugli alberi dipendono dalla loro resistenza. Le piante deboli soccombono, le altre resistono. Allo stesso modo, i boschi gestiti bene sono in grado di assorbire meglio le calamità, mentre quelli gestiti male sono più vulnerabili”, osserva Favero. Sopra quella velocità, però, anche le foreste più sane e rigogliose finiscono per soccombere, dato che gli alberi che le compongono non si sono evoluti per fronteggiare venti di una simile entità.

A minacciare i boschi sono anche gli incendi, in costante aumento a livello globale tanto per frequenza che per potenziale distruttivo Per Vitullo, “condizioni di siccità come quelle che abbiamo visto in Italia nel 2017, per esempio, sommate a temperature elevate e venti sostenuti, hanno favorito in maniera drammatica la diffusione delle fiamme”. Quello che preoccupa non sono tanto gli incendi in sé, che si sono sempre verificati e che sono persino utili per l’equilibrio degli ecosistemi, ma le dimensioni che sono in grado di raggiungere.  Nell’estate 2019 in Siberia sono andati in fumo quasi 5 milioni di ettari di foreste: un’area grande quanto la Grecia. Nelle stesse settimane incendi di gravità simile sono avvenuti in Brasile e in diversi Paesi dell’Africa equatoriale.

Vitullo fa parte del gruppo di ricerca che, all’interno dell’Ispra, si occupa dell’inventario di emissioni di gas serra e che ogni anno stima per tutti i settori economici le emissioni e gli assorbimenti dei gas serra e di altre sostanze inquinanti: “Il contributo delle foreste italiane alla mitigazione dei cambiamenti climatici è buono”, conferma. “Riescono a sequestrare circa 30 milioni di tonnellate di CO2, a fronte di emissioni totali che in Italia nel 2017 equivalevano a circa 427 milioni di tonnellate”.

 

Questa capacità dei boschi italiani potrebbe anche migliorare: “Si sta cercando di calcolare quanto potrebbe aumentare la capacità di assorbimento delle foreste italiane se le aiutassimo a resistere meglio agli eventi estremi. Ma anche accrescendo il sequestro di carbonio sia negli alberi vivi (tenendo conto che le foreste giovani assorbono più in fretta) sia nei prodotti a base di legno, a patto di ottenerli da foreste che si rinnovano dopo il taglio degli alberi, ossia senza causare deforestazione”. Secondo Vacchiano, individuando un mix più efficace tra queste strategie si potrebbe arrivare a un assorbimento pari al 15% delle emissioni, a parità di superficie forestale.

Puntare sulla qualità del patrimonio boschivo sarà sempre più importante, dato che gli spazi per aumentarne l’estensione sono quasi esauriti. Inoltre, più le foreste si avvicinano agli insediamenti urbani, più crescono le probabilità di incendi, molto più frequenti dove c’è un’interazione costante tra foresta e altri usi del suolo. Per questo diventa importante piantare nuovi alberi direttamente nelle città e non ai suoi confini. Il Decreto clima di fine anno va proprio nella direzione di questa forestazione urbana.

Si tratta di una notizia positiva, visto che città più verdi hanno un impatto molto positivo sulla salute: secondo uno studio pubblicato lo scorso novembre del Barcelona Institute for Global Health, un aumento delle zone verdi nelle città è associato a un calo delle morti premature. A questo si somma la capacità degli alberi di mitigare il cambiamento climatico. “In città i due fenomeni principali da affrontare sono le inondazioni locali, che avvengono perché il sistema di drenaggio urbano non è preparato per eventi così intensi, e il cosiddetto fenomeno isola di calore, ossia l’aumento delle temperature in alcune parti della città”, spiega Michele Zazzi, che all’Università di Parma dirige il corso di laurea magistrale in architettura e città sostenibili.

Il verde urbano può aiutare in entrambi i sensi per l’architetto Francesca Poli, dato che più alberi in città significano benefici per il microclima durante tutto l’anno. “L’effetto combinato di ombra ed evapotraspirazione permette di limitare il surriscaldamento degli edifici. Il corretto posizionamento di filari o gruppi di alberi influenza la velocità e la direzione del vento, in modo da creare frangivento in inverno o convogliare le brezze in estate”. Inoltre gli alberi mitigano l’intensità delle precipitazioni e intercettano l’acqua piovana, oltre a catturare grandi quantità di CO2 e altre sostanze inquinanti, e favorire la bonifica di terreni contaminati tipici delle aree industriali dismesse”.

Ma non sono solo gli alberi ad aiutare: come sostiene Giulia Lucertini, ricercatrice specializzata in pianificazione del territorio e docente a contratto presso l’Università Iuav di Venezia, per quanto riguarda gli allagamenti a fare la differenza sono “le infrastrutture verdi al suolo, come le aiuole e i parchi con piantumazioni, in grado di assorbire molta acqua”. Anche l’agricoltura urbana può contribuire, oltre a favorire la rigenerazione urbana di quartieri in condizioni di abbandono”. Se ben gestita, rileva Lucertini, l’agricoltura urbana potrebbe favorire la produzione di cibo con un minore impatto ambientale e anche ridurre la quantità di rifiuti umidi, trasformandoli in compost da impiegare per la fertilizzazione naturale dei terreni.

A opinione degli esperti sentiti da The Vision, la situazione nel nostro Paese è nel complesso positiva: nonostante la minaccia dell’emergenza climatica, i boschi italiani sono in espansione e con un buon livello di salute. Anche la classe dirigente, per esempio con il Decreto clima, si sta finalmente muovendo per promuovere città più verdi e un tutela più consapevole dell’ambiente. Questo non deve però farci abbassare la guardia, dato che zone verdi, boschi e foreste non possono contrastare il cambiamento climatico da soli.

“Non possiamo affidarci soltanto agli alberi e continuare a vivere come abbiamo fatto fino a ora”, chiarisce Vacchiano. “Chi sostiene che gli alberi siano sufficienti propaganda un pericoloso greenwashing. Il settore forestale può contribuire migliorando la gestione dei boschi, attrezzandoli a resistere agli eventi dannosi, evitando la deforestazione, utilizzando più legno in modo sostenibile”. Ma se vogliamo davvero avere qualche chance di ridurre in modo efficace le emissioni antropogeniche dei gas serra responsabili del surriscaldamente globale, servono politiche e azioni concrete a livello internazionale in ogni settore economico, dall’energia ai trasporti, dall’agricoltura all’edilizia. E, per quanto piccolo, serve anche il contributo che può dare ognuno di noi.

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