I miliardari non devono “donare” per il clima. Devono inquinare meno e pagare più tasse.

Jeff Bezos, fondatore Ceo di Amazon, ha promesso la donazione di 10 miliardi di dollari attraverso il Bezos Earth Fund per sovvenzionare ricercatori, attivisti e Ong impegnati per la crisi climatica. L’impegno è lodevole, ma l’iniziativa si presta alle critiche per la sua ambiguità, a partire da una certa dose di ipocrisia da parte del capo di un’azienda multimilionaria che fonda la propria ricchezza sul consumismo sfrenato e, quindi, dall’enorme impatto ambientale. La svolta di Bezos si era già annunciata nel 2018 con il Day One Fund, con donazioni per 2 miliardi di dollari in favore dell’educazione nella prima infanzia e di iniziative per risolvere il problema dei senzatetto. Un paradosso: una delle persone più ricche del pianeta – la cui ricchezza si è costituita e continua a nutrirsi proprio in virtù di un modello economico basato sulla sperequazione – dona denaro per aiutare i senzatetto, vittime di quello stesso modello che lo arricchisce. Al contempo, lo sconcertante impatto ambientale di Amazon è dato dal trasporto delle merci in tutto il mondo, basato sul petrolio –  per il quale nel 2018 Amazon ha emesso oltre 44 milioni di tonnellate di anidride carbonica, su un totale di circa 43 miliardi di tonnellate di gas serra emessi dalle attività umane – e dalla produzione di beni, con relativo consumo di materie. Ma l’azienda non ha intenzione di percorrere la strada della riduzione dei consumi, che porterebbe a profitti più bassi.

“Applaudiamo la filantropia di Jeff Bezos, ma una mano non può dare ciò che l’altra sta portando via”, hanno commentato gli attivisti di Amazon Employees for Climate Justice, dipendenti dell’azienda impegnati per l’ambiente. Bezos stesso – e altri fortunati imprenditori come lui – è infatti tra i meccanismi chiave dei problemi che mostra di voler risolvere, essendo uno dei degli ingredienti e allo stesso tempo dei frutti di un sistema socio-economico basato sulla crescita illimitata, sulla privatizzazione dei beni e sulla concentrazione di capitale in poche mani. Non solo a livello aziendale, ma anche personale: lo stile di vita dei super ricchi, una frazione minima della popolazione mondiale, non è solo frutto di enormi sperequazioni economiche, ma contribuisce anche a quantità di emissioni nocive decine di volte superiori a quelle provocate dal 50% più povero della popolazione. E tanto maggiore è la diseguaglianza socio-economica all’interno di una società, tanto più è alta la quota di emissioni che questa produce, anche indirettamente, ad esempio presentando il consumo come uno status symbol e quindi spingendo i cittadini ad acquistare beni superflui. Proprio il contributo a degrado ambientale e inquinamento sarebbe una delle maggiori minacce delle diseguaglianze sociali secondo l’economista Jon D. Wisman

Jeff Bezos

Il taglio ai benefit sanitari per i lavoratori part-time di Whole Foods, la catena statunitense di supermercati biologici acquistata da Amazon nel 2017 – che ha permesso un risparmio equivalente al guadagno di Bezos di meno di sei ore –  è un esempio delle diseguaglianze praticate a livello aziendale. Il loro sconsiderato consumo di risorse, invece, vanifica il potenziale positivo del loro impegno in favore del clima. Che però va di gran moda, anche come strumento di pubblicità positiva per questi munifici benefattori dell’umanità. Quello di Bezos, infatti, è ben lontano dall’essere un caso isolato: nel luglio scorso l’imprenditore e politico statunitense Michael Bloomberg annunciò l’impegno di 500 milioni di dollari in favore della transizione ecologica negli Stati Uniti, con il progetto Beyond Carbon. Per dirla con la giornalista Kate Aronoff – che l’ha espresso sul Guardian – dovremmo essere grati a Bloomberg, ma per il Pianeta sarebbe molto meglio se milionari come lui non esistessero proprio. 

Yacht e tessere da frequent flyer danneggiano l’ambiente, motivo per cui neanche Leonardo Di Caprio, tra i più noti attivisti vip, che, con Before the flood (2016) ha contribuito a sensibilizzare alla causa ambientalista, non è un esempio di coerenza. Ma ancor di più lo fanno le immense disponibilità di denaro da investire in progetti devastanti per l’ambiente, così come le influenze sulla politica e l’azione di lobbying. Lo fanno in tanti, dai fratelli Koch – imprenditori nel petrolio che investono in pubblicità – all’ereditiera Rebekah Mercer, che versa milioni di dollari in favore delle campagne di Donald Trump e del negazionismo climatico. A proposito dei filantropi Aronoff dice: “Nessuno di loro dovrebbe avere tutto il denaro che ha. Non abbiamo bisogno dei loro soldi per finanziare il Green New Deal, ma dovremmo prenderli comunque”: ma attraverso la tassazione. Proprio questo è un punto chiave: i multimilionari come Mark Zuckerberg, Bezos e Bill Gates da un lato accumulano quantità immense di denaro su cui pagano tasse sproporzionatamente basse e dall’altro ottengono spazio sui media e in politica per far sentire la propria voce e, quindi, influenzare l’opinione pubblica. Lo fanno donando una minima parte dei loro enormi guadagni attraverso le loro organizzazioni filantropiche, sottolinea lo scrittore e giornalista Anand Giridharadas: queste sono uno dei modi con cui i grandi magnati contemporanei convertono le loro attività private in influenza pubblica, come sostiene l’economista Rob Reich. E intanto prendono il controllo dei media: Bezos è proprietario del Washinghton Post, mentre l’imprenditore e produttore Rupert Murdoch controlla il 70% dei giornali australiani e diversi quotidiani nazionali in Regno Unito.

Rupert Murdoch

Quella della filantropia green non è una novità degli ultimi anni: Richard Branson, patron della Virgin e imprenditore eclettico, nel 2006, alla Clinton Global Initiative a New York, massimo evento della filantropia, promise 3 miliardi di dollari in un decennio per sviluppare biocarburanti; una somma dirottata dai fondi prodotti dal combustibile fossile bruciato dalle linee di trasporto della Virgin, come racconta Naomi Klein. In questo modo Branson incanalava i profitti guadagnati dalle sue compagnie aeree, quindi dal surriscaldamento globale, nella transizione ecologica. L’anno dopo seguì la Virgin Earth Challenge, un premio di 25 milioni di dollari per chi fosse riuscito a rimuovere dall’aria un miliardo di tonnellate di carbonio all’anno, un genere di soluzioni di cui Branson è sostenitore perché in questo modo “potremo continuare a vivere la nostra vita in un modo abbastanza normale. Saremo in grado di guidare le nostre auto, volare sui nostri aeroplani”. A proposito: Virgin America, dai 40 voli al giorno del primo anno, arrivò a 177 voli al giorno nel 2013, mentre aumentavano anche i passeggeri del gruppo Virgin in Australia. Klein sintetizza così il risultato di quelle promesse: “[Branson] ha avviato una baldoria di appalti che hanno visto le emissioni di gas serra delle sue compagnie aeree salire di circa il 40%”. Eppure l’idea di poter risolvere la crisi climatica senza cambiare abitudini, ma servendosi di soluzioni altamente tecnologiche, fa presa.

Bill Gates, altro grande filantropo, attraverso la Gates Foundation dal 2013 ha investito almeno 1,2 miliardi di dollari in BP ed ExxonMobil, prima di ravvedersi; ed è scettico sulle tecnologie rinnovabili esistenti – che già forniscono quasi la metà dell’elettricità in Germania – preferendo spendere milioni nella ricerca di sistemi per schermare parzialmente i raggi del sole e ripetere il suo appello ai governi perché investano in ricerca e sviluppo, per costruire macchine che assorbano il carbonio dall’atmosfera o per scoprire il modo per manipolare il clima. E neanche Elon Musk, fondatore di Tesla e sostenitore dei trasporti a emissioni zero, non disdegna il jet privato per i suoi viaggi, che nel 2018 sono stati equivalenti a circa sei giri intorno al mondo, e ora guarda allo spazio.

Elon Musk

Caso diverso è quello di Doug Tompkins, fondatore dell’azienda di abbigliamento e accessori per l’outdoor North Face, che ha fondato il Tompkins Conservation, un fondo attraverso cui ha acquistato vaste porzioni di paesaggio naturale per convertirle in parchi nazionali: 12 parchi fino a ora in Cile e Argentina, per oltre 14 milioni di acri protetti. L’opposto della filosofia di Bezos, per la quale bisognerebbe andare nello spazio per proteggere la Terra: un altro modo per mantenere inalterato lo stile di vita consumista, esportandolo se mai su altri pianeti dopo aver esaurito questo.

Le donazioni di queste categorie per l’ambiente forniscono l’occasione per riflettere sul pericolo insito nell’affidarsi alla filantropia dei miliardari per risolvere i problemi. Da un lato, infatti, si rinuncia alle trasformazioni socio-economiche che sarebbero necessarie ad affrontare adeguatamente la situazione perché, grazie all’intervento di un deux ex machina che, mano al portafogli, risolve i problemi, si può mantenere lo stato delle cose. Dall’altro lato, in questo modo ci si espone all’influenza dei benefattori sull’opinione pubblica, come sottolinea la ricercatrice Heather Alberro della Nottingham Trent University: la filantropia ad alti livelli è una forma di esercizio di potere. Aziende ricche come Amazon dovrebbero pagare la loro parte reinvestendo nelle comunità che le supportano e non ricevere incentivi fiscali per proseguire le loro pratiche sulle spalle dei servizi locali. Ad esempio, se le proprietà di Amazon fossero davvero tassate in base al loro attuale valore, con il ricavato si potrebbero sostenere i vigili del fuoco, attualmente sotto finanziati, come riporta Guy Saperstein sul Guardian. Non si possono fondare cambiamenti strutturali – come quello che deve avvenire attraverso la transizione ecologica – sull’iniziativa privata di pochi ricchi e sul loro buon cuore, visto che hanno in primis i loro interessi da difendere.

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