L’Italia ha 7 mln di edifici abbandonati. È un problema ambientale e sociale che dobbiamo risolvere. - The Vision

Come gli esseri viventi, anche gli edifici hanno un ciclo vitale che, una volta terminato, li porta all’abbandono e alla demolizione. Il loro destino, però, non è sempre segnato: è infatti possibile recuperare strutture e materiali attraverso la decostruzione, più sostenibile a livello ambientale ed economico rispetto alla demolizione. Lo studio di questo andamento ciclico prende il nome di domicology, termine coniato dagli urbanisti statunitensi che si sono trovati a fronteggiare situazioni di grave degrado cittadino, come ad esempio quella di Detroit. Qui, infatti, a seguito della grave crisi che l’ha colpita, dal 2014 la città ha visto l’abbattimento di 200 appartamenti vuoti a settimana, per eliminare il degrado e far spazio a uno sviluppo futuro. Senza arrivare a questo estremo, comunque, negli Stati Uniti nel 2012 si è registrato un record di oltre 7 milioni di appartamenti abbandonati, mentre in Italia nel 2017 sono state censite 7 milioni di case vuote, di cui più di 3 milioni erano seconde case. La consapevolezza che la vita degli edifici è ciclica al giorno d’oggi diventa dunque fondamentale per progettarli nel modo più adatto a recuperarne il più possibile quando arriva la fine. 

L’abbandono di edifici privati e commerciali è un segnale di crisi che ha ripercussioni profonde sul tessuto sociale ed economico di una comunità già in difficoltà, dato che il numero di case vuote va di pari passo con l’aumento del tasso di criminalità e di disoccupazione. L’abbandono di appartamenti e negozi è contemporaneamente causa e conseguenza della diminuzione delle opportunità per i cittadini e le imprese e provoca un crollo del valore degli immobili, oltre a determinare costi elevati per l’amministrazione locale che, soffrendo per di più anche i mancati introiti delle tasse sugli immobili, spesso non ha le risorse economiche per rimuovere tutti gli edifici vuoti. 

La demolizione non risolve il problema, dato che ha, anzi, un elevato impatto ambientale. I detriti da costruzione e demolizione (C&D) nel 2013 nei soli States sono ammontati a 530 milioni di tonnellate (tra il 25% e il 40% dei rifiuti solidi del Paese), di cui il 90% è derivato dalla demolizione e solo il 10% dalla costruzione di nuovi edifici. Non si tratta “solo” di un problema economico dai risvolti estetici: demolire gli edifici abbandonati, così come lasciarli in stato di degrado perché mancano le risorse per intervenire, può provocare anche danni alla salute dei cittadini della zona che li circonda, soprattutto a causa delle polveri inalate prodotte dai materiali in disfacimento. In particolare questo vale per i tetti, dato che in molti Paesi, come ad esempio l’Italia, quelli dei vecchi edifici – tra cui scuole, ospedali e biblioteche – sono in amianto: e secondo l’Osservatorio Nazionale Amianto questa sostanza sarebbe responsabile ancora oggi di 6mila morti l’anno, solo in Italia. Ci sono anche molti altri motivi per cui il ciclo di realizzazione di edifici e il loro successivo abbattimento per costruirne di nuovi non è solo uno spreco ma anche un’attività estremamente inquinante: la contaminazione delle acque e dell’aria durante l’estrazione dei materiali, il loro trasporto, la manifattura e la costruzione, a cui si aggiunge il taglio di alberi per ricavare legname per l’edilizia e per ottenere terreni da cui estrarre minerali da costruzione (come inerti per produrre cemento).

Nonostante siano spesso riciclabili o riutilizzabili, i materiali C&D finiscono in gran parte nelle discariche: uno spreco che in Unione Europea rappresenta il 25-30% dei rifiuti totali. Si tratta principalmente di sfridi derivanti dalle lavorazioni di materiali e componenti, involucri e confezioni, residui derivanti dalle demolizioni e dagli scavi inquinati da sostanze pericolose, acqua di scarico delle lavorazioni ed emissioni in atmosfera. Gli scarti sono per lo più cemento, miscele bituminose, ferro e acciaio, terra, rocce e altri rifiuti misti, catalogati come “speciali”. Decostruire gli edifici al posto di abbatterli con gru demolitrici o esplosivi permette di recuperare il 25% di quello che altrimenti finirebbe in discarica. Fino al 70% dei materiali usati nei muri e nei pavimenti può essere recuperato, oltre al 25% di quelli delle fondamenta, questo secondo l’organizzazione non profit americana Delta. Ma secondo altre stime si può arrivare fino al 90% complessivo di riuso e riciclo, come si fa già nei Paesi Bassi. Il legno recuperato viene riutilizzato in ambito artigianale e artistico, nella costruzione di manufatti per lo più di piccole dimensioni (come le cornici), mentre gesso, calcestruzzo e cemento servono per la costruzione di altri edifici e nella manutenzione stradale. Il risparmio è enorme: con livelli di riciclo del 70% si recupererebbero oltre 23 milioni di tonnellate di materiali, pari alla produzione di almeno cento cave di sabbia e ghiaia di un anno. 

Tornando al problema della casa: secondo i dati più recenti, in Italia i senzatetto sono oltre 50mila, mentre più del 25% della popolazione vive in appartamenti sovraffollati: un’emergenza abitativa resa paradossale da centinaia di migliaia di case inabitate in tutto il Paese e dal settore dell’edilizia abitativa, che nel quarto trimestre del 2019 è cresciuto del 5,2%. In una situazione simile è urgente valutare quanti di questi edifici siano in buone condizioni e quanti vadano invece smantellati e recuperati: i primi possono essere riconvertiti in strutture abitative senza aggravare il consumo di suolo, mentre ville e palazzine di pregio potrebbero ospitare musei e luoghi di pubblica utilità. Due anni fa il M5S ha proposto un decreto per il recupero degli edifici abbandonati in Italia, tramite l’istituzione di un fondo, e a inizio 2019 è stato pubblicato un elenco di edifici di pregio idonei alla riqualificazione, da concedere a giovani artisti come atelier al canone simbolico di 150 euro al mese.

Per quanto riguarda gli immobili in cattive condizioni e da smantellare, invece, la politica si è dimostrata meno reattiva. Secondo Legambiente, che denuncia i dati Ispra come incompleti, oggi in Italia si recupera solo il 10% dei materiali da demolizione. Per l’Istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale il riciclo supererebbe il 90%, ma la cifra considera solo le aziende di una certa dimensione: la verità è che gran parte dei rifiuti C&D non sono dichiarati e vengono abbandonati illegalmente. Siamo lontani anni luce dall’obiettivo europeo di riciclare il 70% dei rifiuti C&D inerti entro il 2020, come la maggior parte degli altri Paesi membri, fermi al 50%

Esistono delle linee guida europee sulle valutazioni da fare prima di procedere alla demolizione, per poter distinguere correttamente tra materiali riciclabili e sostanze pericolose, sia per migliorare il rapporto costi benefici che per diminuire l’impatto sulla salute e sull’ambiente. Vanno distinti i prodotti pericolosi da quelli non pericolosi. Questi ultimi vanno poi separati tra inerti e non inerti, da non mescolare e da catalogare seguendo precise linee guida ambientali ed economiche, in modo da facilitarne un nuovo utilizzo. Bisogna indicare, ad esempio, la tipologia del materiale (con il codice dell’elenco europeo dei rifiuti) e la sua quantità, mentre in alcuni casi si deve, su richiesta dell’autorità edilizia o del gestore dei rifiuti, indicare anche l’inventario degli elementi da riutilizzare, la loro collocazione nell’edificio e la qualità, per valutare le impurità e la loro riutilizzabilità. Alcuni rifiuti, infatti, non sono pericolosi, ma possono diventarlo durante la demolizione o se combinati.

Siccome decostruire gli edifici e recuperare i materiali richiede più tempo e coinvolge più professionalità rispetto alla demolizione, ci si è interrogati sulla sua effettiva fattibilità economica. Non solo la risposta è stata positiva, ma con il supporto di politiche specifiche si pensa possa dare l’impulso a un settore imprenditoriale dal grande potenziale. Perché sia sostenibile, il risparmio derivato dal recupero di materiali deve essere superiore al costo del lavoro impiegato per realizzarlo. E in particolare tutta l’Europa e, negli Usa, la California e l’East Coast sono le regioni in cui la decostruzione può recuperare più facilmente materiali, grazie a una forza lavoro specializzata e mezzi di trasporto efficienti. Anche se demolire è la soluzione più rapida, non è la più conveniente, tanto che oggi il recupero e il nuovo utilizzo di risorse non è soltanto un’alternativa, ma può diventare la norma.

I Governi hanno tutto l’interesse a favorire questo nuovo corso, con politiche, regolamentazioni e incentivi per il recupero, dato che le amministrazioni di tutti i livelli raccolgono vantaggi che vanno dal mantenimento del tessuto sociale ed economico alle tasse. Il beneficio può essere anche occupazionale: grossi volumi di materiali richiedono forza lavoro per l’immagazzinamento e il trasporto, mentre per i piccoli volumi servono artisti e artigiani. La decostruzione è uno strumento economico per creare posti di lavoro a diversi livelli di specializzazione e un’attività ecologicamente sostenibile per le nostre città. Il futuro passa per l’economia circolare, anche quando parliamo di edilizia.

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