L’Italia è una Repubblica fondata sull’amianto, ne siamo circondati e continuiamo a morirne

Bandito in tutta l’Unione Europea da poco meno di 30 anni, il problema dell’amianto è ben lontano dall’essere risolto. Nel nostro Paese se ne trovano ancora tonnellate, mentre alcune patologie correlate emergono anche decenni dopo l’esposizione a questo materiale. A questo scenario si aggiunge l’urgenza dei rifiuti contenenti amianto, residui delle bonifiche, un’altra sfida per la salute e per l’ambiente che non possiamo più rimandare.

L’amianto (o asbesto) è un gruppo di minerali a struttura microcristallina e fibrosa, composti da silicato di magnesio, calcio e ferro. Conosciuto già ai tempi dell’antica Persia e dell’impero romano è usato in edilizia, industria e trasporti soprattutto a partire dal 1800 per il basso costo di lavorazione per le sue proprietà termoisolanti e fonoassorbenti e perché flessibile e resistente. Le stesse qualità – insieme alla friabilità – lo rendono però pericoloso, perché di difficile smaltimento e facilmente sbriciolabile, soprattutto se legato con matrici non compatte – con matrici resistenti e stabili costituisce materiali compatti come il cemento-amianto (eternit), meno pericolosi. Tra gli usi più frequenti in edilizia c’è la costruzione di tubature, impianti fognari, controsoffittature, coibentazioni, pannelli, canne fumarie, caldaie, stufe, forni e pavimenti in linoleum; negli impianti industriali è invece usato per coperture, serbatoi, reattori e refrigeratori, impianti termici ed elettrici, guarnizioni, parti di macchine e strumenti industriali, mentre nei trasporti è impiegato nella produzione di diverse componenti.

Tutto questo non riguarda più l’Italia. Nei primi anni Novanta sono infatti entrati in vigore restrizioni e divieti imposti dal D.Lgs. 277/91 e dalla L.257/92 e il divieto di uso imposto dall’Unione europea ai suoi membri, con ultimatum nel 2005. Fino ad allora, però, l’amianto era semplicemente classificato come nocivo ai sensi del DPR 303/56 e quindi molto diffuso. In diverse parti del mondo è ancora così: la produzione e l’uso di ogni tipo di amianto sono vietati solo in 67 Paesi, mentre è ancora in uso – nonostante un calo della produzione mondiale dalle 5 milioni di tonnellate annuali del 1980 a circa due milioni di tonnellate a metà anni Novanta – in Asia, Europa orientale e Sud America. Il suo impiego è ancora permesso e diffuso in Stati Uniti e Canada, a lungo tra i maggiori produttori, come testimonia anche il nome della città di Asbestos, in Quebec, che un tempo rispondeva a tre quarti della domanda mondiale. Oggi i maggiori produttori sono invece la Russia – responsabile della metà della produzione mondiale – il Brasile, il Kazakistan e la Cina, che con l’India è anche il maggiore consumatore, seguita da Thailandia, Indonesia, Sri Lanka e dagli stessi Brasile e Russia.

Eppure i timori che l’asbesto fosse all’origine di gravi patologie erano già presenti a fine Diciannovesimo secolo, mentre il primo studio epidemiologico sulla correlazione tra amianto e tumore ai polmoni risale alla metà degli anni Cinquanta. L’amianto è oggi riconosciuto come agente cancerogeno certo per l’uomo: il pericolo è rappresentato dalle sue fibre, nell’ordine dei centesimi di micron, che si dividono longitudinalmente e penetrano in profondità negli alveoli polmonari, provocando irritazione cronica e cancro. Tra le malattie di cui è causa ci sono l’asbestosi (una fibrosi polmonare), i carcinomi del polmone, il mesotelioma pleurico e del peritoneo, mentre tra i lavoratori a contatto con l’amianto si riscontra anche un aumento degli altri tumori dell’apparato respiratorio e dei linfomi. Queste patologie colpiscono soprattutto i lavoratori che hanno utilizzato amianto o vi sono stati esposti prima dell’entrata in vigore dei divieti e, per esposizione indiretta, anche i loro familiari. Nel complesso, le morti asbesto-correlate in Italia sarebbero state quasi mille l’anno tra il 1988 e il 1997, come evidenziato dal rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità La mortalità per tumore maligno della pleura nei Comuni italiani 1988-1997. Ai circa mille decessi annui per mesotelioma pleurico riportati anche tra il 2001 e il 2007 – numero destinato a crescere fino ai 1.200 casi del 2015-2020, come sottolineato dal sottosegretario all’Ambiente Roberto Morassut, ricordando il picco previsto tra il 2025 e il 2030 – bisogna aggiungere i carcinomi polmonari (circa 3mila) e i casi di asbestosi (560 all’anno). Nel complesso, come sottolineato dalla conferenza Sport e scuola, ambiente e sicurezza: via l’amianto del 2019, si tratta di una vera e propria epidemia.

Il “problema amianto” è quindi ben lontano dall’essere risolto: non solo perché queste patologie possono emergere anche dopo decenni dall’esposizione, ma perché in Italia sono circa 370mila le strutture contenenti amianto censite dalle Regioni nel 2018. Secondo l’Osservatorio Nazionale Amianto (Ona), non si tratta (solo) di siti dismessi in via di bonifica, ma anche di 2.400 scuole, 250 ospedali e 300mila chilometri di tubature. A questi si aggiungono diversi impianti sportivi e mille tra biblioteche ed edifici culturali. Tra questi, fino agli anni Novanta, si trovava anche il Teatro alla Scala, dove la “pattona”, una lamiera di 17 metri per 12 foderata di stoffe in amianto, a ogni movimento rilasciava fibre che si disperdevano in sala e nella buca dell’orchestra; crollò durante una prova di scena nel 1992 e fu rimossa con forbici e flessibili, senza usare misure di protezione. La bonifica è stata realizzata su pressione dei lavoratori, mentre cinque ex dirigenti del teatro sono finiti a processo con l’accusa di omicidio colposo in relazione alle morti di nove lavoratori, tra cui un macchinista, una cantante lirica e un siparista. Negli ultimi anni, però, sul piano penale gli ex manager delle aziende coinvolte sono sempre stati assolti.

Oltre agli incidenti – come il rogo dello stabilimento EcoX di recupero rifiuti di Pomezia nel 2017 – gran parte del problema è l’esposizione dei lavoratori alle fibre; oggi si tratta per lo più di chi è impegnato nelle bonifiche. Le norme tecniche in materia, disciplinate dal DL 22/97, definiscono le diverse opzioni possibili: la rimozione risolve il problema senza bisogno di manutenzione e controlli, ma è molto dispendiosa e ha un alto rischio di contaminazione ambientale; l’incapsulamento, cioè il trattamento per creare un rivestimento compatto, necessita di controlli e manutenzione nel tempo; il confinamento, infine, cioè una sovra copertura o controsoffittatura per proteggere dal rilascio di fibre, non produce rifiuti ma non elimina il problema. Se si producono rifiuti, questi vanno raccolti e depositati separatamente da quelli standard. Quando c’è di mezzo la criminalità, ovviamente, questo non avviene. Nel dicembre scorso, per esempio, le guardie del Wwf Campania hanno trovato nelle campagne del casertano una discarica abusiva con segni di incenerimento, in cui erano ammassati senza precauzioni rifiuti industriali tra cui lastre di eternit, ad alto rischio di inquinamento del terreno e delle falde.

Mentre per i rifiuti speciali in Italia il recupero di materia è la forma di gestione predominante, l’amianto per sua natura non è quasi mai avviato a recupero. Anche per questo si pone il problema dello smaltimento dei rifiuti contenenti amianto, che vanno raccolti in sicurezza in apposite discariche, dentro celle ad hoc; gli impianti in Italia attrezzati per questo scopo sono 22. Troppo pochi, come conferma Vincenzo Giovine, vicepresidente del Consiglio nazionale dei geologi. Dopo una crescita dal 2007 al 2010, e un picco nel 2012, dal 2014 il trend della produzione di rifiuti di amianto ha subito un calo, ma non perché in Italia non si trovi più asbesto. Si fanno meno bonifiche perché non ci sono discariche apposite in cui smaltire in sicurezza i rifiuti. Ben 69mila tonnellate di questi, infatti, prendono la strada dell’esportazione, destinati in piccola parte alla Spagna (364 tonnellate) e per il resto alla Germania, che li smaltisce nelle miniere dismesse, ma ha reso noto che presto non ne accetterà più. Il problema è sempre meno procrastinabile: servono impianti di smaltimento per gestire in modo sicuro e sostenibile i rifiuti pericolosi che ancora produciamo. Inoltre, la somma dei rifiuti contenenti amianto gestiti in Italia (circa 263mila tonnellate) e di quelli esportati è superiore alla quantità prodotta (296 mila tonnellate nel 2018), perché ogni anno si sommano quelli accumulati in precedenza o provenienti da altri trattamenti. L’Ona stima la presenza sul territorio nazionale di 40 milioni di tonnellate di materiali contenenti amianto ancora da bonificare e smaltire.

Nella sfida complessiva della gestione dei rifiuti, quella dell’amianto è una delle più impellenti, un problema ambientale troppo a lungo sottovalutato. È positivo che nel 2019 il ministero dell’Ambiente abbia istituito una Commissione di lavoro per riformare la normativa in materia di amianto, con la probabile intenzione di aumentare le pene per chi abbia contribuito a provocare un tumore correlato all’esposizione all’amianto, con la reclusione da tre a sei anni e la multa da 20mila a 50mila euro per chi commercia, estrae o produce amianto o prodotti che lo contengono. Altrettanto urgenti sono anche il sostegno alle vittime – con l’integrazione dell’assegno degli invalidi civili inabili al lavoro, che è di soli 285,66 € – e lo studio di un piano nazionale di smaltimento. Aver impedito l’utilizzo dell’amianto quasi 30 anni fa è stato un passo importante, ma pensare di aver risolto tutti i problemi che porta con sé è un ragionamento ingenuo o in malafede. Come dimostrano i dati, infatti, in Italia di amianto si continua a morire.

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