Il nostro corpo non è solo un oggetto tra le cose del mondo, ma il mediatore della nostra coscienza - THE VISION

Il corpo è il primo e il più naturale strumento dell’uomo, scriveva l’antropologo francese Marcel Mauss, anticipando l’importanza di ragionare su come le dinamiche storiche e identitarie siano strettamente correlate alla storia della percezione della nostra sfera corporale. Se nella società tradizionale l’idea del corpo coincideva con quella della comunità ed era posta in stretta continuità con il cosmo, è con la separazione tra pensiero e fisicità che si è determinato l’emergere di un soggetto pensante che non è più il suo corpo, ma che ha un corpo. Questa distanza che abbiamo posto ci permette di concepirlo come un attributo o una protesi di qualcosa di più alto – la coscienza, direbbero i filosofi –, trasformandolo in uno spazio neutro da poter modificare, espandere o negare. L’idea contemporanea del corpo appare così come il risultato di una multipla recisione – con il mondo, con gli altri e con noi stessi –, nonchè una costruzione in cui si cercano di condensare codici, significati, segni e simboli per integrare reciprocamente il nostro sé nel mondo e il mondo in noi. In un’epoca in cui più lo si analizza e lo si esibisce, meno sembra esistere, il nostro corpo radiografato, analizzato, fotografato è paradossalmente diventato solo un oggetto tra le tante altre cose del mondo. “I nostri corpi non sono più i soggetti attivi delle nostre esistenze”, scrive il duo di artisti Elmgreen & Dragset nell’introduzione a Useless Bodies?, una delle indagini tematiche più estese mai realizzate da Fondazione Prada, visitabile fino al 22 agosto. “Diversamente da quanto accadeva nell’era industriale, oggi non generano più valore all’interno degli avanzati meccanismi produttivi tipici della società contemporanea. Si potrebbe addirittura affermare che le nostre identità fisiche siano diventate più un ostacolo che un vantaggio”. 

Concepita per quattro spazi espositivi e il cortile della sede milanese, per un totale di oltre tremila metri quadrati, Useless Bodies? investiga lo status del corpo nell’era post-industriale e l’influenza che questo cambiamento ha su ogni aspetto della nostra vita, dalle relazioni alla salute, fino al lavoro, alle case che abitiamo e alle nuove modalità di fruire e subire le informazioni. Centrale nell’indagine è la percezione della propria fisicità, su cui il visitatore è portato a riflettere grazie a un continuo gioco di accumulo e vuoti che inevitabilmente parla all’esperienza di tutti. Se rispondere alla domanda ”Cos’è un corpo?” resta un tema complesso e sfaccettato, viziato da una concezione meccanicistica sempre più pervasiva che lo concepisce come un insieme di parti meccaniche e biologiche che possono essere smembrate e riorganizzate per scopi diversi, esponendolo così al post umano e a nuove forme di ibridazione, oggi è impossibile parlare di corpi senza evidenziare il ruolo biopolitico che lo spazio pubblico ha nel modellarli e la limitata rappresentazione di uno spettro più ampio di identità e tematiche legate al genere. È così che nei confini luminosi e aperti del Podium, con la sua trasparenza, Elmgreen & Dragset creano un mosaico delle forme di mascolinità concesse nella storia. Gli uomini sono infatti al centro di una sovrapposizione di stimoli diversi, di aspettative di virilità abbastanza irrealistiche, che escludono chiunque non si conformi ai modelli egemoni. Capita così di sentirsi a disagio se siamo troppo alti o troppo bassi, troppo magri o troppo grassi, sicuramente mai abbastanza muscolosi né prestanti, se perdiamo i capelli, se la barba non ci cresce folta come vorremmo, se la voce è più alta di quella profonda di nostro nonno. Tutto nella società concorre continuamente a inchiodare ogni uomo al suo status di maschio, dividendo la comunità tra ciò che è maschile e ciò che femminile. Se in alcune epoche, per dimostrare la propria virilità, divenne di moda imbottire i pantaloni con l’ovatta per far sembrare più grossi i genitali, appare ironico che la prima scultura che si incontra nello spazio – dove il duo di artisti fa comunicare opere contemporanee con statue neoclassiche, permettendogli di raccontare una storia diversa da quella per cui sono state realizzate – sia il Gladiatore Farnese datato 190-199 d. C., in prestito dal Museo Archeologico di Napoli, evirato del proprio fallo. 

In un complesso sistema di sguardi e rimandi, Elmgreen & Dragset aprono un dialogo tra “ora” e “prima”, mettendo in discussione la definizione storica del ruolo dell’”uomo”. Alle statue in bronzo, dalle linee dei muscoli intensamente definite, fanno da contraltare le raffigurazioni della mascolinità contemporanea. È così, per esempio, che l’atleta, non più colto in uno slancio d’azione, appare affacciato a un balcone con indosso i pantaloni della tuta. A guardarli da vicino e collettivamente, questi nuovi ragazzi immortalati nel tempo, si ha come la sensazione che a muoverli tutti sia un sentimento di aspirazione: c’è chi parandosi gli occhi dalla luce cerca di guardare il mondo attraverso il vetro, chi ha vinto una medaglia, chi guarda un fucile dorato appeso al muro, chi si aliena con un visore VR in una realtà altra. Passandoci accanto, sembrano mossi – se non costretti – dalla necessità di emulare gli uomini presenti nelle loro vite.  La mascolinità può essere infatti intesa come una pratica condivisa e tramandata, uno strumento trasversale e interclassista atto a mantenere – spesso inconsciamente – una ben definita gerarchia di potere, modellata sulla base dell’osservazione degli schemi imperanti: la vittoria, la violenza, il controllo. Al potere acquisito si contrappone però la pressione sociale, la paura del fallimento. Portando in primo piano le mediazioni dell’identità maschile spesso omesse dai media o dalla storia  – o concesse per stabilire cosa fosse necessario escludere –, in questa piazza straripante di uomini il duo di artisti pone anche He, una versione maschile della Sirenetta danese realizzata nel 2013.  Dato che il sito della scultura pubblica è il molo di un ex cantiere navale,  all’epoca dello svelamento qualcuno non la ha ritenuta abbastanza mascolina per rappresentare l’immagine di un operaio.  A sancire la mancata certificazione di maschio per il ragazzo è la posa assunta: le gambe di lato, quasi piegate a mo’ di coda di sirena, una posizione tradizionalmente considerata pertinenza del femminile, e quindi in quanto tale meritevole di essere escluso, dominato e rinnegato.

Non a caso l’unica figura femminile presente in tutta l’esposizione è Pregnant White Maid, accostata a Invisible, un bambino rannicchiato che sembra volersi proteggere. “Purtroppo per molte persone, soprattutto donne, la prospettiva della servitù non è una cosa del passato. L’uniforme può anche essere scomparsa in molti luoghi di lavoro, anche per il personale domestico, ma ciò non significa che le gerarchie e gli squilibri del potere non siano ancora attuali. Anzi, si sono rafforzati e al tempo stesso sono diventati più difficili da individuare e da affrontare direttamente”, spiegano gli artisti.

Dalle restrittive leggi sull’aborto alla scarsità di ruoli apicali femminili, il genere e la sessualità sono da sempre utilizzati per definire le gerarchie di potere in ogni ambito della società. Basti pensare alle discriminazioni subite dai corpi trans, non bianchi o non eterosessuali, che nell’installazione esterna The Outsiders dialogano anche con la repressione dei diritti LGBTQ+ nella Russia di Putin, mostrandoci due uomini, Yuri e Igor, abbracciati mentre dormono all’interno di un’automobile. O al lavoro di cura, cancellato da ogni politica e addossato, gratuitamente, sulle spalle delle donne. Eppure vedere e riconoscere il lavoro che permette di realizzare o mantenere qualcosa è fondamentale per il rispetto dell’equità e della giustizia sociale. 

È così che nel piano superiore del Podium, Elmgreen & Dragset rendono concreta l’incapacità del corpo di trovare spazio negli ambienti di lavoro post-industriali. L’intera stanza è trasformata in un ufficio abbandonato, dove file infinite di postazioni di lavoro modulari si ripetono uguali a se stesse, ottimizzando lo spazio per la produttività senza che vi sia alcuna presenza umana. È l’uno che si moltiplica fino a cancellarsi. Uno scenario a cui la pandemia ci ha abituato negli ultimi due anni, ma che era stato ideato prima dell’emergenza sanitaria, prima che gli uffici perdessero la loro componente identitaria e venissero riconosciuti i limiti di una considerazione totalizzante del lavoro per la costruzione del sé. Poteva rischiare di sembrare una proposizione apocalittica del futuro e, invece, ha assunto l’incisività della consapevolezza del presente. Ecco chi siamo, ma cosa saremo? Siamo i soli esseri umani a vagare tra le file vuote, in alcune postazioni segni dimenticati di una vita: delle fotografie di una famiglia, il disegno di un bambino appeso al muro, una cravatta dimenticata su una sedia. In un’epoca in cui del nostro corpo è valorizzata la sua proiezione virtuale e bidimensionale, cosa ci resta da sperare? Di esserci liberati definitivamente di un ostacolo o di riuscire a recuperare la capacità di rendere la nostra fisicità un tramite per scoprire il mondo? Se il nostro valore si calcola in termini di ciò che produciamo – o di dati che permettiamo di collezionare – e non sulla base del nostro rapporto con la comunità, con gli altri, forse riappropriarci del nostro corpo è sia il mezzo per scardinare questo paradigma che la sua conseguenza. 

A cambiare non sono solo le architetture destinate al lavoro, ma anche gli ambienti domestici. Nella galleria Nord di Fondazione Prada Elmgreen & Dragset proseguono infatti la loro esplorazione del significato di “casa” iniziata in occasione della 53ma Biennale di Venezia del 2009, ricreando un immaginario futuristico ideato per essere esposto più che vissuto. Nessun oggetto – la cucina, il divano dove nessun corpo può comodamente trovare spazio, una copia digitale del Quarto Stato appesa alla parete, nella cui parte inferiore viene riportato in tempo reale il valore del patrimonio del proprietario immaginario dell’appartamento, ricordandoci quanto scarso sia il nostro – sembra soddisfare le necessità fisiche o stimolare alcuna attività quotidiana.

La trasformazione degli oggetti da parte dei due artisti non si esaurisce nel renderli inospitali. Nel cortile dell’istituzione sono infatti presenti segnali stradali la cui superficie non riporta le indicazioni a cui siamo abituati, ma specchi in cui rifletterci e cogliere ognuno un punto di vista diverso dello spazio.

Una sezione del muro di Berlino ospita invece un bancomat reso inutilizzabile, acquisendo un triplice significato: farsi memoriale della divisione della Germania prima del 1989; monumento che ricorda la fine della sensazione che tutto fosse possibile seguita alla caduta del Muro; monito contro la svendita della Storia e della città.

A farci compagnia in questo ambiente ostile sono due epifanie dei nostri futuri possibili: un cane robot, sicuramente più a suo agio e integrato di noi, premonizione delle sempre più frequenti soluzioni artificiali con cui soddisferemo i nostri bisogni, anche emotivi; un corpo, di cui non vediamo che i piedi, l’unica parte non coperta da un lenzuolo e che fuoriesce da una cella posta nell’obitorio del salotto di casa. Non ci è concesso conoscerne l’identità: la sua presenza parla di lui e di noi in modi eloquenti. In una società in cui la morte è stata allontanata e resa qualcosa di spaventoso e non più naturale, il timore di una malattia incurabile mina la speranza di ritardare indefinitamente la fine della vita. Eppure il rapido progresso scientifico e le tecnologie post-umane che instillano in noi il sogno di poter essere una macchina ci chiedono di avere fiducia: per avere una possibilità di essere immortali tutto ciò che dobbiamo fare è raggiungere il futuro. Per coloro che non vi riescono, la crioconservazione sembra costituire un’alternativa allettante: d’altronde, pur essendo basse le probabilità di essere resuscitati dal ghiaccio e guariti, per vivere indefinitamente, sono sicuramente più alte della possibilità di risorgere dalle ceneri. Ma il desiderio altrui ha a che fare anche con la perdita della ritualità collettiva del dolore, diventato una questione privata. Non stupisce allora che, costretti a seguire l’obbligo del divertimento a tutti i costi, abbiamo finito per piangere e conservare i nostri defunti in una parete di casa. La sempre maggiore esposizione pubblica del nostro corpo, ricercata a ogni costo, ha infatti effetti diretti anche nel nostro privato: nel modo in cui modifichiamo e adattiamo noi stessi e il nostro ambiente per poterci mostrare ed essere apprezzati di più.

Tra le immagini in cui il corpo si è frammentato nella contemporaneità vive appunto quella della messa in scena, della perfezione costante, che di rimando  alimenta una vergogna diffusa di essere se stessi, un senso di inadeguatezza che ci porta a rimodellare il nostro fisico. È in questo contesto che mentre le innovazioni tecnologiche sembrano aver reso i nostri corpi praticamente inutili, i settori di wellness, tempo libero e salute continuano a espandersi vendendoci il sogno del corpo perfetto.

Così i tre ambienti della Cisterna, lo spazio finale, sono trasformati in una spa desolata, con una piscina e uno spogliatoio in disuso. “Il corpo è un’invenzione della vostra generazione”, scriveva Daniel Pennac nel diario lasciato alla figlia Lison. “Almeno per l’uso che se ne fa e per lo spettacolo che viene dato.” Ma cosa resta del corpo originale, mutilato per crearne questa nuova versione? Idealmente tutto, ma abbiamo solo finito per dimenticarcelo. E allora restiamo lì, appesi al filo sottile da cui siamo caduti, come la scultura centrale del trittico finale. Il centrarsi attorno alla nostra incarnazione potrebbe aprire la strada a una relazione radicalmente diversa con le nostre comunità e persino con il “corpo” più ampio della Terra.

Ripartire dal desiderio, recuperare l’elettricità perduta dei nostri corpi è una lotta costante contro l’alienazione a cui siamo soggetti e che contribuiamo ad alimentare ma che potrebbe essere la risposta alla domanda che ricorre in tutta la mostra. Il corpo vissuto non è solo un inutile oggetto tra le tante cose del mondo, ma il mediatore della nostra coscienza nel cosmo.

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