Homo homini lupus. Perché l’uomo fa ancora guerra all’uomo. - THE VISION

È il 1964 e in un’area deserta del Sudan settentrionale, non molto distante dal confine con l’Egitto, un team di archeologi guidato dallo statunitense Fred Wendorf porta alla luce dei reperti dalle caratteristiche particolarmente insolite. Sono i resti di un gruppo di sessantuno uomini, di cui tredici bambini, sepolti in quello che verrà chiamato “Sito 117”, o cimitero di Jebel Sahaba, risalenti al tardo pleistocene e quindi vissuti intorno all’11.740 avanti Cristo. Ciò che colpisce è che la metà di essi sono deceduti per morte violenta e mostrano traumi cranici, zigomi e costole lesionate nonché chiari segni di ferite dovute ad armi da taglio. Nei loro corpi sono stati inoltre rilevati frammenti di pietra, con ogni probabilità provenienti dall’utilizzo di lance, frecce e altri strumenti mortali. La scoperta della squadra di Wendorf testimonia, a oggi, la più antica prova storica di un conflitto armato tra gruppi umani. Il 28 novembre di quello stesso anno il presidente degli Stati Uniti Lyndon B. Johnson, insediatosi alla Casa Bianca in seguito all’attentato a John F. Kennedy, concordava con diversi membri del Consiglio di Sicurezza Nazionale l’intensificazione della campagna di bombardamenti su Laos e Vietnam del Nord. Era l’inizio della fase più acuta della guerra del Vietnam, conflitto che si sarebbe trascinato per altri dieci anni, registrando più di 2 milioni di vittime vietnamite e 60mila morti statunitensi.

Guerra del Vietnam (1955-1975)

La tendenza al conflitto e alla guerra è senz’altro uno dei più rilevanti e significativi tratti antropologici che caratterizzano l’essere umano in tutto il suo percorso evolutivo dalla preistoria ai giorni nostri. Ciò che accomuna queste due storie, infatti, all’apparenza distanti è il loro essere generate della stessa categoria di istinti umani, ovvero quella che sembra un comportamento sistematico dell’uomo: l’imporsi attraverso il conflitto bellico e l’omicidio. Dopotutto, nell’arco di una decina di migliaia di anni troviamo mutati i soli mezzi, che da rudimentali si sono fatti sempre più complessi e distruttivi, grazie alle scoperte della scienza e l’uso intensificato della tecnologia.

Fred Wendorf e i suoi collaboratori durante le ricerche nel cimitero di Jebel Sahaba, anni 60 © British Museum

Come si sia sviluppato e progressivamente affermato l’istinto bellico è un quesito che gli esseri umani si sono posti per secoli. Un’ipotesi tra le più convincenti e verificabili colloca la genesi del concetto di guerra in concomitanza alla formazione delle prime società collettiviste di cacciatori-raccoglitori attorno al 13.000 avanti Cristo. Questo periodo, infatti, coincise con la fine dell’ultima grande era glaciale che, in seguito allo scioglimento dei ghiacci che ricoprivano gran parte dell’emisfero settentrionale, portò importanti cambiamenti all’ecosistema terrestre. In questo contesto di mutamento generale, gli uomini dovettero adattarsi e ingegnarsi per sopravvivere a un ambiente ostile. Nacque quindi la necessità di organizzarsi in piccoli gruppi al fine di procacciare risorse utili allo sviluppo biologico e allo scopo di proteggere la comunità da attacchi nemici. La guerra, dunque, sorgerebbe in parallelo alla formazione dei primi villaggi umani, come metodo di appropriazione di risorse altrui e di difesa del gruppo dalle minacce esterne. Ciò che ci si chiede è se si potrà mai raggiungere uno stato caratterizzato dal prevalere della pace su tutti i popoli del mondo.

Statisticamente parlando, in Europa, il periodo comprensivo degli ultimi settantacinque anni è di eccezionale singolarità per due aspetti. Primo, l’assenza pressoché totale di conflitti tra gli stati Europei che nel corso degli ultimi secoli produssero devastazioni su larghissima scala. Grazie all’istituzione di organismi sovranazionali come la NATO, le Nazioni Unite e l’Unione europea risulta inconcepibile, a oggi, che uno stato come il Regno Unito possa entrare in guerra contro la Germania o che la Turchia rivendichi l’antico dominio del Peloponneso muovendo guerra contro Atene.

Ufficio delle Nazioni Unite, New York

È poi dagli anni Settanta che si sta registrando un crollo generalizzato a livello mondiale del numero di morti in guerra per ogni centomila persone. Nel corso degli anni duemila, per esempio, solo l’1% delle morti complessive fu da attribuirsi a un conflitto bellico contro il 15% appartenente all’epoca delle società agricole. Oggi, il numero di suicidi supera ampiamente quello di morti violente per mano altrui. Tra le prime pagine del suo best seller, Homo Deus, lo storico israeliano Yuval Noah Harari ci ricorda che nel 2012 lo zucchero fu un’arma ben più letale della polvere da sparo: i decessi per diabete, malattia sviluppatasi con l’aumento della sedentarietà e l’iperalimentazione, furono dieci volte tanto quelli registrati in guerra. Il periodo di “lunga pace” che stiamo vivendo sarebbe, continua Harari, il risultato di decenni di integrazione commerciale e di corsa agli armamenti nucleari che hanno reso le superpotenze globali sempre più restie e disincentivate all’idea di innescare nuovi conflitti mondiali. Si pensava che l’umanità fosse giunta a un grado di consapevolezza per cui, complici anche strutture di politica internazionale molto più coese e complesse di un tempo, si fosse riusciti a imporre l’uso della ratio economica e geopolitica sulle primordiali pulsioni di conquista e annientamento che caratterizzarono gli anni della guerra fredda e non solo.

Ronald Reagan e Michail Gorbačëv stipulano il trattato INF alla Casa Bianca, Washington DC, 1987

L’idea che un mondo segnato da pace perpetua sia una meta realisticamente perseguibile nasce e acquisisce successo a partire dall’Illuminismo. È infatti durante il Settecento dei lumi, secolo carico di fiducia, speranza e utopie politiche, che pensatori come Jean Jacques Rousseau, Montesquieu e Immanuel Kant pongono le basi teoriche di concetti avveniristici quali le confederazioni europee e gli organismi di governo sovranazionali creati allo scopo di limitare le volontà dei singoli monarchi. La causa prima dei conflitti, secondo Rousseau, era proprio la moderna struttura statale, nata con l’idea di nazione sovrana: il sentimento di appartenenza collettiva di un popolo sarebbe ciò che genera la visione divisiva e binaria del “noi contro loro”. Similmente a quanto teorizzato in precedenza dal filosofo britannico Thomas Hobbes, l’uomo più forte tende per natura all’abuso di potere nei confronti del più debole, dunque lo stesso concetto può essere utilizzato per una nazione. L’unica via d’uscita da un ordine mondiale assoggettato al desiderio di dominio di tanti Stati e regni indipendenti poteva quindi essere rappresentata solo dalla fondazione di organismi super partes individuati in entità giuridiche internazionali capaci di disincentivare la guerra tra i membri. Una sorta di Organizzazione delle Nazioni Unite ante litteram, che, almeno per un periodo sembra infatti aver avuto successo, ma non è stato sufficiente.

Guerra in Ucraina, 2022

In uno studio pubblicato nel 2017, i ricercatori Pasquale Cirillo e Nassim Nicholas Taleb sfatano il mito della “lunga pace” da un punto di vista puramente statistico. Prendendo in considerazione l’intera serie storica disponibile sulla proporzione di morti per conflitto a partire dal 1400, non è infatti possibile sostenere che il periodo analizzato – gli ultimi vent’anni circa – rappresenti un prossimo cambio di tendenza volto al prevalere della pace. La flessione al ribasso vista negli ultimi decenni rientra nelle variazioni storiche registrate nei secoli passati e non appartiene a un periodo sufficientemente lungo per trarre conclusioni generali. Affermazioni che oggi ci sembrano naturalmente plausibili, alla luce dell’invasione russa dell’Ucraina. 

All’interno del dibattito sembra inoltre sussistere un errore intrinseco che il filosofo contemporaneo Bertrand Russell denunciava già in un trattato scritto all’indomani della fine della prima guerra mondiale: Perché gli uomini fanno la guerra. Affermare che la decisione di provocare una guerra sia un atto dettato meramente dall’irrazionalità e da un brutale impulso di violenza dell’umano è infatti parzialmente scorretto; la maggior parte dei conflitti, specialmente quelli moderni, sono concepiti dopo anni, se non decenni, di lucida e razionale pianificazione logistica, politica e ingegneristica.

Bertrand Russell

Il conflitto armato è assurdo per chi lo vive in prima persona, oppure per chi lo osserva da lontano, non certo per chi lo orchestra. Il paradosso della guerra è che nel momento in cui questa prende il sopravvento interi Stati e i relativi sistemi ideologici cessano temporaneamente di esistere per come si era abituati a conoscerli, lasciando spazio a una nuova logica unica e universale: la lotta collettiva e la perdita dell’individualità. Imperativi categorici che riteniamo fondamentali e imprescindibili come le libertà individuali e il diritto alla vita vengono improvvisamente sospesi, congelati dalla tempesta ideologica generata dallo scoppiare di qualsiasi guerra. La nazione, se liberale, muta da uno Stato garante delle libertà politiche, di pensiero e d’espressione a un unico grande organismo implicitamente totalitario la cui popolazione diventa strumento per la realizzazione delle ambizioni di guerra o la difesa della propria cultura.

Gli ultimi  svolgimenti politici ci stanno dimostrando che la presenza di organizzazioni internazionali atte a garantire la pace comune e a risolvere diplomaticamente le controversie nazionali non è sufficiente a limitare l’esistenza delle guerre. L’Onu, organismo intergovernativo che conta 193 Paesi membri e il cui scopo è il mantenimento di un contesto di pace mediante l’accrescimento di fiducia reciproca tra Stati, nella pratica risultò impotente e paralizzata già a partire dagli anni Cinquanta nelle crisi Coreane e del canale di Suez, per non menzionare i più recenti conflitti del Kosovo e delle guerre del golfo.

Guerra del Golfo (1990-1991)
Guerra del Kosovo (1998-1999)

L’idea di riunire tutte le nazioni e consolidarne i rapporti attraverso un più alto impianto politico si attiene pur sempre alla sfera logica della razionalità pacifica e democratica. Se all’interno di questa organizzazione dovessero essere presenti Paesi, o blocchi di Paesi, dalle ambizioni, culture e interessi eterogenei allora risulterebbe impossibile evitare la nascita di visioni contrapposte e pensieri d’appartenenza nazionale di cui la volontà di guerra si nutre. Einstein nel 1932 scrisse una lettera a Sigmund Freud domandandogli potenziali soluzioni al problema della pace nel mondo. La risposta dello psicanalista austriaco fu netta: l’unica speranza, per Freud, era rappresentata dal progresso umano, e quindi da un percorso di incivilimento e modificazione psichica attraverso cui si sarebbe potuta formare una società “riluttante alla guerra”. 

Sigmund Freud

Il perdurare della pace, infatti, anche in epoca capitalista non è un fenomeno naturale e di per sé spontaneo, ma deriva da grandi sforzi collettivi, compiuti indirizzando le pulsioni umane e politiche al fine del bene comune e dell’intelletto. È invece il conflitto, “padre di tutte le cose” – il polemos degli antichi greci a costituire l’espressione istintiva e primordiale dell’essere umano; ma non tutto ciò che è spontaneo, “naturale”, è accettabile a priori, men che meno oggi, in cui di naturale è rimasto ben poco e la nostra esistenza risponde a tutt’altre regole. Credere che la rivoluzione liberista e lo sviluppo delle società democratiche abbiano costituito un cambio di direzione definitivo verso una società superiore e intrinsecamente pacifica si rivela un ragionamento ingannevole, che tradisce un eccesso di confidenza verso un sistema tutt’altro che infallibile. Non ci si può adagiare su un pigro e presuntuoso lassismo, dettato dalla fiducia incondizionata nei confronti delle nostre istituzioni, ma è necessario ricordarci che, come sosteneva Rousseau, se per conservare la pace c’è bisogno di un grande sacrificio collettivo, per sprofondare nella guerra è sufficiente la volontà di potenza di una manciata di individui.

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