40 anni dopo, The Wall ci insegna ancora perché è importante abbattere i muri

Il 30 novembre 1979 i Pink Floyd pubblicano il concept album The Wall, un’opera rock che irrompe con eleganza sulla scena mondiale anche per la potenza del suo messaggio politico, che ancora oggi stupisce per la sua attualità. I temi affrontati nel disco sono universali e questo continua ad assicurare il suo successo: i muri fisici e psicologici che dividono gli esseri umani, la politica sempre più autoreferenziale e lontana dalla realtà, i sistemi scolastici castranti, la pesante eredità lasciata dalle generazioni passate. The Wall dipinge una realtà a noi ancora molto affine.

L’album racconta il viaggio interiore di Pink, alter ego di Roger Waters – cofondatore, autore, cantante e bassista del gruppo. Pink è un musicista rock che subisce l’alienazione di una vita costantemente sotto i riflettori, ma anche la solitudine di rapporti umani meschini e freddi. Pink ricorda il dolore della perdita del padre – proprio come Waters, che perse il genitore nel 1944 durante la Seconda guerra mondiale – convive con i danni di una madre iperprotettiva, piange la fine del suo matrimonio, accusa la scuola per i traumi subiti, critica i governi per le continue bugie propinate ai cittadini. Ogni delusione, ogni dolore che il mondo ha inflitto a Pink è “another brick in the wall”, un altro mattone del muro che il protagonista costruisce intorno a sé per proteggersi.

I fan e i critici musicali, fanno risalire l’idea dell’album a un episodio avvenuto nel luglio 1977, quando i Pink Floyd sono in Canada per suonare all’Olympic stadium di Montreal. Il gruppo inglese è esausto, soprattutto a causa del complicato rapporto instaurato con il pubblico: i musicisti interrompono più volte il concerto infastiditi dalle continue grida degli spettatori , fino a quando Waters urlaShut up and stop your bloody screaming” e sputa su un fan che stava provando a salire sul palco. 

Nick Mason e Roger Waters a Tokyo, 1971

Con The Wall i Pink Floyd sono tra i primi gruppi di successo ad affrontare il lato oscuro della commercializzazione della musica, a interrogarsi sulla degenerazione imposta dal mercato – “Quando faccio il bravo cane, qualche volta mi buttano un osso”, canta Waters in “Nobody home – ma sono anche tra i primi ad aver ampliato la portata sociale del rock, descrivendo con un album evocativo e a tratti lugubre la fine dell’ottimismo che aveva caratterizzato l’onda lunga del Sessantotto. “Se devi proprio pattinare sul ghiaccio sottile della vita moderna, trascinando dietro di te il silenzioso rimprovero di milioni di occhi piangenti, non stupirti quando una spaccatura nel ghiaccio si apre sotto ai tuoi piedi”, recitano i versi della canzone “Thin Ice”.

Il 1979 è l’anno che per gli storici vede l’inizio della “Seconda guerra fredda”, periodo che dalla fine degli anni Settanta fino alla metà degli anni Ottanta vede il riaccendersi delle tensioni tra Stati Uniti e Unione Sovietica, in concomitanza con la fine della cosiddetta “età del benessere”. Il simbolo di queste tensioni è sicuramente il Muro di Berlino, un doloroso promemoria che divide come una lama la città tedesca e costato la vita a oltre 900 persone, morte nel tentativo di oltrepassarlo.

La caduta del Berliner Mauer nel novembre 1989 in occasione della quale Waters suona l’album The Wall davanti alla Porta di Brandeburgo tanto attesa soprattutto dai giovani del tempo, non ha prodotto quel cambiamento politico e sociale che il mondo sperava né ha stimolato una seria riflessione sul mondo malato nato al termine della Seconda guerra mondiale. Tutti temi toccati anche nella poetica di Roger Waters, che sente di portare il peso dell’eredità degli errori della generazione precedente. Gli anni Novanta si aprono con la convinzione che la Storia sia finita, come sostiene l’economista e scrittore Francis Fukuyama, ma non è stato così.

Un concerto dei Pink Floyd durante il loro The Wall Tour, 1980

Quando il muro di Berlino viene preso a picconate dai berlinesi nel mondo esistevano altre 15 barriere. Oggi settanta muri separano gli uomini e le donne e altri 7 sono già finanziati e in via di completamento. Il filo spinato divide l’India e il Bangladesh, un alto muro in cemento separa Israele e la striscia di Gaza, uno sbarramento elettrificato segna il confine tra Botswana e Zimbabwe. La lista è tristemente lunga, ma il muro che suscita più clamore è quello che il presidente Donald Trump vorrebbe costruire tra gli Stati Uniti e il Messico, rafforzando una misura già adottata dai suoi predecessori – democratici e repubblicani – degli ultimi 30 anni, a partire da George W. Bush padre nel 1990. Lo stesso Roger Waters si è espresso più volte contro questa soluzione con l’irriverenza di una vera rockstar.

Come dimostra lo studio elaborato nel 2016 da Elisabeth Vallet, docente di geografia all’Università del Québec, buona parte di questa paranoia da assediati è da attribuire alla globalizzazione, che avrebbe dovuto generare un progressivo abbattimento delle barriere fisiche e sociali e che, invece, ha alimentato l’insicurezza percepita in gran parte dei Paesi del mondo.

The Wall non è solo un album di culto ma una metafora e un simbolo che a distanza di quarant’anni riesce a rappresentare ancora la società in cui viviamo. Una società dove  esistono ancora troppe barriere “tra il nord e il sud del Pianeta. Tra i ricchi e i poveri. Tra chi perseguita e chi soffre. Tra chi ha le chiavi del progresso, dell’informazione, e chi è condannato a vivere nell’ignoranza, nel buio ”, come dichiarato da Waters.”

Roger Waters

Roger Waters si occupa ancora di politica attiva, sia nella vita privata che dal palco dei suoi concerti in giro per il mondo, perché crede che la musica sia ancora uno strumento di protesta. Gli ultimi fatti di cronaca internazionale gli danno ragione: a Hong Kong il dissenso dei manifestanti contro la politica dittatoriale di Pechino riecheggia sulle note di un inno composto da un autore anonimo, dando forza e speranza alle decine di migliaia di persone che stanno mettendo a repentaglio la libertà personale per continuare a protestare.

Anche sull’altro lato dell’Oceano Pacifico, il Sud America si sta ribellando ai suoi governi. Il  Cile si ribella alle politiche improntate sul neoliberismo sfrenato del presidente Sebastián Piñera – retaggio della dittatura di Augusto Pinochet cantando “Bella ciao” e le note di una canzone popolare cilena – El derecho de vivir en paz, il diritto di vivere in pace – composta dal dissidente Victor Jara, torturato e ucciso dopo il golpe militare dell’11 settembre 1973. In un mondo ipertecnologico dove soffriamo la mancanza di empatia e i contatti con gli altri essere umani, dimentichiamo troppo spesso che la musica ha ancora il potere di evocare sentimenti di unità e fratellanza. Come cantavano proprio i Pink Floyd nell’album The Wall, “Hey you / Don’t tell me there’s no hope at all / Together we stand /divided we fall”.

Oltre al potente messaggio politico e sociale, The Wall rimane una pietra miliare nella storia della cultura contemporanea anche perché ha trasformato l’ascolto della musica in un’esperienza multisensoriale. Lo ha fatto a cominciare dai disegni che accompagnano la copertina dell’album e i videoclip delle canzoni, tutti realizzati dall’illustratore inglese Gerald Scarfe che ha dato vita a un gruppo di figure grottesche diventate iconiche nella cultura pop. Ma il progetto dell’album non si è esaurito con questo, come ha dimostrato il tour mondiale a cavallo tra il 1980 e il 1981 con un live show incredibilmente ambizioso.

Waters, che ha studiato architettura a Londra, ha progettato di persona il muro di quattrocento mattoni di cartone e metallo e lungo circa settanta metri per dodici di altezza innalzato durante la prima parte del concerto per essere abbattuto nella conclusione. Inoltre, insieme all’architetto Mark Fisher e all’ingegnere meccanico Jonathan Park trasformano i personaggi inventati da Scarfe – il professore, l’ex moglie, la madre – in enormi pupazzi volanti.

Le celebrazioni dei quarant’anni dalla pubblicazione di The Wall ci costringono a riconoscere che purtroppo il mondo descritto da Roger Waters, Nick Mason, Richard Wright e David Gilmour nel 1979 è cambiato poco. Eppure non bisogna arrendersi, ma ricordare che la vera rivoluzione è la nostra umanità, perché come cantano in “Outside the wall”: “Quelli che davvero ti amano vanno e vengono al di là del muro”.

Segui Roberta su The Vision | Facebook
Seguici anche su:
Facebook    —
Twitter   —  

Seguici anche su: