La Germania sta affrontando l'emergenza climatica. E l'Italia resta a guardare.

La presidente della Commissione Europea, la tedesca Ursula Von der Leyen, a dicembre scorso ha proposto un Green New Deal europeo, da attuare entro 100 giorni dalla sua entrata in carica del primo dicembre 2019. L’obbiettivo è la neutralità carbonica dell’Unione entro il 2050 e il “piano di investimenti per un’Europa sostenibile” sta iniziando a prendere forma: è di qualche giorno fa l’annuncio di investimenti per almeno mille miliardi di euro in 10 anni tra fondi pubblici e privati. “Se lo facciamo bene – aveva detto Von der Leyen a novembre – scopriremo che vi sono grandi benefici nel finanziamento verde […] C’è un’interdipendenza tra finanze pubbliche in ordine e sufficiente margine di manovra a favore degli investimenti”. Una presa di posizione netta contro il green washing e a favore di iniziative concrete – per risollevarsi dopo il sostanziale fallimento della COP25 a Madrid – che rispecchia quella della Germania, Paese che ha deciso di accelerare nel proprio ruolo di traino europeo, anche sul piano ambientale e che noi dovremmo prendere come esempio.

L’Unione europea, in colpevole ritardo, sembra prendere la direzione giusta dopo la dichiarazione di emergenza climatica e ambientale da parte del Parlamento Europeo – con 429 voti a favore, 225 contrari e 19 astenuti – e la risoluzione per chiedere che la Commissione presentasse al più presto la strategia. E la Commissione ha risposto, annunciando le iniziative del Green New Deal rispettare l’impegno del taglio del 40% delle emissioni entro il 2030 per inseguire l’obbiettivo di 1,5 gradi di aumento delle temperature. E il “meccanismo per la transizione giusta”, un fondo di 100 miliardi per il periodo 2021-2027 a sostegno ai Paesi più legati ai combustibili fossili, di cui una fetta spetterebbe anche all’Italia. Tra le iniziative più significative c’è quella della Banca Europea per gli Investimenti (BEI), che ha accettato di eliminare gradualmente i finanziamenti ai combustibili fossili nei prossimi due anni: dopo il 2021 non finanzierà più progetti nel petrolio, nel gas e nel carbone, un passo verso quella neutralità carbonica che dovrebbe renderci il primo continente climate neutral a metà secolo.

Ursula von der Leyen

Von der Leyen vuole rendere la Banca europea per gli investimenti una “banca del clima”: il risultato, infatti, sarà il potenziale recupero di un miliardo di miliardi (cioè un trilione) di euro, da destinare ai fondi per la transizione economica europea verso le energie pulite. Un passo logico, se è vero che la Bei “eroga prestiti a condizioni favorevoli per progetti che sostengono obiettivi dell’Ue”. Ma allo stesso tempo un cambiamento non da poco se si pensa che la Bei ha prestato, nel solo 2018, circa due miliardi e mezzo di euro alle compagnie di energia fossile elargendo, tra le altre cose, il maggiore prestito alla Trans Adriatic Pipeline (TAP) per portare gas dal Mar Caspio in Europa. La svolta della Bei arriva in ritardo sulle attese degli ambientalisti, ma in compenso limita anche prima del 2021 il finanziamento di nuovi progetti nei combustibili fossili, conservando solo quelli già in fase di approvazione. Questo crea problemi per l’industria del gas, che ha già progetti per i prossimi cinque anni per oltre 180 miliardi di euro. Per fare richiesta di fondi alla Bei, infatti, i progetti dovranno dimostrare di produrre un chilowattora emettendo meno di 250 grammi di anidride carbonica. Per gli ambientalisti resta il rischio che falle negli impegni presi vincolino i Paesi europei alle fonti fossili per decenni e che la Bei continui a supportare i progetti inseriti prima del 2022 nella lista di quelli “di interesse comune” dell’Unione, di cui circa 50 sono al momento papabili. Le preoccupazioni sono motivate anche dall’azione di lobbying che ha ritardato la decisione della Bei, che sarebbe ancora sottoposta all’influenza delle industrie inquinanti, estremamente potenti, come ha sottolineato il Guardian portando alla luce le somme che le maggiori banche d’investimento mondiali hanno riversato nei nuovi progetti incentrati sul carbone, anche dopo l’Accordo di Parigi del 2016.

Sono rischi che non possiamo permetterci, tanto più che nel 2018 nessuno dei Paesi membri del G20 stava facendo abbastanza per la difesa del clima, rendendo impossibile rispettare gli Accordi di Parigi: è quanto emerso dal report Brown to green pubblicato a novembre. Qualche spiraglio arriva oggi dall’Europa, trainata – ancora una volta – dalla Germania. Questa, da Paese intensamente industrializzato e densamente inurbato, per anni è stata troppo timida nell’assumere decisioni nette per tagliare le proprie emissioni, in gran parte a causa della propria dipendenza energetica dal carbone; ma oggi sembra essere all’avanguardia nella messa in atto di questi piani. I livelli di emissioni in Germania sono crollati in modo sostanziale nei primi anni Novanta, quando una parte consistente dell’industria della Germania Est, estremamente inquinante, è stata chiusa per la crisi conseguente al crollo della Ddr. Considerando che ancora nel 2016 oltre il 60% della domanda energetica per elettricità e riscaldamento era soddisfatta dai combustibili fossili – mentre il settore dei trasporti dipende largamente dal petrolio – il Paese negli ultimi anni ha mosso passi importanti; il governo oggi incoraggia – anche sostenendo con finanziamenti pubblici la ricerca – l’innovazione ecologica, forte specialmente nelle energie rinnovabili, che nei primi tre quarti del 2019 ha prodotto nel Paese il 50% di energia in più rispetto a lignite e carbone bituminoso; e questo grazie agli investimenti che hanno permesso un miglioramento della tecnologia, come avviene nel settore idrico, tanto che oggi il 90% delle acque balneabili in Germania è di qualità eccellente.

Dopo il dialogo iniziato nel 2015 che coinvolse Land federali, i comuni, le associazioni e i cittadini, nel 2016 il governo di Berlino adottò un Piano d’Azione per il Clima 2050, basato su studi scientifici e alla luce degli Accordi di Parigi. L’obiettivo ultimo era la neutralità carbonica entro il 2050 e sul medio termine, entro il 2030, il taglio alle emissioni di almeno il 55% rispetto ai livelli del 1990: gli stessi numeri adottati oggi dall’Unione europea. Il Piano delinea per ciascun settore obiettivi e misure strategiche e stabilisce le linee guida per monitorarne i progressi: con l’espansione delle energie rinnovabili e il graduale abbandono delle fonti fossili, oggi la meta per il settore energetico è sforbiciare le emissioni di oltre il 60% nel 2030, mentre per l’industria è fissata al 50% circa, per il settore dei trasporti al 40% e per l’agricoltura a più del 30%, compreso un taglio significativo delle emissioni di protossido d’azoto, legato all’abuso di fertilizzanti.

Da Paese che si colloca tra i maggiori consumatori mondiali di carbone – che forniva fino a poco tempo fa ancora il 40% dell’elettricità – e da maggiore produttore e consumatore di lignite al mondo, la Germania ha deciso di chiudere tutti i suoi 84 impianti energetici a carbone nei prossimi 19 anni, per rispettare i propri impegni internazionali nella lotta al cambiamento climatico. L’abbandono delle centrali a carbone si somma alla chiusura – da completare nel 2022 – di quelle nucleari, decisione presa dopo il disastro di Fukushima del 2011, scelta controversa dettata forse da una reazione “di pancia”, dato che il nucleare è tutto sommato – se gestito correttamente e sottoposto a tutte le verifiche di sicurezza – una fonte energetica pulita. In questo modo, comunque, entro il 2040 la Germania conterà necessariamente sulle energie rinnovabili per produrre tra il 65% e l’80% del proprio fabbisogno energetico. Queste, avvenuto il sorpasso, già oggi forniscono oltre il 40% dell’elettricità, ma la transizione non si prospetta facile, considerando che intere regioni tedesche basano ancora la propria economia sul carbone: in loro supporto andranno circa 45 miliardi di euro stabiliti dal Piano d’Azione per il Clima 2020. Ancora oggi, infatti, sono circa 20mila i posti di lavoro dipendenti direttamente da questo settore e altri 40mila vi sono legati in modo indiretto, e nonostante ciò la coscienza ambientalista dei cittadini prevale: più del 70% dei tedeschi si dichiara a favore di un’accelerazione nell’abbandono del carbone.

Una strategia parallela messa in atto dal governo è quella di aumentare la copertura boschiva del territorio tedesco, puntando sulla conservazione delle foreste esistenti, sul loro rinfoltimento e sull’accrescimento della loro capacità di ridurre le emissioni di anidride carbonica, sequestrandola dall’aria e dal suolo. Altre misure includono la gestione sostenibile delle foreste e l’utilizzo del legname, la conservazione dei pascoli permanenti, la protezione delle torbiere e lo sfruttamento del potenziale della foresta naturale di mitigare il climate change. Nel complesso, si tratta di un insieme di iniziative che collocano la Germania a livello europeo e mondiale tra i Paesi che recentemente hanno accelerato nell’applicazione delle misure in favore del clima. D’altro canto non ha altra scelta che farlo, e lo sa, considerando che ha mancato l’obiettivo, fissato per il 2020, di tagliare del 40% le proprie emissioni carboniche rispetto ai livelli del 1990.

Se da un lato ambientalisti ed esperti non sono particolarmente impressionati dalle recenti iniziative tedesche, dall’altro, se tutti i Paesi europei si ponessero obiettivi analoghi e si impegnassero allo stesso modo per raggiungerli, potremmo stare un po’ più tranquilli quanto al futuro ambientale dell’Europa. Dovremmo fare lo stesso anche in Italia, se vogliamo davvero diventare leader nella lotta al cambiamento climatico. Cosa che potremmo essere, con un potenziale rappresentato da solare, eolico e idroelettrico in crescita – avendo soddisfatto, nel 2017, il 18,3% della domanda energetica italiana – ma ancora non sfruttato appieno, a cui si contrappongono oltre 18 miliardi di euro annui di sussidi alle fonti fossili, cifra che, se rapportata al Pil, supera quella della Germania. I nostri vicini tedeschi, in questo caso, sono il modello a cui guardare.

Segui Silvia su The Vision
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: