Come Bianciardi ha previsto la vita dei 30enni di oggi

I trentenni di oggi credono di avere dei problemi che nessun’altra generazione ha mai avuto prima. Non è così. Le difficoltà economiche, lavorative e relazionali che viviamo ogni giorno non sono poi molto diverse da quelle affrontate da chi aveva la nostra età negli anni del boom economico.

Luciano Bianciardi, professore originario di Grosseto, lo capì sul finire degli anni Cinquanta, quando scrisse Il lavoro culturale, breve romanzo centrato sulla vita degli intellettuali nella provincia toscana postbellica. Poi nel 1960, con L’integrazione, portò i personaggi del primo libro a Milano, la grande città, mettendoli a confronto con le nevrosi dell’industria dell’editoria. Infine, nel 1962 elaborò il suo capolavoro, La vita agra, un’opera piena di amarezze, che racconta l’aborto di una rivoluzione personale basato su una storia vera, la sua: partito per far saltare in aria il palazzo del potere, il protagonista si ritrova immischiato nel sistema che voleva combattere. I tre romanzi compongono la cosiddetta Trilogia della rabbia.

Luciano Bianciardi

Bianciardi non era un autore alla moda. Era un uomo di poche parole, uno scrittore che ai salotti intellettuali preferiva lo studio, e la sua vita, finita a 49 anni per problemi di alcol, non ha contribuito a far conoscere le sue opere al grande pubblico. Ma l’immediatezza della sua scrittura e le sue riflessioni antisistema si rivolgono anche ai trentenni del Duemila: le opere di Bianciardi possono aiutarci a capire che alla base del nostro costante senso di inadeguatezza e delle nostre mancanze c’è il capitalismo.

Il benessere economico non viene dato solo dall’aumento della produzione, del reddito nazionale o dell’occupazione, ma anche dall’insorgere di bisogni nuovi, che non generano lotte tra fazioni diverse ma all’interno delle classi sociali.

Il peso della performance, la competitività nel lavoro e negli affetti: tutto diventa una corsa per accaparrarsi di più, che siano soldi, partner o attenzioni.

“Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia,” scrive Bianciardi nella Vita agra, “e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancia da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda. A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.

Ugo Tognazzi nel film La vita Agra diretto da Carlo Lizzani

La seconda lezione di Bianciardi invece è sul sistema. Tutto è sistema, anche il mondo della cultura. Nel Lavoro culturale, lo scrittore descrive gli intellettuali di Roma e di Milano con gli occhi di un uomo di provincia: la maggiore occupazione dei primi si risolve in un’enorme copula e nello scambio di partner, tanto che potrebbero essere disposti tutti su di un grande letto a duecento piazze; i secondi sono avvizziti al soldo delle multinazionali, senza più un’idea sincera. Iperboli o mezze verità che siano, Bianciardi è stato il primo a elaborare il concetto di “bracciantato intellettuale”. Fa parte di questa categoria l’intellettuale che svolge a tempo determinato mansioni dequalificanti, che impongono al lavoratore una condizione di indefinita precarietà e un ingiustificato sentimento di umiliazione. Il risultato distorto di queste politiche del lavoro, sostenute da un’opinione pubblica poco accorta, è quello di massificare lavori indispensabili in una società per l’elevazione culturale dei suoi cittadini.

L’integrazione e La vita agra hanno definito un nuovo settore economico, il “quartario”, del quale fanno parte tutte le persone che svolgono un lavoro misurabile dal punto di vista qualitativo ma non quantitativo.

“Come si misura la bravura di un prete, di un pubblicitario, di un PRM?”, si domanda Bianciardi, “Costoro non producono nulla, né trasformano. […] Non sono strumenti di produzione, e nemmeno cinghie di trasmissione. Sono lubrificante, al massimo, sono vaselina pura. Già nel pieno del boom economico, i lavori intellettuali sono stati sviliti a una prestazione finalizzata a un risultato redditizio: “Come tutte le professioni, anche queste di tipo quartario sono difficili: bisogna imparare il gergo, farsi credere indispensabili e trovare qualcuno che lo creda. La fatica pare che non sia poca.

Scene dal film Il merlo maschio, tratto dal racconto Il complesso di Loth

E nei libri dell’autore troviamo anche un’analisi ironica delle vicissitudini della sinistra italiana. La Trilogia della rabbia potrebbe considerarsi un pamphlet sulla prima parte, premonitrice, della storia moderna della sinistra nostrana. Un partito dotato di una struttura friabile, composto da membri spesso autoreferenziali e coinvolti in episodi grotteschi, come nella Vita agra, dove il capocellula è proprietario di un salone di toeletta al centro della città, e lavora come parrucchiere per cani al soldo delle ricche signore di Milano. Bianciardi descrive un partito che tende già ad allontanarsi dal suo elettorato, incapace di tradurre i cambiamenti in atto e più incline alla dissertazione che all’azione. “Ci sono troppe mezzeseghe in giro,” dice Corinto, il bidello del Lavoro culturale, “troppi preti, troppi intellettuali”, e si riferisce ai professori, ai ragionieri, a tutte le persone che svolgono un lavoro davanti a una scrivania.

Nella Vita agra è interessante anche il ruolo delle periferie. La periferia è il posto dove si scopre la città. Non si può dire di conoscere Parigi quando si sta barbicati a Montmartre: “Non può capire niente chi vive tutto l’anno al grande albergo e poi parte per quindici giorni di viaggi nel paese dei tagliatori di teste,” dichiara il protagonista. Le periferie e i posti di confine, fisici e dell’anima, sono i luoghi dove è più facile trovare solidarietà, i soli dai quali può partire la riscossa.

Il malessere e l’ossessione per i beni materiali sono sempre esistiti: in tempi di boom e di crisi. La soluzione proposta da Bianciardi è l’inattività: sublimare i bisogni materiali verso lo studio e il sesso, l’unica forma di libertà rimasta.

La sua anima anarchica auspicava il mondo felice desiderato da Luciano, protagonista della Vita agra, un “neocristianesimo a sfondo disattivistico e copulatorio”, dove la famiglia non esisterà e: “I rapporti sessuali saranno liberi, indiscriminati, ininterrotti e frequenti, anzi continui. Le donne spesso fecondate ingrasseranno ancora, e i bambini da loro nati saranno figli di tutti e profumeranno la terra. Noi li vedremo venir su forti e chiari e li educheremo alle arti canore e vocali, alla conversazione, all’amicizia, all’amore e all’intercorso sessuale non appena siano in età a ciò idonea”.

La nostra generazione non è composta da moderni Atlante condannati da un dio in doppiopetto a tenere sulle spalle l’intera volta celeste, o almeno, non siamo più meschini dei nostri coetanei di 50 anni fa. Se smettessimo di cercare la felicità solo nel benessere economico forse la vita acquisterebbe un significato diverso e diventeremmo più forti.

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