Ogni volta che faccio la spesa spendo un po’ di più. Non sono la sola, ovviamente, e vivendo sostanzialmente di pasta, legumi e verdura, so di non avere un’alimentazione di lusso. Ma se guardare l’elenco delle uscite mensili – tra alimentari e altre spese di base sempre più proibitive – è ormai uno dei momenti più temuti della nostra quotidianità, lo dobbiamo a diversi fattori, fra i quali la crisi climatica è uno di quelli a incidere di più. Se per qualcuno questi rincari vogliono dire rinunciare a una pizza fuori, per altri il risultato è ben più drammatico. Dovremmo chiamare la politica a prendersene la responsabilità, dato che i governi di tutto il mondo – con ben poche eccezioni – stanno facendo poco o niente per attenuare la situazione, ma anche perché le conseguenze dell’aumento dei prezzi degli alimentari sono sociali, politiche e anche elettorali. L’instabilità dei prezzi legata alla crisi climatica, infatti, non può non incidere sulla vita quotidiana delle persone e, quindi, sulla stabilità e la tenuta del tessuto sociale e democratico.

Oggi i prezzi crescono anche perché la crisi climatica minaccia tutte le colture più diffuse al mondo, tra cui grano, mais, riso, cacao, caffè e soia. Dalle inondazioni che in Regno Unito e in Francia lo scorso anno hanno ridotto la produzione di grano, al caldo estremo che in Europa orientale ha abbattuto le rese del frumento, passando per le piogge eccessive che hanno rovinato quelle del riso in Cina e fatto marcire il cacao in Africa. Per questo le importazioni sono sempre più cruciali per garantire la sicurezza alimentare (alla faccia della sovranità alimentare), una situazione che mal si concilia con l’attuale tendenza al protezionismo e alle guerre commerciali e che investe i rapporti economici internazionali, oltre alla ricchezza interna dei singoli Paesi. E l’Italia – che importa diversi prodotti agricoli, compresi quelli alla base dei blasonati simboli del “Made in Italy”, come grano tenero e grano duro, caffé, prosciutto e mais – non può sottrarsi a questi fenomeni.
I dati, purtroppo, spingono al pessimismo: uno studio pubblicato di recente su Environmental Research Letters ha documentato la correlazione tra eventi meteorologici estremi come ondate di calore, siccità e acquazzoni e l’andamento dei prezzi di 16 prodotti alimentari in 18 Paesi di tutti i continenti; ne emerge che, per esempio, il prezzo dell’olio d’oliva italiano e spagnolo è quello che è aumentato di più su base annua, con il +50% a gennaio 2024, come conseguenza della siccità del 2022-2023. Altri prodotti che hanno subito un destino simile sono il caffè – con effetti sul miliardario commercio globale del prodotto – con prezzi cresciuti del 55% nell’agosto 2024 e, per la varietà Robusta, persino del 100% nel luglio 2024 per effetto del caldo estremo subito dal Vietnam; e, ancora, le cipolle e le patate in India, colpite dalle ondate di caldo; le patate, in particolare, in Regno Unito – dove l’intensità e la frequenza delle piogge sono incrementate dalla crisi climatica rispettivamente del 20% e di 10 volte – sono diventate più care del 22% in un solo mese a inizio 2024.

L’aumento delle temperature medie, poi, fa crescere l’inflazione in modo non lineare – e quindi anche più difficilmente prevedibile e gestibile – sia nei Paesi ad alto che a basso reddito, peggiorando la situazione complessiva. Ma, come se non bastasse la crisi climatica a cui non stiamo ponendo freno, a influenzare i prezzi degli alimentari sono, ovviamente, anche le guerre, che pure sono – almeno in parte – legate proprio all’accaparramento di risorse, comprese terre e acqua. A causa dell’invasione russa dell’Ucraina, per esempio, almeno il 20-30% dei terreni agricoli del Paese invaso rimane incolto o i prodotti non vengono raccolti, mentre già all’inizio del conflitto circa 25 milioni di tonnellate di grano sono rimaste ferme a marcire nei porti sul Mar Nero per il blocco navale russo. È così che si innescano circoli viziosi mortali, perché, a loro volta, fame e povertà non fanno che acuire i problemi già esistenti, esacerbando i conflitti, e si trasformano in bombe a orologeria di instabilità. Ecco perché, tra le altre cose, si intensificano anche le migrazioni dalle aree del mondo più soggette a siccità e conflitti per il controllo delle risorse, in direzione dei Paesi più ricchi e – per ora – più al sicuro. Se nell’ultimo decennio si stimano oltre 218 milioni di sfollati interni a causa di disastri meteorologici, per il 2050 potrebbero arrivare a un miliardo le persone costrette a spostarsi per problemi ambientali; gli stress climatici e i problemi correlati sono già tra i motivi che hanno spinto a emigrare circa il 70% degli individui arrivati in Italia negli ultimi anni. Per di più, se si considera che per ogni punto percentuale di aumento dei prezzi alimentari, 10 milioni di persone finiscono in condizioni di estrema povertà, ai livelli attuali il numero di quelle che vivono in estrema povertà potrebbe crescere del 50%, arrivando a 900 milioni di individui. A pagarne le conseguenze, ovviamente, sarebbero soprattutto le economie in via di sviluppo, dove la popolazione spende oltre la metà del proprio reddito in cibo. Sono problemi che la politica dovrebbe porsi, dato che già adesso è incapace di gestire le migrazioni.

Non si può pensare, infatti, che gli andamenti dei prezzi e le altre conseguenze concrete e quotidiane della crisi climatica non si riflettano sulla stabilità socio-politica; il prezzo degli alimentari ha sempre un ruolo nelle piccole e grandi svolte storiche, con proteste e rivolte: senza scomodare i ricordi scolastici dei tumulti del pane nella Milano del 1628 raccontata nei Promessi sposi, tra le concause della Rivoluzione Francese c’è stata proprio l’impennata dei prezzi dei prodotti agricoli causata dalla crisi agricola in Francia tra 1788 e 1789 e dalla sua cattiva gestione da parte del governo, che fomentò ulteriormente il malcontento. Senza andare tanto lontano, l’aumento dei prezzi degli alimentari ha contribuito a far esplodere le cosiddette Primavere Arabe nel 2011, che portarono alla fuga i capi di Stato di Tunisia, Egitto, Libia e Yemen. Nella stessa area geografica – a cui Russia e Ucraina forniscono quasi il 50% delle importazioni totali di cereali – la guerra in Ucraina ha impattato duramente, sommandosi ai problemi legati alle condizioni climatiche – il più importante fornitore regionale di cereali, il Marocco, ha ridotto fortemente la sua produzione a causa di una prolungata siccità – provocando un aumento dei prezzi di oltre il 12% in un solo mese e rendendo, così, insufficienti anche i sussidi alimentari che i Paesi dell’area spesso applicano per garantire la sicurezza alimentare alle classi sociali più povere.
Rispetto al 2011 delle Primavere Arabe, in questi ultimi anni i prezzi del grano sono cresciuti ulteriormente del 20%, raggiungendo il valore massimo dal 1990, anno in cui sono iniziate le rilevazioni FAO. Sarebbe ingenuo pensare che questo non abbia conseguenze politiche, dato che incide sulla quotidianità delle persone. Anche quando le conseguenze non sfociano in rivolte violente, infatti, l’effetto dei prezzi alimentari si riversa sul rapporto tra governo e cittadini. In Giappone, per esempio – dove, dalla liberalizzazione del mercato del riso, nel 1995, in poi, il governo ha continuato a influenzare i prezzi del cereale, anche limitandone artificialmente l’offerta e sottoponendo le importazioni a dazi elevati – il riso è stato al centro della campagna elettorale del candidato Shinjiro Koizumi, in una fase in cui ondate di calore e siccità prolungate ne hanno sconvolto il mercato, una delle colture alimentari a maggior fabbisogno d’acqua, con 3-5mila litri necessari per ogni chilo di cereale prodotto.

Per la FAO, in particolare, è urgente allineare le politiche fiscali e monetarie per stabilizzare i mercati, dare priorità a misure strutturali e commerciali durature e investire in sistemi agroalimentari resilienti, in grado di resistere e adattarsi ai mutamenti del clima. È la politica, infatti, che deve intervenire, avendo essa stessa un effetto sulla crisi climatica. Basta vedere cosa fanno – o, più spesso, non fanno governi; in quali comparti convogliano i sussidi statali, quali sono i programmi infrastrutturali e urbanistici, che misure di protezione ambientale vengono intraprese, quale forma di agricoltura viene sovvenzionata, qual è il sostegno alla viabilità sostenibile, alla gestione delle risorse, all’educazione ambientale. Anche combattere la corruzione è essenziale, perché, come per tanti altri ambiti, anche per quello ambientale la situazione è tanto peggiore dove più c’è corruzione: la mancanza di adeguati meccanismi di trasparenza aumenta, infatti, il rischio che i fondi per il clima possano essere sottratti o usati in modo improprio, favorendo l’inazione climatica e l’influenza degli interessi privati sulle politiche ambientali; ne risultano normative insufficienti, ritardi nella transizione energetica e l’emarginazione delle popolazioni più vulnerabili alla crisi climatica.

Sono tutti motivi in più per difendere, con il clima, anche la democrazia e l’equità sociale, che di questi tempi – diciamocelo – non se la passano troppo bene; perché con l’aumentare delle disparità socio-economiche aumentano anche il disagio e le fratture sociali, che non sono di certo sintomi di una società sana. E in situazioni così, la democrazia è anche più fragile davanti ai potenziali attacchi e i cittadini sono più vulnerabili alle lusinghe nazionaliste e autoritarie. Ecco perché, se non affrontiamo sul serio la crisi climatica, dobbiamo prepararci ad affrontare la vita un’emergenza alla volta: a partire da quelle del meteo, sempre più imprevedibile e violento, ma anche sociali e politiche.